domenica 7 ottobre 2018

STREGA COMANDA COLORE

“Dottore, mi scusi...c’e’ di la sign.ra Giuseppina...dice che ha un’urgenza...”.
Il dott. Santi, si gira ed il cappotto che stava appendendo al pomello smaltato gli sfugge di mano afflosciandosi esanime sul pavimento.
“La sign.ra..Ma se e’ venuta solo due giorni fa...ok, se e’ la prima la faccia passare..” “No, -risponde la sua giovane segretaria chinando gli occhi - in realta’ e’ appena arrivata...”.
 Non e’ facile gestire una sala d’attesa, Marina se n’e’ ormai resa conto, soprattutto per un ambulatorio come quello del dott.Santi frequentato da anziani che hanno tanto tempo libero ma poca voglia di aspettare.
Ha cercato in tutti i modi di far capire ai suoi cari pensionati che il pomeriggio e’ dedicato a quelli che lavorano e non hanno la possibilita’ di chiedere permessi e perdere le giornate. E soprattutto hanno spesso davvero bisogno del medico.
Gli anziani non vogliono piu’ soffrire, ne tanto meno morire, pensa Marina, e si aggrappano alle poche oasi accessibili che non necessitino un caffettino per giustificare l’occupazione di un tavolo al bar o la pazienza di un confessore su cui riversare sfoghi e pettegolezzi. La sala d’attesa del medico di base e’ bella calda d’inverno e fresca in estate, per cui sempre piena di chi cerca di ingannare il tempo e la morte con un po’ di comodita’ e di speranza.
E poi dal dott. Santi ci vengono volentieri perche’ e’ una persona gentile, ma soprattutto non ci sono gli appuntamenti.

L'ABBAZIA

Caspar David Friedrich fu uno degli esponenti di spicco della pittura romantica tedesca dell’XIX secolo.
Nei suoi quadri mostra l’essenza mistica della natura, la terribile bellezza dell’opera divina di fronte alla quale l’uomo scompare. Sono opere rarefatte e poetiche.
C’e’ ne’ pero’ una che si distingue nettamente all’interno della sua produzione:si chiama “L’abbazia nel querceto” ed e’ conservato nella Vecchia Galleria Nazionale di Berlino.
Raffigura lo scorcio di una chiesa in rovina, un mozzicone di monofora gotica immersa in un paesaggio di alberi scheletrici che tendono i rami verso un cielo lattiginoso. Sul sagrato della chiesa diroccata una processione di ombre incappucciate si confonde tra le lapidi di un abbozzo di cimitero. La scena e’ divisa orizzontalmente in due parti ben distinte:in alto una luce diffusa ed opaca, sotto un’ampia zone d’ombra in cui si muovono le figure dei monaci.
L’immagine non e’ contemplativa:e’ un mondo spaccato tra un sopra ed un sotto, tra la luce e l’oscurita’.
Piu’ drammaticamente tra il bene ed il male. Si dice che rappresenti le rovine di un’antica abbazia tedesca di cui al giorno d’oggi non rimango che queste poche tracce dopo il suo abbandono durante i primi anni della riforma protestante. Ancor oggi l’opera ci lascia attoniti e sgomenti.
Mi e’ sempre piaciuta per quella sua atmosfera drammatica ed evocativa.
Non si sa se Friedrich, che la utilizza in svariate opere, abbia conosciuto fino in fondo la storia dell’Abbazia di Eldena. Io pero’ la conosco molto bene.

 L’Abbazia di Eldena sorgeva nei pressi della citta’ di Greifswald in Pomerania. Siamo negli ultimi mesi del 1535, quando a presiederla era il suo ultimo abate, Waldus Shenkel. In quel periodo l’inverno era calato improvvisamente con il suo esercito di freddo e neve su un mondo ancora impreparato.

IL DOTTORE

Si chiamava Giovanni Vendriani, ed era un medico di professione.
Nato da una famiglia benestante il padre Alberto, farmacista, voleva iniziarlo alla fiorente attività di famiglia. Si dovette pero’ scontrare con la ferma intenzione del figlio di studiare medicina, deciso a preferire le incertezze della passione alle sicurezze della tradizione.
Col tempo Alberto imparo’ ad essere orgoglioso di quel figlio testardo e pieno di ambizioni ed aspettative ed inizio’ a sostenerlo nella sua scelta.
Abitavano in un piccolo paesino in provincia di Padova, e quindi lo iscrissero alla vicina e prestigiosa Universita’. I risultati ottenuti furono entusiasmanti, tanto che si laureo’ con il massimo dei voti. Fu quindi chiamato a Venezia per un imprecisato incarico, e cio’ venne vissuto da tutta la famiglia come la meritata conclusione per tutti gli sforzi fatti.
Giovanni era felice e pieno di fiducia nel proprio futuro. Un bel giorno di ottobre percio’ con la piccola valigia stretta nella mano, saluto’ il padre e la madre ed inizio’ la sua grande avventura. Non poteva certo immaginare cosa lo stava aspettando alla fine della lunga strada che lo avrebbe portato nella capitale dei dogi : era il 1630 e la peste aveva appena cominciato a mostrare i denti.

