giovedì 10 settembre 2015

La mirabile impresa del Capitano Pancerton

By MadPeaks

Era il venerdì prima di Natale del 2010, nella sede dell'azienda ACME SpA a Bologna.

La responsabile delle risorse umane ci invitò nel suo stile poco cordiale ad abbandonare le postazioni di lavoro.
«Rinfresco di Natale e comunicazioni del direttore in sala riunioni. Avvicinatevi. Dai... veloci, su, chiudete tutto.»
La mancanza di rispetto mi infastidì; quando parlava con noi aveva sempre quel tono stanco... come quello di una madre pentita di aver messo al mondo solo canaglie e fannulloni.
Quel giorno era come se ci dicesse: «Inutili aziendali del piano basso, potete smettere di fingere di lavorare!»
Al contrario, quell'interruzione brusca avveniva in un momento critico. Alcuni dettagli di una procedura non erano stati ancora fissati e sarebbero certo svaporati nella testa durante la pausa natalizia; questo voleva dire dover riprenderne faticosamente i fili a gennaio. Esitai un attimo sullo schermo del PC.
«Avanti!!!» Fui subito rampognato dal cane pastore. Probabilmente al piano superiore immaginavano che il software si creasse spontaneamente oppure introducendo impercettibili peti all'interno degli ambienti di sviluppo!
Mentre lei, pregiudizio per pregiudizio, non era altro che una feticista di organigrammi fatti di pance, sottopance e sottopance di sottopance. Poco interessata al reparto produttivo, a chi cioè, in ultima analisi, faceva il lavoro effettivo che le pagava il part-time tutti i mesi.

Ci alzammo dai nostri posti e salvando e spegnendo tutto con un corale Massì, chissenefrega.
Come sempre in occasione di questi raduni ufficiali eravamo un po' scettici; ci attendevano i soliti  discorsi aziendali di circostanza presentati senza neanche lo sforzo di entrare nella parte e far finta di crederci. Ma col conforto di qualcosa di stuzzicante da mangiare e da bere, di due battute e qualche risata fra colleghi pettegoli e malevoli.

Entrammo nella sala e la trovammo immediatamente triste e spoglia. Un allestimento minimale che impallidiva al ricordo della festa dell'anno precedente.
Il catering sembrava gestito da attori da snuff-movie. Un orco unto e sudato piuttosto minaccioso era alle prese con una mortadella gigante e brandiva un coltellaccio. Un altro tizio, che a prima vista sembrava steve buscemi era pronto a mescere aranciata o trebbiano in bicchierini di plastica.
Alcuni vassoi di cartone con qualche focaccia, qualche tramezzino col salame.
Cercammo il tavolo destinato agli omaggi natalizi ai dipendenti... Missing!
Nessun panettone o bottiglia di Berlucchi con chiavetta usb legata al tappo come l'anno precedente.
Pascolammo disorientati tra i tavoli. Si diffuse il disagio e l'idea che dall'alto ci stessero comunicando qualcosa. Per esempio che i rumors da macchinetta dei mesi precedenti fossero veri.
A quel punto non aspettavamo altro che il momento del brindisi e delle dichiarazioni.

«Silenzio ragazzi. C'è il direttore.»

Sempre lei, la responsabile delle risorse umane. Espirando... ma con una tonalità più calda di prima... che non serviva a nient'altro che a farci sentire ancora più indegni dell'epifania in arrivo.

Quello che i più pettegoli e malevoli di noi chiamavano Mr. Pancerton arrivò trafelato, come se fosse stato distolto da ben altro di più serio.
Raggiunto uno dei due fuochi della stanza cambiò maschera, sorrise giovialmente ed esordì.
«Benvenuti ragazzi... ah, lo sapete che io sono sempre sbrigativo, fanculo le cerimonie... Ma quest'anno ci tengo a dirvi di persona alcune cose che riguardano le grandi ed importanti novità che ci attendono!»

Mr. Pancerton era a quei tempi un cinghialotto tarchiato, quadrato come un sollevatore di pesi, col pizzetto e ancora lontano dalla cinquantina. Il suo aspetto schietto contrastava con l'evidente sforzo di parlare nelle occasioni ufficiali ai sottoposti con una pronuncia artificiosa e così forzatamente ingentilita da sembrare quasi effeminata. E poi da esperto alchimista della comunicazione utilizzava un episodico turpiloquio per farsi capire dal popolo ed aumentare il livello di testosterone.

