giovedì 23 luglio 2015

Forlì deserta

by Robo

Che anno è? Boh! Non saprei con certezza. So che è agosto, che frequento l'università ma adesso sono a casa. Mi sono messo a studiare nel giardino di dietro del condominio. In casa non riuscivo più a starci, troppo caldo e poi mia madre non rompe fiato e la mia poca voglia di studiare non ha bisogno di alleati tanto efficaci. Allora ho preso su armi (un libro) e bagagli (sempre lo stesso libro) e sono sceso disotto. Quaggiù, in mezzo ad una piccola oasi verde condominiale, riesco a focalizzare la mia attenzione sullo studio per più tempo ma comunque prima o dopo la mente mi saluta e parte per altri lidi. Quando accade la riafferro, la costringo con successo all'impegno per un altro po' di tempo finchè lei mi sfugge nuovamente, e così via in una corsa a rimpiattino con la mia forza di volontà che ora vince, ora perde.
Ma cosa sto studiando? Boh... non ricordo. I primi due anni di università ci sono i corsi intensivi e l'ultimo esame è il 10 di agosto, quindi sono nel biennio. Studio fisica, forse, non certo zoologia in cui rischierò la lode, cadrò su dei maledetti tunicati che assomigliano a... insomma sono fatti così:


Non così belli però, che li avrei riconosciuti.