 Il diciassettesimo secolo fu un periodo fondamentale per la storia della medicina. Paracelso e Galileo avevano posto quelle basi che ora altri loro colleghi approfondivano e sviluppavano. La chiesa aveva da tempo accettato l’utilizzo dei cadaveri per fini scientifici, e regolarmente nelle aule di anatomia dei vari atenei si svolgevano delle dissezioni pubbliche (gli “horridos spectacula”) dove i morti venivano attentamente analizzati.
Anche a Padova, dove Giovanni aveva studiato, c’era un famoso Teatro Anatomico : il corpo umano aveva sempre meno segreti per i novelli medici. Non era purtroppo cosi’ per la diagnosi e la cura delle malattie, ancora privi come si era di quegli utili mezzi tecnici che sarebbero arrivati solo molto piu’ tardi. Il medico si limitava a sentire il polso del malato guardandolo negli occhi, ed a somministrargli qualche intruglio dalle vaghe proprieta’ taumaturgiche.
Nella borsa di un dottore del diciassettesimo secolo si potevano trovare sostanze dai nomi evocativi e poetici come l’Erba degli Angeli, il Balsamo del Samaritano, la Polvere della Contessa o l’Aceto dei Quattro Ladri.

venerdì 7 settembre 2018

HORROR VACUI

Io non sono pazzo.
So che lo pensate, che lo sussurrate tra di voi quando, le poche volte che ho il coraggio di uscire di casa, affronto i vostri sguardi sospettosi, i vostri mezzi sorrisi di scherno.
Anche in casa, attraverso le pareti, sento ogni giorno un brusio come di vespe impazzite che confabulano e pronunciano il mio nome.
Riconosco ogni vostra parola, il giudizio inappellabile che gronda da ogni frase bisbigliata alle mie spalle.
Un veleno mortale il cui unico antidoto e’ la verita’, che solo io porto dentro al cuore.
Ed e’ per questo che ho deciso di raccontarla al mondo.