«...ma prima di tutto vi devo dire alcune cazzate» ride «No... ora parlo seriamente... ci sono cose importanti che bollono in pentola... e soprattutto c'è una cosa che vi devo, personalmente, da direttore!
In questi anni avete lavorato tutti, nessuno escluso, con professionalità e serietà; in alcuni casi lasciatemelo dire come degli stronzi. Con passione, dedizione e fame di crescere. Quindi prima di tutto... voglio fare, io a voi... un applauso!»

Clap clap clap
Clap clap clap 

Sì... ci applaudì veramente e per almeno dieci secondi. Fu un inatteso ribaltamento di prospettiva, credevamo di essere noi gli spettatori, invece eravamo sul palco... ed il re ci stava applaudendo. Il sentimento serpeggiante era l'imbarazzo.

Ricevuto un feedback pressoché nullo il direttore riprese a parlare.

«Quello che abbiamo realizzato in questi anni non è una cosa da poco! Siamo diventati una realtà unica. ACME è cresciuta, ha rotto dei culi ed è diventata una tra le tre maggiori aziende informatiche in Italia. Una azienda che ha raggiunto punte di eccellenza di know-how grazie alle alte professionalità raggiunte nella nostra server farm. Una azienda che ha una storia da raccontare, nata nel 2002, figlia della maggiore associazione di rappresentanza e assistenza dell'[...] italiana, che ha vissuto inizialmente alcuni anni critici, tempestosi... che in certi momenti è stata addirittura messa in discussione, ma che ha saputo vincere tutte le sfide ed infine ha raggiunto tutti i suoi obbiettivi...»

Ancora silenzio. Il fervore retorico non accese i cuori neanche di quei i tre, ora guardati con astio dal resto del branco, della server farm. Quelli che i più pettegoli e malevoli di noi chiamavano Nani Bagonghi erano ammutoliti come tutti.

Ma i più sospettosi eravamo noi, i forlivesi. Noi, gli antichi, che lavoravamo per gli stessi padroni ben prima dell'avvento di Pancerton e di quello prima di Pancerton. L'ossatura originale dell'azienda.

Si stava a Forlì allora, e la vita era molto più leggera senza le ore bruciate sui treni col pendolarismo.
Poi nel 2002 passammo dall'essere l'azienda informatica di periferia che aveva vinto la competizione con tutte le altre all'essere l'unica azienda informatica dell'associazione. Nuovo nome, orizzonti illimitati. I festeggiamenti furono brevissimi: gli ex clienti, ora nuovi padroni, decisero che non potevamo rimanere così accentrati ed iniziò una fase di deportazione nella nuova sede in Emilia che durò un anno. Non fu facile, e le donne forlivesi furono le prime a cadere. Alcune si arresero da subito, altre guerreggiarono a suon di maternità, ma per loro era solo una questione di tempo. I padroni le sostituirono con giovenche più fresche presenti sul mercato globalizzato bolognese.

Insomma noi antichi dopo otto anni sentivamo le stesse trombe trionfali suonare accordi in minore diminuita.

Ma anche per chi non c'era passato, anche per i bolognesi, c'era il presagio della scomparsa degli omaggi ai dipendenti.
Una assenza che annunciava la nuova fase che proprio in quel giorno stava manifestandosi.

Ed infatti Mr. Pancerton continuò:
«...ma non ci fermiamo qui! Noi siamo cazzuti, siamo affamati di sfide! Ci è stato chiesto di crescere ancora! Di cambiare! Il Cliente ora si è convinto, il Cliente ha deciso di puntare su di noi! Saremo il suo unico fornitore di servizi! Il Cliente ci vuole in casa! Ci vuole a Roma!»

E quello fu il rintocco a morto di ACME Bologna.

Eroismi

Mentre tra i dipendenti furoreggiava l'hashtag #EIlMioCulo? (di cui rivendico orgogliosamente la paternità) le parole del pifferaio Pancerton sprofondarono in una palude di tattica e dalla stessa palude riemerse evidente una sintesi, un parallelo storico con la grande impresa del capitano Shackleton.

