venerdì 7 settembre 2018

HORROR VACUI

Io non sono pazzo.
So che lo pensate, che lo sussurrate tra di voi quando, le poche volte che ho il coraggio di uscire di casa, affronto i vostri sguardi sospettosi, i vostri mezzi sorrisi di scherno.
Anche in casa, attraverso le pareti, sento ogni giorno un brusio come di vespe impazzite che confabulano e pronunciano il mio nome.
Riconosco ogni vostra parola, il giudizio inappellabile che gronda da ogni frase bisbigliata alle mie spalle.
Un veleno mortale il cui unico antidoto e’ la verita’, che solo io porto dentro al cuore.
Ed e’ per questo che ho deciso di raccontarla al mondo.

Quando ero giovane vivevo in una fattoria a pochi chilometri dalla grande citta’, abbastanza lontano da sentirmi isolato da tutto e da tutti.
E pienamente felice di esserlo.
Gli altri ragazzi li vedevo ogni mattina il pulmino giallo che ci veniva a prendere davanti alle nostre case.
Io stavo seduto in fondo a giocherellare con un elastico, tranquillo e dimenticato.
Poi a scuola, un enorme edificio in mattoni grigi vicino al parco cittadino, stavo in silenzio ad attendere che il tempo passasse, aggrappato al banco coperto di incomprensibili ghirigori.
Una piccola isola solitaria in balia della corrente.
Qualcuno dei miei compagni mi guardava con sospetto, la maggior parte non si rendeva nemmeno conto che ero li.
Stretto in un paio calzoni troppo grandi ed una camicia di mio padre riadattata per l’occasione, stavo per ore ad osservare la maestra che spiegava.
Ma non guardavo davvero lei.
Dietro le sue spalle c’era una enorme lavagna nera che faceva da sfondo alle mie fantasie.
Piccoli mostri squamosi si rincorrevano, cose striscianti fuggivano a rintanarsi nelle loro tane, snelle figure alate sfrecciavano senza posa da un lato all’altro.
Sullo sfondo di questo brulicare inarrestabile c’era il nero immenso dei miei pensieri.
Anche la maestra si accorgeva a malapena di me : ero una presenza scontata e poco interessante.
La mia resa scolastica era nella media, senza eccessi ne in basso ne in alto, ma sufficiente a garantirmi ogni anno la promozione la successivo.
Ero un’entità evanescente e sfuggevole in un mondo perennemente distratto.
E la cosa non mi turbava minimamente.
Nella grande casa di campagna in cui abitavo con i miei genitori il tempo veniva scandito da semplici operazioni : la mungitura delle vacche, la raccolta delle uova, i giorni dell’aratro e del fieno, la cena e le preghiere.
Mio padre, un uomo gentile e riservato, era spesso lontano a lavorare nel campo; mia madre invece restava a casa a sbrigare le faccende ed a distribuire botte ed affetto in egual misura.
La nostra era una famiglia anomala : ero figlio unico dove piu’ spesso si cercava di generare quanta piu’ forza lavoro possibile per condividere i molti oneri ed i pochi onori.
I miei doveri si limitavano ad accudire le bestie ed a frequentare la scuola. Il resto resto del tempo era dedicato ai giochi ed alle mie cose private.
Due soprattutto mi tenevano occupato : raccogliere ossa e scheletri di animali e leggere libri.
La mia cultura personale cresceva su libri illustrati che trovavo ogni settimana sul carretto del robivecchi che passava di porta in porta per raccogliere le cose inutili.
Atlanti di animali fantastici, libri d’avventure in terre inesplorate, e su tutti un volume dal titolo roboante : “ Wunderkammer, un viaggio attraverso il tempo”.
Passavo ore prima di addormentarmi immerso nelle sue illustrazioni di stanze ricolme di oggetti esotici e misteriosi : ogni foto o disegno traboccava di coloratissimi uccelli impagliati, scansie stracolme di barattoli in cui galleggiavano strane cose biancastre, pareti che scomparivano sotto una moltitudine di quadri dalle mille dimensioni e dai piu’ strani soggetti.
Vere e proprie camere delle meraviglie, come diceva il titolo che mi feci opportunamente tradurre, collezioni degli oggetti piu’ strani raccolti da ricchissimi nobili nel corso dei loro viaggi.
Cosi’ raccontava il libro, ed io mi perdevo in questo mondo fantastico.
Quindi decisi di crearne uno tutto mio, e se non riuscivo a trovare tutte le cose che desideravo avere, me le sarei costruite da solo.
Provai ad impagliare un uccello trovato morto sul greto del fiume, dandogli una posizione vitale tramite un’impalcatura di fil di ferro.
Non sapevo che bisognasse togliere prima qualunque parte organica, e dovetti gettarlo dopo che l’odore delle viscere putrefatte aveva reso irrespirabile.
Quindi passai ad immergere delle lucertole vive nella cera ed a conservarle dentro barattoli di vetro.
Di ossa invece se ne trovavano in abbondanza, di ogni forma e dimensioni, e come un dio folle, le assemblavo nelle forme piu’ fantasiose, creando specie animali mai esistite : piccoli felini con grandi ali, serpenti dotati di lunghe zampe.
A volte inserivo nelle mie creazioni pezzi di latta e di gomma, rami dalle forme strane e stracci colorati.
Tutto serviva per arricchir la mia memorabilia di oggetti perduti, cose morte e dimenticate che ritrovavano un nuovo significato nel mio piccolo personalissimo museo.
Li appendevo al soffitto della casetta di legno che mio padre mi aveva costruito su di un albero in giardino, e nella quale mi rifugiavo appena potevo.
I miei genitori erano troppo impegnati nelle proprie faccende per porre un freno al mio desiderio di onnipotenza.
Il mondo era mio, e volevo poterne disporre a mio piacimento.
Soprattutto d’estate, quando i libri ed i quaderni finivano in soffitta, e per due mesi venivo esonerato da qualunque fatica.
Il tempo allora si dilatava a mio piacimento ed io passavo le ore setacciando i campi polverosi alla ricerca dei miei tesori.
Ero concentrato nella mia ricerca e nei miei progetti fantastici anche quell’estate, quando scivolai e caddi in un pozzo nascosto dal fitto sottobosco.
Era una fenditura nel terreno forse originata da qualche terremoto e coperta da un intrico di radici.
Dopo una breve caduta picchiai duramente sul fondo di terra e le pareti di roccia si chiusero su di me nascondendomi alla luce del sole.
Quindi persi i sensi per un tempo indefinito.