Quando ero giovane vivevo in una fattoria a pochi chilometri dalla grande citta’, abbastanza lontano da sentirmi isolato da tutto e da tutti.
E pienamente felice di esserlo.
Gli altri ragazzi li vedevo ogni mattina il pulmino giallo che ci veniva a prendere davanti alle nostre case.
Io stavo seduto in fondo a giocherellare con un elastico, tranquillo e dimenticato.
Poi a scuola, un enorme edificio in mattoni grigi vicino al parco cittadino, stavo in silenzio ad attendere che il tempo passasse, aggrappato al banco coperto di incomprensibili ghirigori.
Una piccola isola solitaria in balia della corrente.
Qualcuno dei miei compagni mi guardava con sospetto, la maggior parte non si rendeva nemmeno conto che ero li.
Stretto in un paio calzoni troppo grandi ed una camicia di mio padre riadattata per l’occasione, stavo per ore ad osservare la maestra che spiegava.
Ma non guardavo davvero lei.
Dietro le sue spalle c’era una enorme lavagna nera che faceva da sfondo alle mie fantasie.
Piccoli mostri squamosi si rincorrevano, cose striscianti fuggivano a rintanarsi nelle loro tane, snelle figure alate sfrecciavano senza posa da un lato all’altro.
Sullo sfondo di questo brulicare inarrestabile c’era il nero immenso dei miei pensieri.
Anche la maestra si accorgeva a malapena di me : ero una presenza scontata e poco interessante.
La mia resa scolastica era nella media, senza eccessi ne in basso ne in alto, ma sufficiente a garantirmi ogni anno la promozione la successivo.
Ero un’entità evanescente e sfuggevole in un mondo perennemente distratto.
E la cosa non mi turbava minimamente.
Nella grande casa di campagna in cui abitavo con i miei genitori il tempo veniva scandito da semplici operazioni : la mungitura delle vacche, la raccolta delle uova, i giorni dell’aratro e del fieno, la cena e le preghiere.
Mio padre, un uomo gentile e riservato, era spesso lontano a lavorare nel campo; mia madre invece restava a casa a sbrigare le faccende ed a distribuire botte ed affetto in egual misura.
La nostra era una famiglia anomala : ero figlio unico dove piu’ spesso si cercava di generare quanta piu’ forza lavoro possibile per condividere i molti oneri ed i pochi onori.
I miei doveri si limitavano ad accudire le bestie ed a frequentare la scuola. Il resto resto del tempo era dedicato ai giochi ed alle mie cose private.
Due soprattutto mi tenevano occupato : raccogliere ossa e scheletri di animali e leggere libri.
La mia cultura personale cresceva su libri illustrati che trovavo ogni settimana sul carretto del robivecchi che passava di porta in porta per raccogliere le cose inutili.
Atlanti di animali fantastici, libri d’avventure in terre inesplorate, e su tutti un volume dal titolo roboante : “ Wunderkammer, un viaggio attraverso il tempo”.
Passavo ore prima di addormentarmi immerso nelle sue illustrazioni di stanze ricolme di oggetti esotici e misteriosi : ogni foto o disegno traboccava di coloratissimi uccelli impagliati, scansie stracolme di barattoli in cui galleggiavano strane cose biancastre, pareti che scomparivano sotto una moltitudine di quadri dalle mille dimensioni e dai piu’ strani soggetti.
Vere e proprie camere delle meraviglie, come diceva il titolo che mi feci opportunamente tradurre, collezioni degli oggetti piu’ strani raccolti da ricchissimi nobili nel corso dei loro viaggi.
Cosi’ raccontava il libro, ed io mi perdevo in questo mondo fantastico.
Quindi decisi di crearne uno tutto mio, e se non riuscivo a trovare tutte le cose che desideravo avere, me le sarei costruite da solo.
Provai ad impagliare un uccello trovato morto sul greto del fiume, dandogli una posizione vitale tramite un’impalcatura di fil di ferro.
Non sapevo che bisognasse togliere prima qualunque parte organica, e dovetti gettarlo dopo che l’odore delle viscere putrefatte aveva reso irrespirabile.
Quindi passai ad immergere delle lucertole vive nella cera ed a conservarle dentro barattoli di vetro.
Di ossa invece se ne trovavano in abbondanza, di ogni forma e dimensioni, e come un dio folle, le assemblavo nelle forme piu’ fantasiose, creando specie animali mai esistite : piccoli felini con grandi ali, serpenti dotati di lunghe zampe.
A volte inserivo nelle mie creazioni pezzi di latta e di gomma, rami dalle forme strane e stracci colorati.
Tutto serviva per arricchir la mia memorabilia di oggetti perduti, cose morte e dimenticate che ritrovavano un nuovo significato nel mio piccolo personalissimo museo.
Li appendevo al soffitto della casetta di legno che mio padre mi aveva costruito su di un albero in giardino, e nella quale mi rifugiavo appena potevo.
I miei genitori erano troppo impegnati nelle proprie faccende per porre un freno al mio desiderio di onnipotenza.
Il mondo era mio, e volevo poterne disporre a mio piacimento.
Soprattutto d’estate, quando i libri ed i quaderni finivano in soffitta, e per due mesi venivo esonerato da qualunque fatica.
Il tempo allora si dilatava a mio piacimento ed io passavo le ore setacciando i campi polverosi alla ricerca dei miei tesori.
Ero concentrato nella mia ricerca e nei miei progetti fantastici anche quell’estate, quando scivolai e caddi in un pozzo nascosto dal fitto sottobosco.
Era una fenditura nel terreno forse originata da qualche terremoto e coperta da un intrico di radici.
Dopo una breve caduta picchiai duramente sul fondo di terra e le pareti di roccia si chiusero su di me nascondendomi alla luce del sole.
Quindi persi i sensi per un tempo indefinito.

IL MANGIA-SOGNI

La macchina fila veloce sulla strada appena bagnata.
L’uomo alla guida e’ nervoso ed aumenta la velocita’, le mani due morse sul volante.
La donna accanto osserva accigliata l’uomo, poi esplode furente in un’invettiva.
L’uomo si gira appena, ma non accenna a ridurre l’andatura.
Oltre una curva appaiono due occhi gialli che guardano il mostro di metallo che gli corre incontro.
L’uomo tenta la frenata, ma la macchina inizia a sbandare e vola oltre la strada.
Mentre ruotano, si gira spaventato verso la donna il cui volto e’ una maschera d’odio, un fiume di capelli neri che danzano come tentacoli.