Shackleton partì da Londra il primo agosto 1914 con 27 uomini sulla nave Endurance per effettuare la traversata del continente antartico. A gennaio raggiunse il mare di Weddel dove la nave rimase incastrata nei ghiacci ed andò alla deriva fino a quando fu schiacciata e l'equipaggio dovette trasbordare sulla banchisa. Rientrato in patria con una scialuppa e cinque uomini, dopo aver affrontato navigazioni in condizioni meteorologiche abominevoli ed esplorazioni di terre fino ad allora inesplorate, decise eroicamente di ritornare indietro per portare in salvo dall'antartico tutti i membri del suo equipaggio che erano rimasti intrappolati sul pack. E avventurosamente ci riuscì. Nonostante le incredibili traversie in questa impresa non perse neanche un uomo.

Il nostro Capitano Pancerton fu incaricato di chiudere la sede ACME di Bologna e di gestire il trasferimento a Roma.
Quando ce lo comunicò in quel modo, facendo ricorso a fanfare e ai massimi sistemi, i giochi erano già fatti.
Gli effetti concreti sui nostri fondo schiena furono temporaneamente omessi o descritti in modo tendenzioso, c'era ovviamente l'esigenza di evitare fuggi fuggi pericolosi che potessero creare intoppi alla produttività nei mesi successivi. Con abilità furono instillate vaghe illusioni che alimentarono cupidigie personali ed invidie. Non si formò alcun fronte di opposizione unitario, i dipendenti più rappresentativi pensarono come scamparla a scapito degli altri o ai benefit in arrivo nel caso di dedizione incondizionata alla nuova causa.

Insomma Pancerton vinse, e neanche questa fu un'impresa da poco!
Senza dubbio grande fu la gloria nel lasciare sul pack di Bologna più di cinquanta dipendenti con contratto a tempo indeterminato. 

Nel giro di un anno il grande Capitano Pancerton, con pochi ufficiali compensati in modo congruo, alcuni mozzi devoti per disperazione, alcuni marinai senza patria ed una coppia di indispensabili antichi telelavoranti se ne sarebbe andato con la sua formidabile azienda fornitrice di servizi nei seminterrati di un prestigiosissimo palazzo romano a pochi passi dal quirinale.


Un lieto fine! Perché no?

Ovviamente, poco dopo aver terminato il suo compito, Pancerton fu sacrificato sull'altare dalle stesse entità superiori per cui aveva lavorato!
No, non è questo il tipo di lieto fine che ci interessa (anche se i più pettegoli e malevoli di noi immaginarono per lui qualcosa di molto simile ad una divina commedia illustrata di pene atroci, turpi e ridicole). E neanche il fatto che la responsabile delle risorse umane che chiamava i dipendenti al telefono con un unico imperativo «Avvicinati» gli è sopravvissuta ed è felicemente al suo posto alla ACME Roma (lo stile premia!).

Dover lasciare un lavoro che ti piace, che pensi di fare bene per motivi... fuori controllo e fuori da una palese logica può costituire un piccolo lutto.
Certo non il peggiore che ti può succedere. Anzi può diventare una occasione per sgranchirsi, guardarsi in giro, cercare nuove opportunità.
Ma quello che si prova e vive in quei momenti è effettivamente un lutto, e come tutti i lutti va gestito.

Più sotto, nel video, la mia personale gestione del lutto, datata 2011.
Excellent Dwarfs è una sintesi audio-video grottesca della Mirabile impresa del Capitano Pancerton.


Le immagini utilizzate sono un rimontaggio del Settimo Sigillo di Bergman.
Grazie al Moro, per le chitarre, l'arrangiamento e le voci in quel pomeriggio musical-ricreativo di quell'estate. (Sono già passati quattro anni!!!)
Ogni tanto ragiono su quante persone in gamba ho conosciuto, e quante di esse frequento e sono miei amici.
Vorrei veramente ringraziarle tutte.

Una delle tantissime fortune che mi sono capitate, compresa quella che il lutto di cui ho scritto... fu brevissimo!


8 commenti:

  1. Il lavoro. Gioia e dolore. A volte nei momenti
    Di stress vorresti provare l'ebrezza di perderlo.
    Mi e' successo, e per breve tempo non e' male. Ti rendi conto che c'e' altro nella vita. Poi la logica della sopravvivenza ti porta a dover rifare gli stessi errori. Ma se ti piace capisco che il dolore della perdita possa essere incommensurabile. Dignita', realizzazione. A volte mi sembrano piu' pretesti che reali bisogni. Ma e' soggettivo, per cui rispetto. Certo un po' di distacco ti evita un mare di delusioni. Inevitabili.