Fu terribile risvegliarsi e non sapere se il cielo esisteva ancora oltre quel buio assoluto.
Riuscivo a muovere mani e braccia e quindi provai ad arrampicarmi ma senza successo : le pareti erano troppo lisce ed umide.
Per fortuna nelle tasche della salopette c’erano una bottiglia d’acqua ed un pacchetto di crackers.
Ringraziai mentalmente mia madre per avere insistito nel portarmi dietro qualcosa da mangiare.
Quindi provai a richiamare l’attenzione di qualcuno.
Gridai per un tempo indefinito, fino a farmi male.
Dopo questo inutile tentativo sentii crescere inevitabilmente il panico.
Un’onda di piena, implacabile e devastante.
Cercai subito di resistere tentando di ragionare e di ridurre al minimo gli sforzi.
La situazione era momentanea, qualcuno mi avrebbe salvato.
Percio’ cominciai ad organizzarmi.
Mangiare e bere il minimo indispensabile, dormire per recuperare le forze ed utilizzare le energie per segnalare la mia situazione a chiunque fosse in ascolto.
Ogni tanto provavo inutilmente a risalire, finche’ non mi arresi definitivamente.
Tentai di distrarmi creando nel buio assoluto che mi avvolgeva le mie storie fantastiche, e per un po’ la mia mente riusciva a fuggire da quel buco oscuro e silenzioso.
Poi l’acqua ed il cibo finirono e con loro le forze e la speranza.
Il sonno divenne perdita di conoscenza, la veglia un delirio senza fine.
Ero ad un passo dalla follia, annegato nel mio mondo di pietra e buio, quando finalmente arrivo’ Lui.
Prima un leve raspare su di una spalla, poi qualcosa inizio’ a strisciarmi sul viso.
Aprii gli occhi e vidi un lucore muoversi accanto a me.
Una testa piatta e squamosa, due voragini al posto delle orecchie, le narici frementi, gli occhi intrappolati sotto uno spesso strato di pelle biancastra.
La pelle emanava una pallida luce, che pulsava in sincrono con i movimenti della corta lingua con la quale stava leccando avidamente il sudore dalla mia fronte.
Sembrava non avesse alcuna paura di me, ne intenzione di andarsene.
Ad ogni mio minino rumore si sollevava in tutti i suoi pochi centimetri di lunghezza, poi ricominciava a nutrirsi.
Ogni tanto si allontanava sparendo in qualche anfratto, per poi tornare ad ascoltarmi in silenzio.
Percepii da subito che la sua presenza mi calmava, come se emanasse una qualche sostanza ipnotica.
Fu la mia ancora di salvezza in quella voragine di orrore in cui ero precipitato.
Io per lui ero cibo e compagnia, per me lui era la mia unica speranza di rimanere sano di mente.
Inizio’ a portarmi piccoli insetti che trovava chissa’ dove, ed io li accettavo senza pensarci troppo e cosi’ riprendevo lentamente le forze.
Anche Lui stava subendo un’evoluzione : la sua luce ora rsplendeva con maggiore intensita’.
Per la maggior parte del tempo galleggiavo in un limbo mentale dove si confondevano realta’ e fantasia, cullato da una pace anestetizzante.
A volte come in sogno vedevo i miei piccoli animaletti di ossa danzarmi in tondo attorno ai piedi. Altre volte invece sentivo solo il nulla, e dentro quel nulla la sua lingua che continuava instancabile a leccarmi la faccia.
Cosi’ passo’ altro tempo.
Sopravvivevo nutrendomi di lombrichi e coleotteri e leccando le pareti umide della mia cella.
Fino a che, un giorno, la luce penetro’ finalmente nella mia prigione.
Lui fuggi’ spaventato, io iniziai a gridare aiuto.
Ma anche se la voce che mi era rimasta era appena percepibile fu comunque sufficiente per richiamare l’attenzione dei miei salvatori.
Qualcuno gridava il mio nome, sentii il rumore di qualcosa che veniva calato dall’alto, poi una mano mi tocco’ la spalla.
Mente venivo sollevato verso la salvezza udii distintamente uno dei miei soccorritori emettere un gemito ed affermare che qualcosa lo aveva morso. Cosi’ seppi che il mio compagno di disavventura non era felice di vedermi andar via.
Mentre il mondo conosciuto si ricomponeva intorno a me, lasciai che la stanchezza prendesse il sopravvento sulla felicita’ e persi conoscenza.
Seppi piu’ tardi, mentre nel letto dell’ospedale assistito da mia madre mi riprendevo completamente, che era passata una settimana dalla mia sparizione.
Era un inspiegabile miracolo che fossi riuscito a sopravvivere cosi’ a lungo.
Io avevo qualche idea in proposito ma non dissi nulla.
In poco tempo tornai a casa, ma non ebbi piu’ il coraggio di uscire dalla mia camera.
La mia mente doveva ricreare l’ambiente claustrofobico in cui ero rimasto per tanto tempo.
Solo cosi mi sentivo al sicuro.
I miei genitori mi avevano fatto incontrare uno psicologo, ma preferivo guarire in solitudine.
Rimanevo intere giornate sotto le coperte, e spesso vi consumavo anche i pasti.
Oppure chiuso nell’armadio al buio tentando di replicare la situazione che avevo vissuto e che ora era diventata la mia unica realta’ possibile.
Dormivo pochissimo, con tutti i sensi all’erta a scrutare il mondo.
Fuori il vuoto del cielo mi faceva paura.
Trasferii tutte le mie cose nella stanza dove abitavo, cercando di riempire quanti piu’ spazi possibili.
Poi una notte, intravidi una forma scura uscire da una fessura in una delle poche zone ancora scoperte di una parete : Lui, non so ancora come, mi aveva trovato.
Mi scivolo’ vicino con le sue zampe a ventosa e comincio’ subito a leccarmi la faccia.
Riprovai quella sensazione di serenita’ che mi aveva aiutato a sopravvivere nel pozzo, e finalmente riuscii ad addormentarmi.
Ora tutto era perfetto.
Il nostro rapporto simbiotico duro’ per mesi.
Ogni sera usciva dalla sua tana, gironzolava un po’ poi veniva a nutrirsi.
Io guarivo da quella terribile avventura, lui cresceva succhiando avidamente le mie lacrime e il mio sudore.
Oramai aveva raggiunto le dimensioni di un piccolo gatto.
Notai anche che i suoi due occhi ciechi si stavano lentamente aprendo al mondo, e quel mondo ero io.
Poi mio padre, dopo aver scoperto di essere seriamente malato, decise di vendere il terreno e la casa e di trasferirsi nella grande citta’.
La separazione fu drammatica per entrambi : ma se io ero sicuro che il tempo potesse guarire ogni ferita, per lui sembrava fosse tutt’altra storia.
La notte prima della partenza mi guardo’ con due occhi gialli ormai quasi completamente liberati, e mi mostro’ i denti in segno di totale disapprovazione.
Forse aveva fiutato la mia tensione e capito che qualcosa non andava.
Ormai nelle sue ragguardevoli dimensioni riusciva ad essere decisamente minaccioso.
Chiusi la porta della stanza don una stretta al cuore e sentii distintamente qualcosa piombarvi contro con isterica violenza.
Chiuso nella macchina nascosto dietro le tendine abbassate guardavo la casa allontanarsi e contemporaneamente sentivo il panico crescere dentro di me.
Mi resi conto allora che nemmeno per me sarebbe stato facile.