Uhm... è qualcosa che non mi piace, fisica forse. Sì, fisica quasi sicuro.
Avró 20, 21 anni.
Sono seduto, il libro è poggiato su un vecchio tavolino di metallo laccato; la regolarità della patina candida è interrotta: la ruggine è riuscita spesso ad avere la meglio sul rivestimento. Lo deve aver riciclato mia madre, dopo averlo trovato, abbandonato, accanto al rusco: "come si fa a buttar via una cosa che può ancora servire?!" mi sembra di sentirla prima del "recupero". Ora funge da "banco bucolico".
Alle mie spalle c'é il garage di muratura costruito, anni prima, da mio padre con l'aiuto un vicino; di fronte a me gli alberi di natale piantati al suolo, stagione dopo stagione, una volta terminato il loro ruolo di aggregatori totemici nella festa. Ricordo che quest'anno ne abbiamo usato uno sintetico da riutilizzare; gli abeti ormai sono troppo fitti qua dietro e non vi è più posto per altre conifere. Li costringeremmo ad una tenzone tra vegetali, una lotta tra radici senza vincitori né vinti, almeno così mi hanno spiegato.
Il sole caldo filtra tra i rami un po' spogli ma un po' d'ombra screziata di luce mi protegge e sto meglio qui che in casa. Ma ormai non riesco più a studiare. Ormai l'attenzione si è data alla macchia, persa chissà dove, in mezzo a questi abeti. Non la recupero come poco prima, non la recupero più. Su una poltroncina consunta, anch'essa carpita da mia madre, dorme Filippa Silvia Piliteri.
Non è una persona, il nome altisonante le è stato dato per divertimento e tutti la chiamiamo Pila, una gattina bianca e nera, con la testa tonda come una pallina da tennis. Non c'é nessun'altro, di umano intendo.
Si sono fatte ormai le quattro del pomeriggio ed i condomini sono al mare e chi è rimasto, se qualcuno è rimasto, supera il pomeriggio afoso chiudendosi in casa e tirando giù le tapparelle. Adesso io abbasso e riapro continuamente la copertina del testo universitario, non faccio in tempo a leggere una frase che immagini di altro scalzano il mio lasso impegno, aiutate, guidate, dal testosterone giovanile che mi scorre in corpo, a fiotti.
Basta! Non ce la faccio più. Che potrei fare?... Faccio un giro! Sì! Faccio un giro in bici! Mi alzo di scatto e lascio lì il libro, chi vuoi che se lo rubi...Vado in cantina, prendo la bici nera, quella buona, e parto. Mia madre è in casa ma non le dico nulla, staró fuori un'oretta, per una sgambata.
Parto pieno di entusiasmo, anche troppo che ho gli zoccoli e poco ci manca che mi smarono col cannone della bici. Esco dal cancello e prendo, controsenso, la via Pantoli, tanto non passa mai nessuno, poi giro a sinistra in viale Spazzoli e mi dirigo verso il centro. Non ho scelto io, lascio lo facciano le mie gambe. Ho una voglia folle di pedalare e comincio a mulinare i piedi. A 20 anni sono nel pieno splendore del mio fisico... da attaccapanni. Le clavicole larghe mi conferiscono spalle da nuotatore ma sono secco come mai lo sono stato, peso circa 64 chili, e solo nelle cosce sopravvivono un po' di fibre muscolari, a cui mi affido.
Automobili? Una, forse due. Mi permetto di percorrere viale Spazzoli contromano, anche i marciapiedi sono vuoti e la strada è tutta mia.  Fine anni '80 più agosto più calura estiva uguale tutti in spiaggia. Sembra che a Forlì ci sia solo io. Arrivo all'incrocio delle prigioni, saluto un gatto, l'unica cosa viva che si sposta sulle proprie gambe incrociata fino a quel momento, e riparto appena il semaforo diventa verde. Giro per l'ospedale Morgagni e poi lo lascio alle mie spalle in direzione provincia. Prendo la curva manco fossi Giacomo Agostini e... SBRANG! Sono a terra, non me ne sono neanche accorto, forse ho inclinato troppo, forse le strisce pedonali scivolose, chennesò?... comunque sono a terra. Che vergogna!
Mi rialzo guardandomi intorno, nessuno fortunatamente.
La figura di merda è solipsistica (allora non penso questo termine, non lo avrei conosciuto per molti anni a venire). Risalgo e, visto che non mi sono fatto nulla, ricomincio a pedalare. Evvai! Piazza Saffi. Non c'é un'anima viva, nemmeno un extracomunitario, che ancora non li hanno inventati. La circumnavigo e torno giù per corso della Repubblica che allora è percorribile nel verso opposto rispetto a come sarà nel terzo millennio.
Che faccio? Mi fermo in sala giochi? Azz...é chiusa. Proseguo per Piazzale della Libertà. Dai! Passo per i giardini pubblici! Sì, passo di lì.
Entro in bici a velocità folle che comunque non c'è nessuno, e andando avanti conto massimo tre vecchi, un record storico di penuria geriatrica, poi la vedo. Una ragazza mora è seduta su una panchina e guarda nella mia direzione. Orka! Che faccio?
Vedo che non smette di fissarmi ed è dritta nella mia direzione. Ok, calmo. Mi fermo e scendo dalla bici proseguendo a piedi lungo la stessa direzione che mi porterà a passarle davanti. Com'è bella! Ha pantaloni corti che fanno vedere gambe snelle ma tornite, una canottiera colorata da cui emergono i seni e, ai lati del collo, intrecciate con quelle colorate della canottiera, si vedono le spalline del reggiseno. Ha i capelli neri e lunghi. Più mi avvicino e più mi sento inadeguato. Più mi avvicino e più mi sento uno sfigato. Mi accade spesso. è troppo bella per me... Poi non sono interessante, che cazzo le direi?
Sono quasi di fronte a lei, la bicicletta mi pesa come un macigno, mi sembra di trainare un menhir come fossi uno smilzo Obelix. Magari mi guarda perché le sembro uno strano. Poi lei sorride....forse ad un altro. Ma che cazzo dico?! Ci sono solo io, qua! Fermati Roberto! Fermati e dille qualcosa! Ma-che-cosa?!...
Sono andato avanti trainandomi la bici nera a mano. Non mi sono fermato. Sono arrivato all'entrata dei giardini dalla parte opposta, quella di viale Spazzoli. Sono rimontato in bici, sempre nessuno in giro, sempre un caldo afoso, sempre solo.
Tornato a casa, rimetto la bici al suo posto e mi piazzo di nuovo sul banco bucolico. La Pila è sempre lì, il libro è sempre lì, mia madre è sempre di sopra. Ogni cosa è come l'ho lasciata.

Io spero sempre che qualcosa cambi, soprattutto spero sempre di cambiare io, ma tutto è come prima. Ho letto che tutto scorre ma io non me ne accorgo, il mondo mi appare di una fissità inesorabile. Afferro il libro e mi costringo nuovamente allo studio, accarezzo il dolce musetto di Filippa Silvia Piliteri, sento la voce di mia madre che si fa strada, dal terzo piano, fino al giardino.

5 commenti:

  1. Questo racconto mi piace molto. Il caldo spossante che immobilizza, una città che si svuota ed il tempo che non esiste. Robo elettrone che orbita più o meno stretto attorno ad una porzione di Forlì in accordo alle variazioni dei livelli energetici. Mi piace questo mondo, espansione di un nucleo che non è altro che una stanza arredata compiutamente, con angoli di grazia, di ironia e di bellezza. Uno spazio concentrico che è l'immagine di un "io". Molto bello, Robo.

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  2. Grazie Fabio. Pesco nella memoria.

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  3. Una ciclo, un giorno di sole. Cosa volere di piu'? Ah, si la gnocca. Beh, pazienza, no?

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  4. Questa mi è piaciuta. Sfronderei ancora qualche similitudine, a tratti - ma era più diretta delle altre, bravo.

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