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    1. A questo tuo commento quasi "definitivo" aggiungo un aspetto che mi interessa e che volevo far emergere: il lavoro come relazione come altre persone. Credo sia qui il nodo per valutare un successo o un insuccesso. Escluso questo il "lavoro" è una questione vitale per chi ha pancia vuota e cuccioli da sfamare, il minore dei mali per chi fa mestieri sgradevoli, ginnastica per non arrugginire nella rimessa per chi potrebbe farne a meno, occasione per esercitare potere e controllo... a chi piace la cosa.

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  2. Mi son molto divertito, a fare Excellent Dwarfs! Effettivamente non tutto il male... almeno, egoisticamente, per me.

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    1. Tutto sommato anche egoisticamente... per me!

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  3. Leggendo questa "licenziade" così ben scritta mi é venuta in mente quella subita da me e Stefano e tanti altri. Protagonisti: il tagliatore di teste prezzolato, il cui nome é ormai disperso in qualche neurone periferico, che rispondeva alle nostre domande con giri di parole così lunghi che ti stancavi di seguirli. Era maestro nel sbagliare le vocali alla fine delle parole come nel distrarre, esasperandola, la nostra attenzione. La "grande e buona Madre" che al di là di tutta la retorica (mission, attenzione al sociale) ci stava abbandonando alla deriva ma non voleva sporcarsi le mani, non abituate, queste, a rimestare nel torbido di un'inevitabile protesta sindacale (ma forse aperte a qualche mazzetta, vedremo...). Il direttore vendite che, immagino come tutti i direttori vendite, aveva sacrificato ogni scintilla di intelligenza, ogni capacità analitica, all'altare del sofismo più spinto (per me insopportabile). Doveva sempre convincerci che i nostri prodotti erano i migliori, le scelte aziendali le migliori; ventuali scostamenti dalla riuscita dei piani erano opera di un mercato imprevedibile e delle nostre mancanze (non detto esplicitamente ma si capiva o, almeno, io la vivevo così). Trombato alfine anche lui. Poi noi, i penetrati. Alcuni quasi increduli, altri incazzati, oppure stanchi, oppure consapevoli, oppure non lo so...
    Ora mi viene il vomito a sentire di tutti quegli artifizi comunicativi per dire cose senza dirle veramente, per farla intendere ma lasciando spazi di ambiguità che ognuno di noi puó riempire del proprio pessimismo o delle proprie speranze; mi schifa profondamente anche solo pensare di aver a che fare con l'ipocrisia della quale i rapporti, tra i vari livelli degli organigrammi aziendali, sono intrisi.
    Adesso mi pagano poco, quello che mi merito, ma la massima rottura di coglioni é una mail. Cazzo! Riuscissi a vivere di questo!

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    1. Non è una "Licenziade" ma un episodio della "Lavoriade".
      Cambiare azienda o tipo lavoro non sarebbe più quella specie di evento sinistro che sembrava quando noi eravamo bambini. Anzi sarebbe "sano" cambiare ogni 5/10 anni, anche solo per avere un punto di vista più ampio.
      Però le nostre teste non sono ancora ben sintonizzate su questo punto, anche perché il mercato del lavoro non è esattamente vicino a quell'ottimo teorico che permetterebbe questa scioltezza. Attualmente ha senso l 'hashtag #EIlMioCulo? di cui sopra, mi sa.
      Per i rapporti tra colleghi, valorizzare quelli positivi perché non vadano persi - anche solo per quello che ci hanno insegnato - e ricordare quelli negativi non per commiserarsi ma per prenderli un po' per i fondelli. Questo è quello che penso sia meglio.

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  4. Non riesco a smettere di ridere! Veramente una descrizione fedele e puntuale, anche se mi chiedo quale sia io dei due: il PETTEGOLO o il MALEVOLO?
    PS secondo me si dice cane da pastore (ops, il malevolo ha avuto il sopravvento)
    Andrea

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    1. No è stato il "pettegolo" che ha vinto, perché mi dicono che il cane da pastore tedesco è comunemente detto cane pastore! Schäferhund!
      In quel gruppo lì ci sono anche io, anche se pivello rispetto ai due maestri. Quanto vostro materiale saporito ho dovuto tagliare per essere pubblicabile! Grazie Andrea!

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