IL MANGIA-SOGNI

La macchina fila veloce sulla strada appena bagnata.
L’uomo alla guida e’ nervoso ed aumenta la velocita’, le mani due morse sul volante.
La donna accanto osserva accigliata l’uomo, poi esplode furente in un’invettiva.
L’uomo si gira appena, ma non accenna a ridurre l’andatura.
Oltre una curva appaiono due occhi gialli che guardano il mostro di metallo che gli corre incontro.
L’uomo tenta la frenata, ma la macchina inizia a sbandare e vola oltre la strada.
Mentre ruotano, si gira spaventato verso la donna il cui volto e’ una maschera d’odio, un fiume di capelli neri che danzano come tentacoli.

Yoshino di solito a questo punto si sveglia, le mani che artigliano disperatamente la coperta, nella mente ancora l’immagine del volto di sua moglie che gli riversa addosso tutto il suo disprezzo.
Mentre scende dal tatami, sente una carezza di velluto sfiorargli il piede : Chiyo, il gatto di sua moglie, reclama la sua dose di affetto e cibo.
Ancora stordito dall’incubo gli butta qualche croccantino e si avvia in cucina.
La sua presenza e’ diventata per Yoshino un costante ricordo di errori e manchevolezze.
Mentre si prepara la colazione, squilla il telefono.
Ciao “chichi”,  tutto bene?
E’ suo figlio, il cui affetto ed attenzione assomigliano a quelle che lui riserva al gatto : un misto di abitudine e senso di colpa.
Certo Inio, tutto bene,  non ti preoccupare.
Ma il figlio non e’ stupido, riesce a leggere oltre le semplici parole, e capisce : dopo tre mesi dall’incidente quel lieve fremito di paura nella voce gli conferma che, no, non va per nulla bene.
Ancora quegli incubi vero?
Non c’e’ nulla di cui vergognarsi..
Ma il vecchio e’ testardo ed orgoglioso fino alla cattiveria.
Smettila di parlare di queste cose, tu non puoi sapere..
Vivi la tua vita, e lasciami stare.
Poi si pente, del tono e delle parole, ma ormai e’ troppo tardi.
Come vuoi, ma se hai bisogno io sono qui. Ora vado al lavoro, ciao.
Anch’io, e scus..
Lo smartphone e’ silenzioso, nella stanza le uniche cose rimaste sono il respiro del vecchio ed il miagolare del gatto.

Yoshino Hideoshi e’ responsabile di vendita di una delle piu’ importanti succursali di Tokyo della Yamasi Den, colosso giapponese nella distribuzione di materiale elettronico.
E’ anche una delle aziende dove si sono verificati il maggior numero di suicidi.
“karoshi” lo chiamano, morte da lavoro eccessivo.
Turni massacranti, regole inumane, condizioni di lavoro ai limiti dello schiavismo.
Cosi’ dicono.
Ma Yoshino non e’ d’accordo.
Il lavoro e’ lavoro, punto e basta.
E se qualcuno preferisce “licenziarsi” dalla vita invece che accettare la sfida, faccia pure.
Questo era causa di frequenti litigi fra lui e sua moglie.
Finch’e’ il mondo non si e’ capovolto, mandando in frantumi due vite ed un matrimonio.
Una profonda crepa si e’ creata nella sua armatura da samurai:ora Yoshino ora ha paura non e’ piu’ sicuro di nulla.
Oggi come ogni mattina, torna al lavoro con l’armatura rattoppata alla bell’e meglio:si sente parte integrante di quella inarrestabile macchina da guerra che invade ogni mattina le strade della citta’.
Al suo ingresso in ufficio la giovane segretaria lo accoglie con un deferente inchino.
Nessuno dei suoi collaboratori riesce a fissarlo negli occhi piu’ di qualche breve istante, e questo gli succede anche con amici e parenti.
L’unica che riusciva a reggere il suo sguardo severo era sua moglie. E questo gli manca, terribilmente.
La giornata si preannuncia noiosa e routinaria : una serie di colloqui di verifica su di un campione di dipendenti per saggiarne affidabilita’ e dedizione.
La prima che gli si siede davanti e’ una giovane ragazza.
Sembra calma e serena, nella sua divisa blu scuro, sobria e senza fronzoli.
Un piccolo soldatino irregimentato, che attende l’ispezione di ordinanza con un ampio soriso.
Lei si chiama..-Yoshino prende dal tavolo una sottile cartelletta gialla-...Kagome, vero?
La ragazza china la testa in un gesto di affermazione.
Silenzio.
Le piace questo lavoro?
Stesso gesto, stesso sorriso.
Bene, sorride compiaciuto Yoshino.
Il suo curriculum e’ impeccabile come dice la sua scheda di servizio.
La ragazza tiene entrambe le mani nascoste sotto la scrivania, ogni tanto solleva lo sguardo e continua a sorridere.
Sara’ una lunga giornata-pensa Yoshino-ma perlomeno soddisfacente. Ripone la cartelletta e nel farlo urta una penna argentata con il logo dell’azienda, che rotola oltre il bordo della scrivania.
Mentre si china per raccoglierla il suo sguardo cade sulle mani nascoste della ragazza.
Sono aggrovigliate disperatamente in un nodo inestricabile, pallide  per la mancanza di circolazione.
Quello che al di sopra era un mare calmo, sotto si rivela essere un oceano in tempesta.
Yoshino si risolleva reprimendo a stento l’ira e congeda frettolosamente la ragazza.
Essa si alza di scatto, trattenendosi palesemente dal non correre verso l’uscita.
Un altro piccolo pezzo di armatura che si sgretola.