Yoshino di solito a questo punto si sveglia, le mani che artigliano disperatamente la coperta, nella mente ancora l’immagine del volto di sua moglie che gli riversa addosso tutto il suo disprezzo.
Mentre scende dal tatami, sente una carezza di velluto sfiorargli il piede : Chiyo, il gatto di sua moglie, reclama la sua dose di affetto e cibo.
Ancora stordito dall’incubo gli butta qualche croccantino e si avvia in cucina.
La sua presenza e’ diventata per Yoshino un costante ricordo di errori e manchevolezze.
Mentre si prepara la colazione, squilla il telefono.
Ciao “chichi”,  tutto bene?
E’ suo figlio, il cui affetto ed attenzione assomigliano a quelle che lui riserva al gatto : un misto di abitudine e senso di colpa.
Certo Inio, tutto bene,  non ti preoccupare.
Ma il figlio non e’ stupido, riesce a leggere oltre le semplici parole, e capisce : dopo tre mesi dall’incidente quel lieve fremito di paura nella voce gli conferma che, no, non va per nulla bene.
Ancora quegli incubi vero?
Non c’e’ nulla di cui vergognarsi..
Ma il vecchio e’ testardo ed orgoglioso fino alla cattiveria.
Smettila di parlare di queste cose, tu non puoi sapere..
Vivi la tua vita, e lasciami stare.
Poi si pente, del tono e delle parole, ma ormai e’ troppo tardi.
Come vuoi, ma se hai bisogno io sono qui. Ora vado al lavoro, ciao.
Anch’io, e scus..
Lo smartphone e’ silenzioso, nella stanza le uniche cose rimaste sono il respiro del vecchio ed il miagolare del gatto.

Yoshino Hideoshi e’ responsabile di vendita di una delle piu’ importanti succursali di Tokyo della Yamasi Den, colosso giapponese nella distribuzione di materiale elettronico.
E’ anche una delle aziende dove si sono verificati il maggior numero di suicidi.
“karoshi” lo chiamano, morte da lavoro eccessivo.
Turni massacranti, regole inumane, condizioni di lavoro ai limiti dello schiavismo.
Cosi’ dicono.
Ma Yoshino non e’ d’accordo.
Il lavoro e’ lavoro, punto e basta.
E se qualcuno preferisce “licenziarsi” dalla vita invece che accettare la sfida, faccia pure.
Questo era causa di frequenti litigi fra lui e sua moglie.
Finch’e’ il mondo non si e’ capovolto, mandando in frantumi due vite ed un matrimonio.
Una profonda crepa si e’ creata nella sua armatura da samurai:ora Yoshino ora ha paura non e’ piu’ sicuro di nulla.
Oggi come ogni mattina, torna al lavoro con l’armatura rattoppata alla bell’e meglio:si sente parte integrante di quella inarrestabile macchina da guerra che invade ogni mattina le strade della citta’.
Al suo ingresso in ufficio la giovane segretaria lo accoglie con un deferente inchino.
Nessuno dei suoi collaboratori riesce a fissarlo negli occhi piu’ di qualche breve istante, e questo gli succede anche con amici e parenti.
L’unica che riusciva a reggere il suo sguardo severo era sua moglie. E questo gli manca, terribilmente.
La giornata si preannuncia noiosa e routinaria : una serie di colloqui di verifica su di un campione di dipendenti per saggiarne affidabilita’ e dedizione.
La prima che gli si siede davanti e’ una giovane ragazza.
Sembra calma e serena, nella sua divisa blu scuro, sobria e senza fronzoli.
Un piccolo soldatino irregimentato, che attende l’ispezione di ordinanza con un ampio soriso.
Lei si chiama..-Yoshino prende dal tavolo una sottile cartelletta gialla-...Kagome, vero?
La ragazza china la testa in un gesto di affermazione.
Silenzio.
Le piace questo lavoro?
Stesso gesto, stesso sorriso.
Bene, sorride compiaciuto Yoshino.
Il suo curriculum e’ impeccabile come dice la sua scheda di servizio.
La ragazza tiene entrambe le mani nascoste sotto la scrivania, ogni tanto solleva lo sguardo e continua a sorridere.
Sara’ una lunga giornata-pensa Yoshino-ma perlomeno soddisfacente. Ripone la cartelletta e nel farlo urta una penna argentata con il logo dell’azienda, che rotola oltre il bordo della scrivania.
Mentre si china per raccoglierla il suo sguardo cade sulle mani nascoste della ragazza.
Sono aggrovigliate disperatamente in un nodo inestricabile, pallide  per la mancanza di circolazione.
Quello che al di sopra era un mare calmo, sotto si rivela essere un oceano in tempesta.
Yoshino si risolleva reprimendo a stento l’ira e congeda frettolosamente la ragazza.
Essa si alza di scatto, trattenendosi palesemente dal non correre verso l’uscita.
Un altro piccolo pezzo di armatura che si sgretola.

