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domenica 4 marzo 2018

LA BELLEZZA DEL MOSTRO (parte prima)

Bellezza e mostruosita' sembrano essere concetti agli antipodi.
Ce ne serviamo per definire la realta' in cui viviamo, ognuno condizionato dal proprio bagaglio di cultura ed esperienza.
In realta' sono spesso due facce della stessa medaglia ; quante volte abbiamo usato gli ossimori "mostruosa bellezza" o "bellezza mostruosa", dove i due termini si enfatizzano a vicenda.
Sono concetti semplicistici, ma con una potente forza intrinseca che cataloga e giudica, senza possibilita' di appello.
Ma mentre l'unico rischio che corre la bellezza e' quello di diventare un'ambizione, il povero vecchio mostro ha ancora da fare parecchia strada per sconfiggere preconcetti o paure e conquistarsi definitivamente il suo posto nel mondo.

 Evolutionary war 

 Ogni razza che tenta di progredire ha bisogno del suo mostro.
L'anomalia genetica, il fattore recessivo che improvvisamente decide di prendere il sopravvento, diventa la ciambella di salvataggio a cui aggrapparsi per tentare di sopravvivere in un habitat divenuto improvvisamente ostile.
La natura, nella sua opera di selezione, non si fa governare da canoni estetici, ma dal puro pragmatismo.
Solo il diverso (il piu' forte ed adattabile) ha speranza di sopravvivere, quando il normale non ce la fa piu'.
Quello stesso diverso che, in una societa' statica che non ha bisogno delle sue difese genetiche, e' considerato una anomalia da distruggere, un imbarazzo da nascondere, una mala pianta da estirpare. La tanto agognata (da alcuni) purezza della razza e' in realta' l'anticamera dell’estinzione.
Solo da un melting pot genetico puo' nascere l'uomo del domani, un ibrido che riesca a sintetizzare il meglio di ogni razza.
In un ipotetico futuro nel quale, dopo una guerra atomica globale, il mondo si trasformasse in una trappola mortale per noi indifesi normali, il mostro potrebbe diventare l'unica speranza per la vita sulla terra.
Forse solo gli scarafaggi (Kafka ci aveva visto giusto!), piccoli mostri emarginati, faranno parte di un possibile futuro.
Chi puo' dire poi che il tumore, che ora e' solo un alieno che si fa strada nel nostro corpo con l'unico risultato di distruggerlo, non sia soltanto il primo vagito incoerente di una nuova razza, un nuovo essere che semplicemente ancora non ha capito quale sia la giusta strada da percorrere?
Nella puntata n. 14 della quarta stagione del serial americano X-Files ("Leonard Betts"), un uomo, completamente composto da metastasi (di cui si nutre), e' divenuto immortale perche' esse gli permettono di rigenerare parti perdute del suo corpo.
Forse il nostro destino e' quello di diventare puri ammassi organici superadattabili, un po' come la Cosa del film di John Carpenter.
Anche lo xenomorfo di "Alien", mentre ci perfora il cranio con la sua seconda mascella, si rivela di essere nulla di piu’ che una "bellissima" ipotesi di adattativita' cosmica, la razza perfetta per conquistare lo spazio profondo.
Il mostro e' bello, il mostro e' utile.

 E il verbo si fece carne

 La carne e' inquieta, il mostro si trasforma e si adatta seguendo precise direttive.
A volte anche solo di cassetta.
Nella cinematografia horror di Frank Henenlotter, geniale e folle protagonista dei b-movie americani degli anni ottanta, il mostro e' gia' dentro di noi, e si manifesta nelle forme piu' svariate : il gemello siamese assassino di "Basket case" (1982), il parassita killer di "Brain Damage" (1988), fino alle follie biologiche di "Bad biology" (2008), che ha segnato il ritorno sulle scene di Hehenlotter, e che narra la storia di due anime gemelle (lei dotata di ben 7 clitoridi, lui con un enorme pene senziente) e del frutto del loro "amore".
E ancora sempre sullo stesso filone : la protagonista di "Teeth" di Mitchell Lichtenstein (figlio del piu' famoso Roy) del 2007, dove un drastico adattamento anatomico, una vagina dentata, diventa utile per difendersi dalla violenza del maschio alfa; oppure il blob di carne in cui una elite di riccastri si fonde durante festini orgiastici in "Society" (1989) di Brian Yuzna, grottesca messa alla berlina di una societa' oligarchica e spersonalizzante.
Ma forse colui che e' riuscito piu' efficacemente a rappresentare sullo schermo ogni forma possibile di mutazione e' David Cronenberg, tanto che i suoi films sono stati definiti come "Body horror".
"Il demone sotto la pelle" (1975), "Rabid" (1977), "Brood" (1979), "Videodrome" (1983), "La mosca" (1986) fino al catartico "Crash", sono viaggi lisergici dove la realta' si confonde con l'incubo e l'incubo diventa improvvisamente l'unica possibile realta', e dove il corpo si espande alla ricerca di nuovi territori da esplorare.
Ma questa cinematografia di esasperata espressione corporea (quasi una performance di body art), ha origine molto piu' ad est, nell'anarchia assoluta (e fertilissima di idee e suggestioni) del cinema orientale.
I giapponesi convivono da anni con l'incubo della mutazione genetica.
Il terrore nucleare di Hiroshima e Nagasaki (e delle centrali atomiche con cui convivono nel loro fragile territorio) oltre a piagarne lo spirito, ha profondamente modificato la loro visione del mondo.
Questa paura viene da loro esorcizzata tramite il fumetto (un po' tutta l'opera di Go Nagai) od il cinema, dove Gojira, il mostro atomico, ne e' l'esempio piu' eclatante.
Nell'immaginare scenari apocalittici dove i mostri e gli umani si contendono il dominio della terra, i registi giapponesi sono aiutati dalla loro concezione del mondo, dove il fantastico convive giornalmente con il reale.

In "Tetsuo" del regista giapponese Shin'ya Tsukamoto, si assiste alla graduale ed inorridita trasformazione di un uomo in una macchina, ed alla sua lotta per la sopravvivenza (il film ebbe due seguiti).
Mentre Tsukamoto sceglie una messa in scena molto piu' autoriale (il primo del 1989 e' girato in uno sperimentale ed ipercinetico bianco e nero), lo scorretto cinema di Hong Kong, da sempre piu' incline all'effettaccio gore in ogni sua declinazione, ne sfrutta gli aspetti grotteschi in opere decisamente piu' divertite come "Machine girl" (2008) e "Robogeisha" (2009) entrambi di Noboru Iguchi, oppure "Helldriver " (2010) dove il regista Yoshihiro Nishimura si inventa un nuovo tipo di zombi (vedere per credere).
Ognuno di loro, anche se con stili diversi, mette in scena la resa dell'uomo nei confronti della macchina, la fuga dalla carne e dalle sue debolezze emotive.
E per un popolo che fa fatica a gestire gli umani sentimenti, diventa quasi un'esperienza salvifica. Dentro la macchina, finalmente, sono banditi i doveri, l'onore, la pieta', l'orgoglio.
 Il mostro a volte e' anche rassicurante.

 Nel racconto di Clive Barker "In collina, le citta'", due turisti in vacanza in una sperduta cittadina della Jugoslavia assistono attoniti durante una festa locale ad una lotta tra due immensi giganti di carne, costruiti dall'unione degli abitanti di due paesi rivali, perfettamente uniti tra loro in una parodia (intrisa di sangue) dei robottoni di Go Nagai.
A volte il mostro entra a far parte del quotidiano, e noi finiamo per abituarci.
Questo e' il momento di cui potrebbero approfittare i Morlocks, relegati per la vergogna nei tunnel sotto la terra, per sorgere e riprendersi il mondo che gli abbiamo sottratto.
Il mostro  non e' sempre innocuo.

venerdì 18 novembre 2016

UNA (lunga) STORIA MUTANTE. Prima parte

La mutazione e' il detonatore per ogni esplosione evolutiva.
Se non fosse stato per un piccolo gene, apparentemente impazzito ma poi rivelatosi fondamentale per la nostra evoluzione, forse saremmo ancora appesi ad un ramo a guardare il mondo dall'alto (e visto come abbiamo gestito male questa nuova situazione, forse era meglio restare sugli alberi).

Il progresso tecnologico, tentando di risolvere le anomalie, ha finito per eliminare anche quelle potenzialmente utili, creando un periodo di stagnazione genetica.
Una soluzione drastica al problema potrebbe essere quella ipotizzata dal romanzo fantascientifico "L'araldo dello sterminio" di Michael Shaara del 1981, dove, tramite l'uso di un gas letale altamente selettivo (uccide tutti quelli che hanno un Q.I. inferiore ad un certo livello), si cerca di dare la spinta definitiva al genere umano.
Il concetto e' conosciuto : si chiama " preservazione della diversita'".
Questo la Marvel lo ha capito benissimo, ed ha cercato fin da subito di sfruttare, narrativamente parlando, le potenzialita' del gene X, il gene mutante.
Nella sua realta' le mutazioni sono improvvisamente esplose in tutto il mondo come bombe a tempo, determinando una forzata convivenza tra normale e diverso.
Con evidenti dolorose conseguenze.
Da anni infatti su TERRA 616 e' in atto in una guerra tra homo sapiens e homo superior, una lotta fratricida tra conservatori e progressisti, con il vincitore determinato a segnare il cammino del genere umano.
All'inizio i mutanti erano niente di piu' che uno sparuto gruppo di teen-agers afflitti dai dolori della crescita e alle prese con poteri e responsabilita' al di sopra delle proprie forze, semplicemente alla ricerca di un po' di pace e comprensione.
Oggi sono diventati una nazione ben organizzata, anche se divisa in fazioni, ognuna con una precisa idea di come gestire il proprio futuro.
Ma la strada per arrivare a cio' e' stata lunga e dura.
Il primo mutante copnosciuto e' Namor il Submariner,  nato nel 1939 dalla penna (e matita) di Bill Everett sulle pagine della rivista "Motion picture funnies weekly" della  Timely Comics, futura Marvel.
Namor, la cui vera natura si scoprira' solo successivamente, vive nel suo mondo acquatico, tutto compreso nel ruolo di Signore degli abissi, e ben al di sopra di ogni miseria umana (a parte qualche sortita sulla terra emersa a caccia di una compagna).
Ma i mutanti storicamente piu' famosi sono ovviamente gli X-Men.
All'inizio erano degli sprovveduti cucciolotti, gettati in pasto alle belve da una natura crudele, nell'arena gladiatoria della vita.
In seguto pero', hanno imparato a difendere piuttosto bene la propria liberta' e dignita'.
 
Suddividero' cronologicamente la loro storia secondo le gestioni dei principali autori che via via si sono succeduti al timone delle serie principali.