Tornando a casa, molte ore dopo, compra un cartoccio di pollo fritto e lo divora avidamente, schiacciato dalla moltitudine di pendolari che affrontano con lui il lungo viaggio in metropolitana.
Chiyo lo attende oltre la porta di casa, agitando nervoso la coda.

I MORTI NON RISORGONO

Oggi mi sono svegliato presto.
Ho aperto gli occhi sul piccolo familiare universo della mia stanza, ho contato fino a dieci e mi sono alzato.
Come tutte le mattine un flusso disordinato di pensieri ha invaso la mia mente.
Ho cominciato con pazienza a mettere ordine in questo sciame di dubbi e paure che giornalmente mi augura il buongiorno, cercando di iniziare al meglio la mia giornata.
Riacquistato il controllo, tutto ha iniziato a scorrere nella giusta direzione.
Un meccanismo ben oliato, fatto di piccoli gesti, ripetuti all’infinito : l’unico modo che ho trovato per riuscire a sopravvivere.

Fino a poco tempo fa la mia vita era un caos senza forma.
Ogni giorno una matassa di ore caotiche, un tempo indefinito e claustrofobico avvolto da un velo impenetrabile, settimane e mesi incollati fra loro in una lunga catena senza inizio ne fine.
L'unica costante era quello si nascondeva dietro quel velo, nell'ombra oscura di ogni mia giornata : il dolore.
Questo mostro spietato aveva completamente cancellato il concetto di tempo dal mio mondo utilizzando le sue armi migliori : la perdita, la solitudine, l'abbandono.
La tua perdita, la mia solitudine, il nostro abbandono.
Come un animale ha difeso il territorio divorando ogni speranza, ogni momento di serenita' che osasse invaderlo.
Vagavo tra le macerie della mia vita, senza meta come quei giocattoli di latta che aspettano solo che la chiavetta finisca il suo giro per riposarsi definitivamente.
Ma per me il riposo non arrivava mai.
Ogni giorno una mera alternanza di luce e buio : una lenta, inevitabile deriva.
Poi, improvvisamente, mi e’ apparso chiaro che per sopravvivere dovevo creare un tempo solo mio, dandogli anima, ritmo ed uno scopo ben preciso.
Era tutta una questione di organizzazione.
Solo cosi’ potevo sperare di sconfiggere il dolore : seppellendolo sotto tonnellate di quotidianita’.
Basta continuare a sprecare le giornate.
Basta perdersi in questa nebbia anestetizzante.
Mi sono ricordato di quella promessa che ti feci tanti anni fa : di cominciare a mettere ordine nella mia vita, di dargli forma e sostanza.
Ed e' finalmente arrivato il momento di mantenerla, quella promessa.
A partire da oggi.

Dopo essermi alzato mi sono lavato meticolosamente, mi sono fatto la barba, ho pulito il rasoio e l'ho riposto in un cassetto.
Mentre osservavo il mio volto riflesso nello specchio, ho fatto fatica a riconoscerlo, quasi che i lineamenti un tempo familiari avessero iniziato a perdere di consistenza.
Un po’ come tutto, del resto.
Ma c'e' ancora speranza, ne sono certo.
Lungo i bordi del vetro c'e' una lunga fila di bigliettini, su ognuno dei quali la mia calligrafia incerta mi ricorda cosa fare e quando.
Ogni minuto della mia giornata e' li segnato in bella evidenza.
Questa organizzazione sara' la mia salvezza.
Sara' cosi' tutti i giorni da ora in poi, fino a che io non diventi una macchina, precisa e perfetta.
Ho iniziato a vestirmi facendo attenzione ad abbinare colori e comodita'.
Ti vedo ancora qui accanto a me, ad aiutarmi con i tuoi ironici rimproveri.
Che non vestivo bene, che non aiutavo in casa, che ero pigro e distratto.
Chiuso nella prigione delle mie manie, lontano da tutti, te compresa.
Per tanto, troppo tempo.
E' gia passato un mese, ora lo so.
E’ giunta l’ora di ricominciare.

mercoledì 8 agosto 2018

Numeretti

Le mie conoscenze in matematica sono a un livello che definire basale é un eufemismo.
Non ricordo più neppure come ricavare una funzione e fatico a rappresentare i più banali concetti statistici.
Ciononostante i numeri mi hanno sempre affascinato perché in essi mi par di vedere un percorso che, dal semplice far di conto, giunge fino a rappresentazioni formali della fisica fondamentale. E si spinge oltre, fino a dei "di per sé" apparentemente slegati da qualunque realtà fisica: come scavare un buco sempre più profondo, seguendo precise procedure, senza sapere se mai servirà a qualcosa.
Forse questa fascinazione é dovuta all’attrazione che l’ignoranza riserva, a volte, verso ciò che si conosce solo di striscio.

Numeri naturali 
I numeri naturali sono 0 1 2 3 etc... anzi questa é solo la loro rappresentazione grafica in uno specifico sistema di numerazione, quello decimale. É un sistema che ha i suoi vantaggi: con 10 simboli (compreso lo 0) siamo in grado di rappresentare anche numeri molto grandi e fare calcoli con una discreta efficienza. 
Non é l'unico, ne esistono altri, con o senza lo zero, ma é comunque uno dei più utilizzati perché noi abbiamo 10 dita e il primo sistema di conteggio sono proprio loro.
I processori, che non hanno dita ma transistors che fanno passare(1) o no(0) una corrente, utilizzano una rappresentazione binaria che, per loro, é la migliore; i Maya invece utilizzavano un sistema a base 20 (con lo zero) e alcuni popoli messicani un sistema a base 8 perché usavano, per contare, gli spazi tra le dita piuttosto che le dita stesse.
Lo 0 consente un sistema posizionale, ossia ogni numero indica unità, decine, centinaia etc a seconda della posizione che assume. Non é l'unico modo ma é il più efficace, altrimenti tocca fare come gli Antichi Romani e usare un simbolo che identifichi il 10, il 100, il 1000 e così via; loro usavano anche un grafo specifico per il 5 e i suoi multipli oltre un plus posizionale per distinguere la 4ª cifra e non allungare ulteriormente la rappresentazione grafica già impegnativa.