Tornando a casa, molte ore dopo, compra un cartoccio di pollo fritto e lo divora avidamente, schiacciato dalla moltitudine di pendolari che affrontano con lui il lungo viaggio in metropolitana.
Chiyo lo attende oltre la porta di casa, agitando nervoso la coda.

I MORTI NON RISORGONO

Oggi mi sono svegliato presto.
Ho aperto gli occhi sul piccolo familiare universo della mia stanza, ho contato fino a dieci e mi sono alzato.
Come tutte le mattine un flusso disordinato di pensieri ha invaso la mia mente.
Ho cominciato con pazienza a mettere ordine in questo sciame di dubbi e paure che giornalmente mi augura il buongiorno, cercando di iniziare al meglio la mia giornata.
Riacquistato il controllo, tutto ha iniziato a scorrere nella giusta direzione.
Un meccanismo ben oliato, fatto di piccoli gesti, ripetuti all’infinito : l’unico modo che ho trovato per riuscire a sopravvivere.

Fino a poco tempo fa la mia vita era un caos senza forma.
Ogni giorno una matassa di ore caotiche, un tempo indefinito e claustrofobico avvolto da un velo impenetrabile, settimane e mesi incollati fra loro in una lunga catena senza inizio ne fine.
L'unica costante era quello si nascondeva dietro quel velo, nell'ombra oscura di ogni mia giornata : il dolore.
Questo mostro spietato aveva completamente cancellato il concetto di tempo dal mio mondo utilizzando le sue armi migliori : la perdita, la solitudine, l'abbandono.
La tua perdita, la mia solitudine, il nostro abbandono.
Come un animale ha difeso il territorio divorando ogni speranza, ogni momento di serenita' che osasse invaderlo.
Vagavo tra le macerie della mia vita, senza meta come quei giocattoli di latta che aspettano solo che la chiavetta finisca il suo giro per riposarsi definitivamente.
Ma per me il riposo non arrivava mai.
Ogni giorno una mera alternanza di luce e buio : una lenta, inevitabile deriva.
Poi, improvvisamente, mi e’ apparso chiaro che per sopravvivere dovevo creare un tempo solo mio, dandogli anima, ritmo ed uno scopo ben preciso.
Era tutta una questione di organizzazione.
Solo cosi’ potevo sperare di sconfiggere il dolore : seppellendolo sotto tonnellate di quotidianita’.
Basta continuare a sprecare le giornate.
Basta perdersi in questa nebbia anestetizzante.
Mi sono ricordato di quella promessa che ti feci tanti anni fa : di cominciare a mettere ordine nella mia vita, di dargli forma e sostanza.
Ed e' finalmente arrivato il momento di mantenerla, quella promessa.
A partire da oggi.

Dopo essermi alzato mi sono lavato meticolosamente, mi sono fatto la barba, ho pulito il rasoio e l'ho riposto in un cassetto.
Mentre osservavo il mio volto riflesso nello specchio, ho fatto fatica a riconoscerlo, quasi che i lineamenti un tempo familiari avessero iniziato a perdere di consistenza.
Un po’ come tutto, del resto.
Ma c'e' ancora speranza, ne sono certo.
Lungo i bordi del vetro c'e' una lunga fila di bigliettini, su ognuno dei quali la mia calligrafia incerta mi ricorda cosa fare e quando.
Ogni minuto della mia giornata e' li segnato in bella evidenza.
Questa organizzazione sara' la mia salvezza.
Sara' cosi' tutti i giorni da ora in poi, fino a che io non diventi una macchina, precisa e perfetta.
Ho iniziato a vestirmi facendo attenzione ad abbinare colori e comodita'.
Ti vedo ancora qui accanto a me, ad aiutarmi con i tuoi ironici rimproveri.
Che non vestivo bene, che non aiutavo in casa, che ero pigro e distratto.
Chiuso nella prigione delle mie manie, lontano da tutti, te compresa.
Per tanto, troppo tempo.
E' gia passato un mese, ora lo so.
E’ giunta l’ora di ricominciare.

mercoledì 8 agosto 2018

Numeretti

Le mie conoscenze in matematica sono a un livello che definire basale é un eufemismo.
Non ricordo più neppure come ricavare una funzione e fatico a rappresentare i più banali concetti statistici.
Ciononostante i numeri mi hanno sempre affascinato perché in essi mi par di vedere un percorso che, dal semplice far di conto, giunge fino a rappresentazioni formali della fisica fondamentale. E si spinge oltre, fino a dei "di per sé" apparentemente slegati da qualunque realtà fisica: come scavare un buco sempre più profondo, seguendo precise procedure, senza sapere se mai servirà a qualcosa.
Forse questa fascinazione é dovuta all’attrazione che l’ignoranza riserva, a volte, verso ciò che si conosce solo di striscio.

Numeri naturali 
I numeri naturali sono 0 1 2 3 etc... anzi questa é solo la loro rappresentazione grafica in uno specifico sistema di numerazione, quello decimale. É un sistema che ha i suoi vantaggi: con 10 simboli (compreso lo 0) siamo in grado di rappresentare anche numeri molto grandi e fare calcoli con una discreta efficienza. 
Non é l'unico, ne esistono altri, con o senza lo zero, ma é comunque uno dei più utilizzati perché noi abbiamo 10 dita e il primo sistema di conteggio sono proprio loro.
I processori, che non hanno dita ma transistors che fanno passare(1) o no(0) una corrente, utilizzano una rappresentazione binaria che, per loro, é la migliore; i Maya invece utilizzavano un sistema a base 20 (con lo zero) e alcuni popoli messicani un sistema a base 8 perché usavano, per contare, gli spazi tra le dita piuttosto che le dita stesse.
Lo 0 consente un sistema posizionale, ossia ogni numero indica unità, decine, centinaia etc a seconda della posizione che assume. Non é l'unico modo ma é il più efficace, altrimenti tocca fare come gli Antichi Romani e usare un simbolo che identifichi il 10, il 100, il 1000 e così via; loro usavano anche un grafo specifico per il 5 e i suoi multipli oltre un plus posizionale per distinguere la 4ª cifra e non allungare ulteriormente la rappresentazione grafica già impegnativa.

mercoledì 25 luglio 2018

Il Senso della Vita

Partiamo con una semplice domanda: cos'è la vita?
Intendo in senso biologico... non fatevi fregare dal titolo!
Okkey, allora dovrebbe essere più semplice dare una risposta se non consideriamo necessità filosofiche o finalità esistenziali. Invece rimane comunque difficile metterci d'accodo su una definizione condivisa, condivisa da tutti.
"Ma come?" direbbe qualcuno "Checcevole!? Mica c'è da esse Einstein! Se respira, se magna, se tromba. Tutto qua!".
Come indica costui, l'individuazione di tali funzioni appare appropriata per un bel pezzo dell'albero della vita: molte creature respirano, mangiano e si riproducono e se allentiamo tali concetti vediamo che restano validi anche per chi non ha un'apparato respiratorio, non ha neppure quello digerente e tanto meno organi copulatori veri e propri: i protozoi e i batteri.
Questi organismi unicellulari non dispongono, ovviamente, di polmoni, bocca e pene ma, in soldoni, fanno anch'essi le medesime cose dei metazoi (che siamo noi e tutti quelli costituiti da più cellule che formano tessuti diversi): traggono dall'ambiente l'energia, gli elementi costitutivi delle loro strutture e si moltiplicano.
* Inciso tecnico
Sull'atto del nutrirsi risulta, probabilmente, facile comprendere che, anche senza una vera e propria bocca, esistono altri modi per fare passare i nutrimenti esterni all'interno; per esempio assorbendoli attraverso una membrana o, come fanno le amebe, avvolgendoli fino a internalizzarli. Invece fatichiamo a individuare nella respirazione qualcosa di diverso dall'atto di inspirare e espirare l'aria nei polmoni. In realtà quello é solo il primo passo del percorso che porta l'ossigeno dagli alveoli polmonari ai globuli rossi del sangue poi da questi ai tessuti in cui si svolge la respirazione cellulare che ci permette di sfruttare il nostro gas preferito per ricavare la massima energia dai substrati, producendo come scarto l’anidride carbonica (aka biossido di carbonio aka CO2 ) che segue il percorso inverso. Il resto è solo trasporto e le modalità dello stesso cambiano: gli insetti respirano ma non hanno né polmoni né globuli rossi, idem le piante. 




domenica 17 giugno 2018

AL DI LA' DEL TEMPO E DELLO SPAZIO

L’uomo e’ un animale irrequieto.
Non ci accontentiamo proprio di vivere il nostro tempo, ci sentiamo intrappolati in una esistenza troppo lineare che porta dalla culla alla tomba, e finiamo per domandarci costantemente che futuro ci aspetta o come sarebbe andata se avessimo compiuto scelte differenti.
Lontani anni luce dalle pragmatiche filosofie orientali che concepiscono il presente come l'unica realta’ possibile, siamo curiosi di saper cosa c’e’, ci sara’ o c’e’ stato, dietro al famigerato "Angolo". E’ la nostra natura ribelle, che cerca di liberarsi dalla schiavitu’ di schemi e ritmi troppo rigidi. Immaginiamo percio’ che il suddetto "Angolo" sia grande abbastanza per nascondere l’intera nostra esistenza passata e futura, od infiniti mondi alternativi al nostro e che si riesca, un giorno, a darci una sbirciatina.
E la scienza, figlia nobile della nostra atavica curiosita’, cercando affannosamente di spiegare tutto, ci illude che questo “tutto” sia davvero gia’ a portata di mano.
Le teorie filosofiche di Giordano Bruno, i buchi neri, la relativita’, la quarta dimensione, la teoria delle stringhe : a piccoli passi ci avviciniamo alla meta.
Per nostra fortuna la fantasia corre molto piu’ veloce della realta’.
E si muove su due dimensioni : il tempo e lo spazio.

 Il tempo 

Scienza e fantascienza sono riusciti a definire almeno quattro modi per viaggiare nel tempo:

 L’animazione sospesa 

Gia’ nell’ottocento alcuni scrittori avevano intuito quale fosse il modo piu’ sicuro e semplice di viaggiare nel tempo : addormentarsi per poi risvegliarsi anni dopo nel proprio futuro.
Minima fatica, massimo risultato.
Ti perdi “solo” un pezzetto di vita, ma potrebbe essere un danno accettabile per sfamare la nostra insaziabile curiosita’.
E’ quello che accade a Rip van Winkle nel racconto di Washington Irwing del 1819, che si addormenta per vent’anni sotto un albero, risvegliandosi poi alla fine della guerra (nella fattispecie quella d’indipendenza americana) che nel frattempo lo ha privato di moglie ed amici.
Anche il protagonista de “Il risveglio del dormiente” (1899) di H.G.Wells, dopo un sonno lungo ben 203 anni, viene riconsegnato ad un mondo irriconoscibile ed ostile.
Di sospensione vitale (in questo caso tramite erbe dalle misteriose proprieta’) e conseguente viaggio nel futuro si parla anche nel romanzo di Emilio Salgari : “Le meraviglie del duemila” del 1907.
Questi primi esempi di romanzi fantascientifici, oltre al puro intrattenimento, avevano l’obiettivo di fungere da monito per una societa’ che gli autori vedevano cambiare troppo rapidamente.
Il sonno criogenico e’ ancora l’unico sistema concreto e praticabile che abbiamo ipotizzato per riuscire a sfidare le leggi della natura e del tempo.
Sara’ utile in futuro per affrontare i lunghi viaggi interstellari, come e’ gia utile ora per rendere credibili i films di fantascienza.
Come ogni sistema, ha pero’ ha i suoi rischi.
In “Pandorum” (2009) di Christian Alvart, ad esempio, il precoce risveglio di parte dell’equipaggio di una astronave interstellare crea un caotico miniuniverso dove passato e presente finiscono per coesistere con effetti devastanti.
In “Iceman Cometh” (nelle due versioni del 1989 e del 2014) un guerriero samurai ed il suo acerrimo rivale precipitano in un ghiacciaio e si risvegliano duecento anni dopo per continuare la loro sfida.
In “Demolition man” (1993) e’ il turno di Silvester Stallone e Wesley Snipe, rispettivamente nei ruoli di poliziotto e criminale, di riproporre gli stessi schemi narrativi.
Questo sistema pero’ puo' essere utilizzato per viaggiare in una unica direzione : il futuro.
In “Stati di alterazione” di Ken Russel (1980) invece, il protagonista (William Hurt),  richiuso per un esperimento in una capsula di deprivazione sensoriale, subisce una regressione fisica e psichica che lo trasforma in un uomo primitivo : e’ un anomalo viaggio temporale, dove il tempo si modifica solo per lui.

domenica 25 marzo 2018

LA BELLEZZA DEL MOSTRO (seconda parte)

Interviste con i vampiri

Un pipistrello svolazza inquieto all’interno di un maniero.
Improvvisamente si trasforma in un uomo riccamente agghindato che evoca una fanciulla in candide vesti.
Essa comincia ad aggirarsi come sonnambula, quindi sparisce.
L’uomo misterioso terrorizza due malcapitati visitatori con apparizioni di scheletri e vecchie megere, e alla fine arretra sconfitto e spaventato davanti ad una enorme croce.
L’anno e’ il 1897, ed il cortometraggio di soli tre minuti si chiama “Le manoir du diable”, ed e’ considerato il primo film horror della storia.
Anche se il regista, quel George Melies che fu vero pioniere della cinematografia mondiale ed autore del ben piu’ famoso “Viaggio nella luna” (1902), calca la mano sull’effetto grottesco come nella piu’ classica slapstik comedy, gli elementi ci sono già tutti : il pipistrello, il castello, la dama soggiogata, la croce come arma finale.
Il nostro succhiasangue preferito, aveva emesso il suo primo vagito.

L’essere che si nutre delle vite degli altri e sulle quali ha totale ed incontrastato potere ha fatto la sua apparizione nei secoli sotto le piu’ varie sembianze : una decadente aristocratica come la contessa ungherese Erzsebet Bathory (1560-1614) che faceva toeletta nel sangue delle sue malcapitate cortigiane, o un crudele condottiero come Vlad Tepes (1431-1476), cavaliere dell’ordine del Drago (da cui il nominativo Dracul e tutto cio’ che ne e’ conseguito) ed alfiere della cristianità’ nell’Europa occidentale di cui proteggeva i confini con vere e proprie muraglie di nemici impalati.
In questi oscuri periodi storici, dove il potere si credeva al di sopra di ogni giudizio umano e divino, spesso il mostro si nascondeva, pronto a liberare la propria selvaggia natura sicuro di godere di  impunibilita’.
 Per fortuna non era sempre cosi’ : la contessa vampira ad esempio, venne scoperta e murata viva per i suoi crimini.
Oggi, iconica presenza dalle molteplici chiavi di lettura, infesta cinema e letteratura con la sua decadente bellezza.

Nel periodo d'oro del cinema horror le case produttrici inglesi ed americane pareva si fossero salomonicamente spartiti i vari archetipi : gli inglesi, specializzandosi in films sui vampiri, gli americani sfruttando il mostro di Frankenstein e l'Uomo Lupo.
Con una illustre eccezione.
Nel 1931 Tod Browning  porta sullo schermo l'adattamento teatrale del romanzo di Stoker e, dopo la rinuncia di Lon Chaney (attore carismatico famoso per la sua versatilita' e protagonista assoluto dell'epoca del cinema muto), affida il ruolo del diabolico Conte a chi gia lo stava interpretando a teatro : il quarantenne attore di origini ungheresi Bela Lugosi, spalancandogli cosi' le porte del successo planetario.
Nonostante i numerosi films interpretati, fino al suo triste declino con l'apparizione in "Plan 9 from outer space"(1958) di Ed Wood, definito il “piu' brutto film della storia”, verra' in seguito ricordato soprattutto per questo suo primo ruolo, tanto che la famiglia volle che venisse seppellito con il suo fedele mantello rosso e nero.
La sua rappresentazione di Dracula e’ ben diversa dal mostro deforme del film di Murnau : spariti i canini appuntiti (che in Nosferatu lo facevano apparire come un ripugnante roditore) il suo fascino ipnotico era affidato solamente ai carismatici occhi, messi in evidenzia da una sapiente illuminazione.
Essi torneranno nella versione di Dracula piu' rappresentata, quella di  Cristopher Lee, con la bocca grondante sangue e lo sguardo folle ed affamato.
Il vampiro e’ forse il mostro che negli anni ha avuto le piu' varie trasformazioni, modificando stile e spirito a seconda del periodo storico a cui apparteneva.
Cosi’ l'essere contorto del film di Murnau e lo sguardo ipnotico di Bela Lugosi sono figli delle interpretazioni enfatiche e teatrali classiche del cinema muto e dei primi anni quaranta, mentre il Dracula della Hammer, poi ripreso nei fumetti da Marv Wolfman e Gene Colan, con la sua sanguigna carnalita’ e’ il tipico personaggio del cinema degli anni cinquanta /sessanta.