mercoledì 25 luglio 2018

Il Senso della Vita

Partiamo con una semplice domanda: cos'è la vita?
Intendo in senso biologico... non fatevi fregare dal titolo!
Okkey, allora dovrebbe essere più semplice dare una risposta se non consideriamo necessità filosofiche o finalità esistenziali. Invece rimane comunque difficile metterci d'accodo su una definizione condivisa, condivisa da tutti.
"Ma come?" direbbe qualcuno "Checcevole!? Mica c'è da esse Einstein! Se respira, se magna, se tromba. Tutto qua!".
Come indica costui, l'individuazione di tali funzioni appare appropriata per un bel pezzo dell'albero della vita: molte creature respirano, mangiano e si riproducono e se allentiamo tali concetti vediamo che restano validi anche per chi non ha un'apparato respiratorio, non ha neppure quello digerente e tanto meno organi copulatori veri e propri: i protozoi e i batteri.
Questi organismi unicellulari non dispongono, ovviamente, di polmoni, bocca e pene ma, in soldoni, fanno anch'essi le medesime cose dei metazoi (che siamo noi e tutti quelli costituiti da più cellule che formano tessuti diversi): traggono dall'ambiente l'energia, gli elementi costitutivi delle loro strutture e si moltiplicano.
* Inciso tecnico
Sull'atto del nutrirsi risulta, probabilmente, facile comprendere che, anche senza una vera e propria bocca, esistono altri modi per fare passare i nutrimenti esterni all'interno; per esempio assorbendoli attraverso una membrana o, come fanno le amebe, avvolgendoli fino a internalizzarli. Invece fatichiamo a individuare nella respirazione qualcosa di diverso dall'atto di inspirare e espirare l'aria nei polmoni. In realtà quello é solo il primo passo del percorso che porta l'ossigeno dagli alveoli polmonari ai globuli rossi del sangue poi da questi ai tessuti in cui si svolge la respirazione cellulare che ci permette di sfruttare il nostro gas preferito per ricavare la massima energia dai substrati, producendo come scarto l’anidride carbonica (aka biossido di carbonio aka CO2 ) che segue il percorso inverso. Il resto è solo trasporto e le modalità dello stesso cambiano: gli insetti respirano ma non hanno né polmoni né globuli rossi, idem le piante. 




domenica 17 giugno 2018

AL DI LA' DEL TEMPO E DELLO SPAZIO

L’uomo e’ un animale irrequieto.
Non ci accontentiamo proprio di vivere il nostro tempo, ci sentiamo intrappolati in una esistenza troppo lineare che porta dalla culla alla tomba, e finiamo per domandarci costantemente che futuro ci aspetta o come sarebbe andata se avessimo compiuto scelte differenti.
Lontani anni luce dalle pragmatiche filosofie orientali che concepiscono il presente come l'unica realta’ possibile, siamo curiosi di saper cosa c’e’, ci sara’ o c’e’ stato, dietro al famigerato "Angolo". E’ la nostra natura ribelle, che cerca di liberarsi dalla schiavitu’ di schemi e ritmi troppo rigidi. Immaginiamo percio’ che il suddetto "Angolo" sia grande abbastanza per nascondere l’intera nostra esistenza passata e futura, od infiniti mondi alternativi al nostro e che si riesca, un giorno, a darci una sbirciatina.
E la scienza, figlia nobile della nostra atavica curiosita’, cercando affannosamente di spiegare tutto, ci illude che questo “tutto” sia davvero gia’ a portata di mano.
Le teorie filosofiche di Giordano Bruno, i buchi neri, la relativita’, la quarta dimensione, la teoria delle stringhe : a piccoli passi ci avviciniamo alla meta.
Per nostra fortuna la fantasia corre molto piu’ veloce della realta’.
E si muove su due dimensioni : il tempo e lo spazio.

 Il tempo 

Scienza e fantascienza sono riusciti a definire almeno quattro modi per viaggiare nel tempo:

 L’animazione sospesa 

Gia’ nell’ottocento alcuni scrittori avevano intuito quale fosse il modo piu’ sicuro e semplice di viaggiare nel tempo : addormentarsi per poi risvegliarsi anni dopo nel proprio futuro.
Minima fatica, massimo risultato.
Ti perdi “solo” un pezzetto di vita, ma potrebbe essere un danno accettabile per sfamare la nostra insaziabile curiosita’.
E’ quello che accade a Rip van Winkle nel racconto di Washington Irwing del 1819, che si addormenta per vent’anni sotto un albero, risvegliandosi poi alla fine della guerra (nella fattispecie quella d’indipendenza americana) che nel frattempo lo ha privato di moglie ed amici.
Anche il protagonista de “Il risveglio del dormiente” (1899) di H.G.Wells, dopo un sonno lungo ben 203 anni, viene riconsegnato ad un mondo irriconoscibile ed ostile.
Di sospensione vitale (in questo caso tramite erbe dalle misteriose proprieta’) e conseguente viaggio nel futuro si parla anche nel romanzo di Emilio Salgari : “Le meraviglie del duemila” del 1907.
Questi primi esempi di romanzi fantascientifici, oltre al puro intrattenimento, avevano l’obiettivo di fungere da monito per una societa’ che gli autori vedevano cambiare troppo rapidamente.
Il sonno criogenico e’ ancora l’unico sistema concreto e praticabile che abbiamo ipotizzato per riuscire a sfidare le leggi della natura e del tempo.
Sara’ utile in futuro per affrontare i lunghi viaggi interstellari, come e’ gia utile ora per rendere credibili i films di fantascienza.
Come ogni sistema, ha pero’ ha i suoi rischi.
In “Pandorum” (2009) di Christian Alvart, ad esempio, il precoce risveglio di parte dell’equipaggio di una astronave interstellare crea un caotico miniuniverso dove passato e presente finiscono per coesistere con effetti devastanti.
In “Iceman Cometh” (nelle due versioni del 1989 e del 2014) un guerriero samurai ed il suo acerrimo rivale precipitano in un ghiacciaio e si risvegliano duecento anni dopo per continuare la loro sfida.
In “Demolition man” (1993) e’ il turno di Silvester Stallone e Wesley Snipe, rispettivamente nei ruoli di poliziotto e criminale, di riproporre gli stessi schemi narrativi.
Questo sistema pero’ puo' essere utilizzato per viaggiare in una unica direzione : il futuro.
In “Stati di alterazione” di Ken Russel (1980) invece, il protagonista (William Hurt),  richiuso per un esperimento in una capsula di deprivazione sensoriale, subisce una regressione fisica e psichica che lo trasforma in un uomo primitivo : e’ un anomalo viaggio temporale, dove il tempo si modifica solo per lui.

domenica 25 marzo 2018

LA BELLEZZA DEL MOSTRO (seconda parte)

Interviste con i vampiri

Un pipistrello svolazza inquieto all’interno di un maniero.
Improvvisamente si trasforma in un uomo riccamente agghindato che evoca una fanciulla in candide vesti.
Essa comincia ad aggirarsi come sonnambula, quindi sparisce.
L’uomo misterioso terrorizza due malcapitati visitatori con apparizioni di scheletri e vecchie megere, e alla fine arretra sconfitto e spaventato davanti ad una enorme croce.
L’anno e’ il 1897, ed il cortometraggio di soli tre minuti si chiama “Le manoir du diable”, ed e’ considerato il primo film horror della storia.
Anche se il regista, quel George Melies che fu vero pioniere della cinematografia mondiale ed autore del ben piu’ famoso “Viaggio nella luna” (1902), calca la mano sull’effetto grottesco come nella piu’ classica slapstik comedy, gli elementi ci sono già tutti : il pipistrello, il castello, la dama soggiogata, la croce come arma finale.
Il nostro succhiasangue preferito, aveva emesso il suo primo vagito.

L’essere che si nutre delle vite degli altri e sulle quali ha totale ed incontrastato potere ha fatto la sua apparizione nei secoli sotto le piu’ varie sembianze : una decadente aristocratica come la contessa ungherese Erzsebet Bathory (1560-1614) che faceva toeletta nel sangue delle sue malcapitate cortigiane, o un crudele condottiero come Vlad Tepes (1431-1476), cavaliere dell’ordine del Drago (da cui il nominativo Dracul e tutto cio’ che ne e’ conseguito) ed alfiere della cristianità’ nell’Europa occidentale di cui proteggeva i confini con vere e proprie muraglie di nemici impalati.
In questi oscuri periodi storici, dove il potere si credeva al di sopra di ogni giudizio umano e divino, spesso il mostro si nascondeva, pronto a liberare la propria selvaggia natura sicuro di godere di  impunibilita’.
 Per fortuna non era sempre cosi’ : la contessa vampira ad esempio, venne scoperta e murata viva per i suoi crimini.
Oggi, iconica presenza dalle molteplici chiavi di lettura, infesta cinema e letteratura con la sua decadente bellezza.

Nel periodo d'oro del cinema horror le case produttrici inglesi ed americane pareva si fossero salomonicamente spartiti i vari archetipi : gli inglesi, specializzandosi in films sui vampiri, gli americani sfruttando il mostro di Frankenstein e l'Uomo Lupo.
Con una illustre eccezione.
Nel 1931 Tod Browning  porta sullo schermo l'adattamento teatrale del romanzo di Stoker e, dopo la rinuncia di Lon Chaney (attore carismatico famoso per la sua versatilita' e protagonista assoluto dell'epoca del cinema muto), affida il ruolo del diabolico Conte a chi gia lo stava interpretando a teatro : il quarantenne attore di origini ungheresi Bela Lugosi, spalancandogli cosi' le porte del successo planetario.
Nonostante i numerosi films interpretati, fino al suo triste declino con l'apparizione in "Plan 9 from outer space"(1958) di Ed Wood, definito il “piu' brutto film della storia”, verra' in seguito ricordato soprattutto per questo suo primo ruolo, tanto che la famiglia volle che venisse seppellito con il suo fedele mantello rosso e nero.
La sua rappresentazione di Dracula e’ ben diversa dal mostro deforme del film di Murnau : spariti i canini appuntiti (che in Nosferatu lo facevano apparire come un ripugnante roditore) il suo fascino ipnotico era affidato solamente ai carismatici occhi, messi in evidenzia da una sapiente illuminazione.
Essi torneranno nella versione di Dracula piu' rappresentata, quella di  Cristopher Lee, con la bocca grondante sangue e lo sguardo folle ed affamato.
Il vampiro e’ forse il mostro che negli anni ha avuto le piu' varie trasformazioni, modificando stile e spirito a seconda del periodo storico a cui apparteneva.
Cosi’ l'essere contorto del film di Murnau e lo sguardo ipnotico di Bela Lugosi sono figli delle interpretazioni enfatiche e teatrali classiche del cinema muto e dei primi anni quaranta, mentre il Dracula della Hammer, poi ripreso nei fumetti da Marv Wolfman e Gene Colan, con la sua sanguigna carnalita’ e’ il tipico personaggio del cinema degli anni cinquanta /sessanta.

domenica 4 marzo 2018

LA BELLEZZA DEL MOSTRO (parte prima)

Bellezza e mostruosita' sembrano essere concetti agli antipodi.
Ce ne serviamo per definire la realta' in cui viviamo, ognuno condizionato dal proprio bagaglio di cultura ed esperienza.
In realta' sono spesso due facce della stessa medaglia ; quante volte abbiamo usato gli ossimori "mostruosa bellezza" o "bellezza mostruosa", dove i due termini si enfatizzano a vicenda.
Sono concetti semplicistici, ma con una potente forza intrinseca che cataloga e giudica, senza possibilita' di appello.
Ma mentre l'unico rischio che corre la bellezza e' quello di diventare un'ambizione, il povero vecchio mostro ha ancora da fare parecchia strada per sconfiggere preconcetti o paure e conquistarsi definitivamente il suo posto nel mondo.

 Evolutionary war 

 Ogni razza che tenta di progredire ha bisogno del suo mostro.
L'anomalia genetica, il fattore recessivo che improvvisamente decide di prendere il sopravvento, diventa la ciambella di salvataggio a cui aggrapparsi per tentare di sopravvivere in un habitat divenuto improvvisamente ostile.
La natura, nella sua opera di selezione, non si fa governare da canoni estetici, ma dal puro pragmatismo.
Solo il diverso (il piu' forte ed adattabile) ha speranza di sopravvivere, quando il normale non ce la fa piu'.
Quello stesso diverso che, in una societa' statica che non ha bisogno delle sue difese genetiche, e' considerato una anomalia da distruggere, un imbarazzo da nascondere, una mala pianta da estirpare. La tanto agognata (da alcuni) purezza della razza e' in realta' l'anticamera dell’estinzione.
Solo da un melting pot genetico puo' nascere l'uomo del domani, un ibrido che riesca a sintetizzare il meglio di ogni razza.
In un ipotetico futuro nel quale, dopo una guerra atomica globale, il mondo si trasformasse in una trappola mortale per noi indifesi normali, il mostro potrebbe diventare l'unica speranza per la vita sulla terra.
Forse solo gli scarafaggi (Kafka ci aveva visto giusto!), piccoli mostri emarginati, faranno parte di un possibile futuro.
Chi puo' dire poi che il tumore, che ora e' solo un alieno che si fa strada nel nostro corpo con l'unico risultato di distruggerlo, non sia soltanto il primo vagito incoerente di una nuova razza, un nuovo essere che semplicemente ancora non ha capito quale sia la giusta strada da percorrere?
Nella puntata n. 14 della quarta stagione del serial americano X-Files ("Leonard Betts"), un uomo, completamente composto da metastasi (di cui si nutre), e' divenuto immortale perche' esse gli permettono di rigenerare parti perdute del suo corpo.
Forse il nostro destino e' quello di diventare puri ammassi organici superadattabili, un po' come la Cosa del film di John Carpenter.
Anche lo xenomorfo di "Alien", mentre ci perfora il cranio con la sua seconda mascella, si rivela di essere nulla di piu’ che una "bellissima" ipotesi di adattativita' cosmica, la razza perfetta per conquistare lo spazio profondo.
Il mostro e' bello, il mostro e' utile.

 E il verbo si fece carne

 La carne e' inquieta, il mostro si trasforma e si adatta seguendo precise direttive.
A volte anche solo di cassetta.
Nella cinematografia horror di Frank Henenlotter, geniale e folle protagonista dei b-movie americani degli anni ottanta, il mostro e' gia' dentro di noi, e si manifesta nelle forme piu' svariate : il gemello siamese assassino di "Basket case" (1982), il parassita killer di "Brain Damage" (1988), fino alle follie biologiche di "Bad biology" (2008), che ha segnato il ritorno sulle scene di Hehenlotter, e che narra la storia di due anime gemelle (lei dotata di ben 7 clitoridi, lui con un enorme pene senziente) e del frutto del loro "amore".
E ancora sempre sullo stesso filone : la protagonista di "Teeth" di Mitchell Lichtenstein (figlio del piu' famoso Roy) del 2007, dove un drastico adattamento anatomico, una vagina dentata, diventa utile per difendersi dalla violenza del maschio alfa; oppure il blob di carne in cui una elite di riccastri si fonde durante festini orgiastici in "Society" (1989) di Brian Yuzna, grottesca messa alla berlina di una societa' oligarchica e spersonalizzante.
Ma forse colui che e' riuscito piu' efficacemente a rappresentare sullo schermo ogni forma possibile di mutazione e' David Cronenberg, tanto che i suoi films sono stati definiti come "Body horror".
"Il demone sotto la pelle" (1975), "Rabid" (1977), "Brood" (1979), "Videodrome" (1983), "La mosca" (1986) fino al catartico "Crash", sono viaggi lisergici dove la realta' si confonde con l'incubo e l'incubo diventa improvvisamente l'unica possibile realta', e dove il corpo si espande alla ricerca di nuovi territori da esplorare.
Ma questa cinematografia di esasperata espressione corporea (quasi una performance di body art), ha origine molto piu' ad est, nell'anarchia assoluta (e fertilissima di idee e suggestioni) del cinema orientale.
I giapponesi convivono da anni con l'incubo della mutazione genetica.
Il terrore nucleare di Hiroshima e Nagasaki (e delle centrali atomiche con cui convivono nel loro fragile territorio) oltre a piagarne lo spirito, ha profondamente modificato la loro visione del mondo.
Questa paura viene da loro esorcizzata tramite il fumetto (un po' tutta l'opera di Go Nagai) od il cinema, dove Gojira, il mostro atomico, ne e' l'esempio piu' eclatante.
Nell'immaginare scenari apocalittici dove i mostri e gli umani si contendono il dominio della terra, i registi giapponesi sono aiutati dalla loro concezione del mondo, dove il fantastico convive giornalmente con il reale.

In "Tetsuo" del regista giapponese Shin'ya Tsukamoto, si assiste alla graduale ed inorridita trasformazione di un uomo in una macchina, ed alla sua lotta per la sopravvivenza (il film ebbe due seguiti).
Mentre Tsukamoto sceglie una messa in scena molto piu' autoriale (il primo del 1989 e' girato in uno sperimentale ed ipercinetico bianco e nero), lo scorretto cinema di Hong Kong, da sempre piu' incline all'effettaccio gore in ogni sua declinazione, ne sfrutta gli aspetti grotteschi in opere decisamente piu' divertite come "Machine girl" (2008) e "Robogeisha" (2009) entrambi di Noboru Iguchi, oppure "Helldriver " (2010) dove il regista Yoshihiro Nishimura si inventa un nuovo tipo di zombi (vedere per credere).
Ognuno di loro, anche se con stili diversi, mette in scena la resa dell'uomo nei confronti della macchina, la fuga dalla carne e dalle sue debolezze emotive.
E per un popolo che fa fatica a gestire gli umani sentimenti, diventa quasi un'esperienza salvifica. Dentro la macchina, finalmente, sono banditi i doveri, l'onore, la pieta', l'orgoglio.
 Il mostro a volte e' anche rassicurante.

 Nel racconto di Clive Barker "In collina, le citta'", due turisti in vacanza in una sperduta cittadina della Jugoslavia assistono attoniti durante una festa locale ad una lotta tra due immensi giganti di carne, costruiti dall'unione degli abitanti di due paesi rivali, perfettamente uniti tra loro in una parodia (intrisa di sangue) dei robottoni di Go Nagai.
A volte il mostro entra a far parte del quotidiano, e noi finiamo per abituarci.
Questo e' il momento di cui potrebbero approfittare i Morlocks, relegati per la vergogna nei tunnel sotto la terra, per sorgere e riprendersi il mondo che gli abbiamo sottratto.
Il mostro  non e' sempre innocuo.

domenica 11 febbraio 2018

LSOC : NOI, ZORA E LE ALTRE

Il periodo storico che va dagli anni sessanta agli ottanta fu particolarmente prolifico per il fumetto in Italia, in ogni sua declinazione.
I supereroi americani, importati nel nostro paese da Max Bunker con la sua casa editrice CORNO, erano andati ad arricchire il filone del fumetto americano di avventura dei vari Gordon, Uomo Mascherato, Mandrake e Prince Valiant, tutti pubblicati dai FRATELLI SPADA.
Dopo un inizio folgorante pero’, gia’ intorno agli anni settanta avevano cominciato a mostrare i primi segnali di stanchezza, soprattutto qualitativa.
Si affievolivano lentamente i ricordi dei fasti delle gloriose saghe mutanti dell’era Claremont, e quelle intergalattiche di Roy Thomas in un polpettone di storie scritte male e disegnate peggio.
Tanto che, dopo l’interruzione della gestione Bunker, la loro riproposta da parte della casa editrice Star sul finire degli anni ottanta, si trasformo’ in un vero azzardo : i lettori temevano un’altra fregatura e l’Uomo Ragno, ad esempio, rischio’ di chiudere già dopo i primi 10 numeri.
Per fortuna, e merito di una politica editoriale che decise di puntare sulla qualita’ e sulla modernizzazione delle storie, le cose andarono diversamente.
In terra di Francia continuava la lotta millenaria tra le due anime del fumetto d’oltralpe: quella classico/umoristica di Asterix e Ric Roland, e quella piu’ sperimentale di riviste come "Metal Hurlant" e "Pilot", dove si pubblicavano gli esperimenti grafici di Moebius (un paradigma vivente con il suo oscillare tra Blueberry ed il Garage Ermetico), Druillet o Caza.
Da noi erano entrambe pubblicate rispettivamente dal Corriere dei Piccoli/Ragazzi, e da Alter. La produzione nostrana era un humus multiculturale magmatico e ribollente, sempre in equilibrio fra la pulsione artistica ed il calcolo commerciale.
Politica ed arte convivevano in riviste come la succitata "Alter "(la parte nobile di Linus), mentre l’universo fumettistico dedicato ai piccoli era abitato dai personaggi disneyani e dal loro contr’altare, quelli dell’EDITORE BIANCONI (Nonna Abelarda, Geppo, Soldino) oppure delle piu’ datate EDIZIONI ALPE (Cucciolo, Tiramolla).
Per i piu’ cresciutelli c’erano le riviste antologiche del Corriere dei Ragazzi, "l’Intrepido" o "Il Monello", mentre l’avventura piu’ classica e innocua era rappresentata da Zagor o Tex della Bonelli, Capitan Miki o Blek Macigno dell’EDITORIALE DARDO, tutte vere cornucopie editoriali.
Poi c’era il mondo, carnale e sanguigno, del neonato fumetto nero italiano, con Diabolik e seguaci. Agli inizi degli anni sessanta era nato dalle menti di due dolci sorelle milanesi, Angela e Luciana Giussani il personaggio di Diabolik, eroe negativo a tutto tondo, la cui serie ha oramai superato gli 800 numeri.
Nonostante nel tempo egli abbia parzialmente perso la sua battaglia contro la censura, ammorbidendo i toni lugubri e violenti degli inizi, e’ ancor oggi un successo editoriale e di costume che vanta schiere di appassionati fedeli, e che ha dato origine, soprattutto agli inizi, ad una serie di epigoni dall’altalenante fortuna : Sadik, Spettrus, Jnfenal, Demoniak, Mister x, Zakimort, Masokis, Il Morto (di recente uscita), e le sue versioni in veste di fotoromanzo come Genius e Killing, che vennero in seguito trasformate in fumetto per meri motivi economici.
Senza ovviamente dimenticare i suoi competitors piu’ famosi e fortunati come Kriminal e Satanik della coppia Magnus e Bunker, sempre dell’Editore Corno, in cui la violenza e la velata eroticita’ si stemperava con una massiccia dose di ironia.
Quella stessa ironia che divenne il loro marchio di fabbrica soprattutto nelle successive produzioni, come ad esempio Alan Ford (1969).

Piccola divagazione.
Un discorso a parte andrebbe fatto proprio per le EDIZIONI CORNO, forse la casa editrice piu' prolifica e poliedrica del periodo.
Fondata nel 1960 da Andrea Corno ed il cognato Luciano Secchi (il futuro Max Bunker), prima di pubblicare le testate (noir e supereroistiche) che la resero famosa, sforno' una quantita' abnorme di titoli, quasi tutti in formato tascabile, dalle piu' svariate tematiche : di guerra ("Guerra d'eroi", "Tanks", "Marines"), di spionaggio ("Dennis Cobb", "Guerra di spie"), di orrore ("Racconti dell'impossibile", "Racconti del terrore"), western ("El gringo", "Maschera nera"), fantascientifica ("Gesebel"), giallo ("Milord") e perfino un tarzanide ("Zorak").
Oltre alle raccolte di fumetti di produzione inglese, c'erano molte altre testate scritte direttamente da Secchi, tra cui anche il primo supereroe tutto italiano : Atomik, che comparve nella collana "I classici del fumetto".
Una curiosita' consiste nel nome di uno dei personaggi che comparvero proprio in questa collana : Alan Ford pare proprio che prima di essere lo scalcagnato agente segreto che conosciamo (e che ancora calca le scene con tenacia e perseveranza), fosse un coraggioso avventuriero spaziale.

venerdì 8 dicembre 2017

Cetus sum

 by Robo

Ricordo un colloquio, durante il servizio civile, con un mio amico ingegnere.
Lui cercava di spiegarmi la modulazione di frequenza e io non capivo, io cercavo di spiegargli che la balena non é un pesce e lui non capiva. Un dialogo reso impossibile dalle rispettive, profonde ignoranze.
"Ma come?" diceva, "ha la coda, le pinne, sta nell'acqua...e non é un pesce?!".
E io "ma che sei un seguace aristotelico? Un pasdaran di Linneo? Un profeta della superiorità dell'analogia sull'omologia?"

Emh...in realtà non ho mai risposto così, che a mala pena sapevo cosa fosse un pasdaran, ma la discussione c'é stata realmente e io ho continuato a non capire cosa fosse la modulazione di frequenza e lui ha continuato a non capire come "può essere che una balena non sia un pesce". Proviamo con voi.

I cetacei sono mammiferi perché fanno il latte. É questa condizione necessaria e sufficiente per considerarli tali.
Non conta far nascere piccoli direttamente dalla propria pancia: lo fanno in tanti, anche squali e vipere.
Non conta avere o meno peli: gli elefanti, i rinoceronti e gli ippopotami mica hanno peli, però sono per certo mammiferi
Non conta non fare le uova: l'echidna e l'ornitorinco fanno le uova però sono mammiferi perché, in qualche modo, visto che vere e proprie mammelle non ne hanno, producono latte. Sotto i due animali: