Le scimmie o primati sono le creature più simili a noi. Le scimmie sono tra gli animali più intelligenti, in particolare le scimmie antropomorfe (scimpanzé, bonobo, gorilla, oranghi, gibboni), molto molto più intelligenti di cani e gatti. Però dire scimmia a qualcuno e un'offesa mentre dire gatto a qualcuno é più un complimento.
Può darsi che ciò accada perché intuiamo una somiglianza tra noi e loro che però avvertiamo come degenerata: i loro versi sono acuti e sguaiati, l'andatura bipede é insicura, la pelliccia lascia esposte zone come le natiche che non sono certo eleganti, il muso senza mento e con cranio più piccolo ci indica delle mancanze anatomiche. Ciò accade tanto più ci spostiamo verso le scimmie che ci sono più apparentate: se un saimiri o un uistitì
sono simpatiche scimmiette che nella nostra categorizzazione stanno ancora tra gli animali senza se e senza ma, uno scimpanzé é una versione rozza ed abbruttita di un'uomo. Non é proprio un'animale, è un qualcosa che ci ricorda (almeno ricorda a qualcuno di noi) come potremmo essere se fossimo privati in parte delle caratteristiche fisiche e mentali che ci definiscono umani. Certo sugli alberi un orango di 100 kg sa essere dinamico ed elegante e un gibbone brachia tra i rami a 50 chilometri all'ora, ma é al suolo che facciamo le nostre valutazioni.
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lunedì 8 aprile 2019
domenica 25 marzo 2018
LA BELLEZZA DEL MOSTRO (seconda parte)
Interviste con i vampiri
Un pipistrello svolazza inquieto all’interno di un maniero.
Improvvisamente si trasforma in un uomo riccamente agghindato che evoca una fanciulla in candide vesti.
Essa comincia ad aggirarsi come sonnambula, quindi sparisce.
L’uomo misterioso terrorizza due malcapitati visitatori con
apparizioni di scheletri e vecchie megere, e alla fine arretra sconfitto e spaventato davanti ad una enorme croce.
L’anno e’ il 1897, ed il cortometraggio di soli tre minuti si chiama “Le manoir du diable”, ed e’ considerato il primo film horror della storia.
Anche se il regista, quel George Melies che fu vero pioniere della
cinematografia mondiale ed autore del ben piu’ famoso “Viaggio nella
luna” (1902), calca la mano sull’effetto grottesco come nella piu’
classica slapstik comedy, gli elementi ci sono già tutti
: il pipistrello, il castello, la dama soggiogata, la croce come arma
finale.
Il nostro succhiasangue preferito, aveva emesso il suo primo vagito.
L’essere che si nutre delle vite degli altri e sulle quali ha
totale ed incontrastato potere ha fatto la sua apparizione nei secoli
sotto le piu’ varie sembianze : una decadente aristocratica come la
contessa ungherese Erzsebet Bathory (1560-1614) che faceva
toeletta nel sangue delle sue malcapitate cortigiane, o un crudele condottiero come Vlad Tepes
(1431-1476), cavaliere dell’ordine del Drago (da cui il nominativo Dracul
e tutto cio’ che ne e’ conseguito) ed alfiere della cristianità’
nell’Europa occidentale di cui proteggeva i confini con vere e proprie muraglie di nemici impalati.
In questi oscuri periodi storici, dove il potere si credeva al di
sopra di ogni giudizio umano e divino, spesso il mostro si nascondeva,
pronto a liberare la propria selvaggia natura sicuro di godere di impunibilita’.
Per fortuna non era sempre cosi’ : la contessa vampira ad esempio, venne scoperta e murata viva per i suoi crimini.
Oggi, iconica presenza dalle molteplici chiavi di lettura, infesta cinema e letteratura con la sua decadente bellezza.
Nel periodo d'oro del cinema horror le case produttrici inglesi ed
americane pareva si fossero salomonicamente spartiti i vari archetipi : gli inglesi, specializzandosi in films sui vampiri, gli
americani sfruttando il mostro di Frankenstein e l'Uomo
Lupo.
Con una illustre eccezione.
Nel 1931 Tod Browning porta sullo schermo
l'adattamento teatrale del romanzo di Stoker e, dopo la rinuncia di Lon
Chaney (attore carismatico famoso per la sua versatilita' e protagonista
assoluto dell'epoca del cinema muto), affida il
ruolo del diabolico Conte a chi gia lo stava interpretando a teatro : il
quarantenne attore di origini ungheresi Bela Lugosi, spalancandogli
cosi' le porte del successo planetario.
Nonostante i numerosi films interpretati, fino al suo triste
declino con l'apparizione in "Plan 9 from outer
space"(1958) di Ed Wood, definito il “piu' brutto film della storia”, verra' in
seguito ricordato soprattutto per questo suo primo ruolo, tanto
che la famiglia volle che venisse seppellito con il suo fedele mantello
rosso e nero.
La sua rappresentazione di Dracula e’ ben diversa dal mostro
deforme del film di Murnau : spariti i canini appuntiti (che in Nosferatu lo facevano apparire come un ripugnante roditore) il suo fascino
ipnotico era affidato solamente ai carismatici occhi, messi in evidenzia da una sapiente illuminazione.
Essi torneranno nella versione di Dracula piu' rappresentata, quella di Cristopher Lee, con la bocca grondante sangue e lo sguardo folle ed affamato.
Il vampiro e’ forse il mostro che negli anni ha avuto le
piu' varie trasformazioni, modificando stile e spirito a seconda del
periodo storico a cui apparteneva.
Cosi’ l'essere contorto del film di Murnau e lo sguardo ipnotico di
Bela Lugosi sono figli delle interpretazioni enfatiche e teatrali
classiche del cinema muto e dei primi anni quaranta, mentre il Dracula
della Hammer, poi ripreso nei fumetti da Marv Wolfman
e Gene Colan, con la sua sanguigna carnalita’ e’ il tipico personaggio
del cinema degli anni cinquanta /sessanta.
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domenica 4 marzo 2018
LA BELLEZZA DEL MOSTRO (parte prima)
Bellezza e mostruosita' sembrano essere concetti agli antipodi.
Ce ne serviamo per definire la realta' in cui viviamo, ognuno condizionato dal proprio bagaglio di cultura ed esperienza.
In realta' sono spesso due facce della stessa medaglia ; quante volte abbiamo usato gli ossimori "mostruosa bellezza" o "bellezza mostruosa", dove i due termini si enfatizzano a vicenda.
Sono concetti semplicistici, ma con una potente forza intrinseca che cataloga e giudica, senza possibilita' di appello.
Ma mentre l'unico rischio che corre la bellezza e' quello di diventare un'ambizione, il povero vecchio mostro ha ancora da fare parecchia strada per sconfiggere preconcetti o paure e conquistarsi definitivamente il suo posto nel mondo.
Evolutionary war
Ogni razza che tenta di progredire ha bisogno del suo mostro.
L'anomalia genetica, il fattore recessivo che improvvisamente decide di prendere il sopravvento, diventa la ciambella di salvataggio a cui aggrapparsi per tentare di sopravvivere in un habitat divenuto improvvisamente ostile.
La natura, nella sua opera di selezione, non si fa governare da canoni estetici, ma dal puro pragmatismo.
Solo il diverso (il piu' forte ed adattabile) ha speranza di sopravvivere, quando il normale non ce la fa piu'.
Quello stesso diverso che, in una societa' statica che non ha bisogno delle sue difese genetiche, e' considerato una anomalia da distruggere, un imbarazzo da nascondere, una mala pianta da estirpare. La tanto agognata (da alcuni) purezza della razza e' in realta' l'anticamera dell’estinzione.
Solo da un melting pot genetico puo' nascere l'uomo del domani, un ibrido che riesca a sintetizzare il meglio di ogni razza.
In un ipotetico futuro nel quale, dopo una guerra atomica globale, il mondo si trasformasse in una trappola mortale per noi indifesi normali, il mostro potrebbe diventare l'unica speranza per la vita sulla terra.
Forse solo gli scarafaggi (Kafka ci aveva visto giusto!), piccoli mostri emarginati, faranno parte di un possibile futuro.
Chi puo' dire poi che il tumore, che ora e' solo un alieno che si fa strada nel nostro corpo con l'unico risultato di distruggerlo, non sia soltanto il primo vagito incoerente di una nuova razza, un nuovo essere che semplicemente ancora non ha capito quale sia la giusta strada da percorrere?
Nella puntata n. 14 della quarta stagione del serial americano X-Files ("Leonard Betts"), un uomo, completamente composto da metastasi (di cui si nutre), e' divenuto immortale perche' esse gli permettono di rigenerare parti perdute del suo corpo.
Forse il nostro destino e' quello di diventare puri ammassi organici superadattabili, un po' come la Cosa del film di John Carpenter.
Anche lo xenomorfo di "Alien", mentre ci perfora il cranio con la sua seconda mascella, si rivela di essere nulla di piu’ che una "bellissima" ipotesi di adattativita' cosmica, la razza perfetta per conquistare lo spazio profondo.
Il mostro e' bello, il mostro e' utile.
E il verbo si fece carne
La carne e' inquieta, il mostro si trasforma e si adatta seguendo precise direttive.
A volte anche solo di cassetta.
Nella cinematografia horror di Frank Henenlotter, geniale e folle protagonista dei b-movie americani degli anni ottanta, il mostro e' gia' dentro di noi, e si manifesta nelle forme piu' svariate : il gemello siamese assassino di "Basket case" (1982), il parassita killer di "Brain Damage" (1988), fino alle follie biologiche di "Bad biology" (2008), che ha segnato il ritorno sulle scene di Hehenlotter, e che narra la storia di due anime gemelle (lei dotata di ben 7 clitoridi, lui con un enorme pene senziente) e del frutto del loro "amore".
E ancora sempre sullo stesso filone : la protagonista di "Teeth" di Mitchell Lichtenstein (figlio del piu' famoso Roy) del 2007, dove un drastico adattamento anatomico, una vagina dentata, diventa utile per difendersi dalla violenza del maschio alfa; oppure il blob di carne in cui una elite di riccastri si fonde durante festini orgiastici in "Society" (1989) di Brian Yuzna, grottesca messa alla berlina di una societa' oligarchica e spersonalizzante.
Ma forse colui che e' riuscito piu' efficacemente a rappresentare sullo schermo ogni forma possibile di mutazione e' David Cronenberg, tanto che i suoi films sono stati definiti come "Body horror".
"Il demone sotto la pelle" (1975), "Rabid" (1977), "Brood" (1979), "Videodrome" (1983), "La mosca" (1986) fino al catartico "Crash", sono viaggi lisergici dove la realta' si confonde con l'incubo e l'incubo diventa improvvisamente l'unica possibile realta', e dove il corpo si espande alla ricerca di nuovi territori da esplorare.
Ma questa cinematografia di esasperata espressione corporea (quasi una performance di body art), ha origine molto piu' ad est, nell'anarchia assoluta (e fertilissima di idee e suggestioni) del cinema orientale.
I giapponesi convivono da anni con l'incubo della mutazione genetica.
Il terrore nucleare di Hiroshima e Nagasaki (e delle centrali atomiche con cui convivono nel loro fragile territorio) oltre a piagarne lo spirito, ha profondamente modificato la loro visione del mondo.
Questa paura viene da loro esorcizzata tramite il fumetto (un po' tutta l'opera di Go Nagai) od il cinema, dove Gojira, il mostro atomico, ne e' l'esempio piu' eclatante.
Nell'immaginare scenari apocalittici dove i mostri e gli umani si contendono il dominio della terra, i registi giapponesi sono aiutati dalla loro concezione del mondo, dove il fantastico convive giornalmente con il reale.
In "Tetsuo" del regista giapponese Shin'ya Tsukamoto, si assiste alla graduale ed inorridita trasformazione di un uomo in una macchina, ed alla sua lotta per la sopravvivenza (il film ebbe due seguiti).
Mentre Tsukamoto sceglie una messa in scena molto piu' autoriale (il primo del 1989 e' girato in uno sperimentale ed ipercinetico bianco e nero), lo scorretto cinema di Hong Kong, da sempre piu' incline all'effettaccio gore in ogni sua declinazione, ne sfrutta gli aspetti grotteschi in opere decisamente piu' divertite come "Machine girl" (2008) e "Robogeisha" (2009) entrambi di Noboru Iguchi, oppure "Helldriver " (2010) dove il regista Yoshihiro Nishimura si inventa un nuovo tipo di zombi (vedere per credere).
Ognuno di loro, anche se con stili diversi, mette in scena la resa dell'uomo nei confronti della macchina, la fuga dalla carne e dalle sue debolezze emotive.
E per un popolo che fa fatica a gestire gli umani sentimenti, diventa quasi un'esperienza salvifica. Dentro la macchina, finalmente, sono banditi i doveri, l'onore, la pieta', l'orgoglio.
Il mostro a volte e' anche rassicurante.
Nel racconto di Clive Barker "In collina, le citta'", due turisti in vacanza in una sperduta cittadina della Jugoslavia assistono attoniti durante una festa locale ad una lotta tra due immensi giganti di carne, costruiti dall'unione degli abitanti di due paesi rivali, perfettamente uniti tra loro in una parodia (intrisa di sangue) dei robottoni di Go Nagai.
A volte il mostro entra a far parte del quotidiano, e noi finiamo per abituarci.
Questo e' il momento di cui potrebbero approfittare i Morlocks, relegati per la vergogna nei tunnel sotto la terra, per sorgere e riprendersi il mondo che gli abbiamo sottratto.
Il mostro non e' sempre innocuo.
Ce ne serviamo per definire la realta' in cui viviamo, ognuno condizionato dal proprio bagaglio di cultura ed esperienza.
In realta' sono spesso due facce della stessa medaglia ; quante volte abbiamo usato gli ossimori "mostruosa bellezza" o "bellezza mostruosa", dove i due termini si enfatizzano a vicenda.
Sono concetti semplicistici, ma con una potente forza intrinseca che cataloga e giudica, senza possibilita' di appello.
Ma mentre l'unico rischio che corre la bellezza e' quello di diventare un'ambizione, il povero vecchio mostro ha ancora da fare parecchia strada per sconfiggere preconcetti o paure e conquistarsi definitivamente il suo posto nel mondo.
Evolutionary war
Ogni razza che tenta di progredire ha bisogno del suo mostro.
L'anomalia genetica, il fattore recessivo che improvvisamente decide di prendere il sopravvento, diventa la ciambella di salvataggio a cui aggrapparsi per tentare di sopravvivere in un habitat divenuto improvvisamente ostile.
La natura, nella sua opera di selezione, non si fa governare da canoni estetici, ma dal puro pragmatismo.
Solo il diverso (il piu' forte ed adattabile) ha speranza di sopravvivere, quando il normale non ce la fa piu'.
Quello stesso diverso che, in una societa' statica che non ha bisogno delle sue difese genetiche, e' considerato una anomalia da distruggere, un imbarazzo da nascondere, una mala pianta da estirpare. La tanto agognata (da alcuni) purezza della razza e' in realta' l'anticamera dell’estinzione.
Solo da un melting pot genetico puo' nascere l'uomo del domani, un ibrido che riesca a sintetizzare il meglio di ogni razza.
In un ipotetico futuro nel quale, dopo una guerra atomica globale, il mondo si trasformasse in una trappola mortale per noi indifesi normali, il mostro potrebbe diventare l'unica speranza per la vita sulla terra.
Forse solo gli scarafaggi (Kafka ci aveva visto giusto!), piccoli mostri emarginati, faranno parte di un possibile futuro.
Chi puo' dire poi che il tumore, che ora e' solo un alieno che si fa strada nel nostro corpo con l'unico risultato di distruggerlo, non sia soltanto il primo vagito incoerente di una nuova razza, un nuovo essere che semplicemente ancora non ha capito quale sia la giusta strada da percorrere?Nella puntata n. 14 della quarta stagione del serial americano X-Files ("Leonard Betts"), un uomo, completamente composto da metastasi (di cui si nutre), e' divenuto immortale perche' esse gli permettono di rigenerare parti perdute del suo corpo.
Forse il nostro destino e' quello di diventare puri ammassi organici superadattabili, un po' come la Cosa del film di John Carpenter.
Anche lo xenomorfo di "Alien", mentre ci perfora il cranio con la sua seconda mascella, si rivela di essere nulla di piu’ che una "bellissima" ipotesi di adattativita' cosmica, la razza perfetta per conquistare lo spazio profondo.
Il mostro e' bello, il mostro e' utile.
E il verbo si fece carne
La carne e' inquieta, il mostro si trasforma e si adatta seguendo precise direttive.
A volte anche solo di cassetta.
Nella cinematografia horror di Frank Henenlotter, geniale e folle protagonista dei b-movie americani degli anni ottanta, il mostro e' gia' dentro di noi, e si manifesta nelle forme piu' svariate : il gemello siamese assassino di "Basket case" (1982), il parassita killer di "Brain Damage" (1988), fino alle follie biologiche di "Bad biology" (2008), che ha segnato il ritorno sulle scene di Hehenlotter, e che narra la storia di due anime gemelle (lei dotata di ben 7 clitoridi, lui con un enorme pene senziente) e del frutto del loro "amore".
E ancora sempre sullo stesso filone : la protagonista di "Teeth" di Mitchell Lichtenstein (figlio del piu' famoso Roy) del 2007, dove un drastico adattamento anatomico, una vagina dentata, diventa utile per difendersi dalla violenza del maschio alfa; oppure il blob di carne in cui una elite di riccastri si fonde durante festini orgiastici in "Society" (1989) di Brian Yuzna, grottesca messa alla berlina di una societa' oligarchica e spersonalizzante.Ma forse colui che e' riuscito piu' efficacemente a rappresentare sullo schermo ogni forma possibile di mutazione e' David Cronenberg, tanto che i suoi films sono stati definiti come "Body horror".
"Il demone sotto la pelle" (1975), "Rabid" (1977), "Brood" (1979), "Videodrome" (1983), "La mosca" (1986) fino al catartico "Crash", sono viaggi lisergici dove la realta' si confonde con l'incubo e l'incubo diventa improvvisamente l'unica possibile realta', e dove il corpo si espande alla ricerca di nuovi territori da esplorare.
Ma questa cinematografia di esasperata espressione corporea (quasi una performance di body art), ha origine molto piu' ad est, nell'anarchia assoluta (e fertilissima di idee e suggestioni) del cinema orientale.
I giapponesi convivono da anni con l'incubo della mutazione genetica.
Il terrore nucleare di Hiroshima e Nagasaki (e delle centrali atomiche con cui convivono nel loro fragile territorio) oltre a piagarne lo spirito, ha profondamente modificato la loro visione del mondo.
Questa paura viene da loro esorcizzata tramite il fumetto (un po' tutta l'opera di Go Nagai) od il cinema, dove Gojira, il mostro atomico, ne e' l'esempio piu' eclatante.
Nell'immaginare scenari apocalittici dove i mostri e gli umani si contendono il dominio della terra, i registi giapponesi sono aiutati dalla loro concezione del mondo, dove il fantastico convive giornalmente con il reale.
In "Tetsuo" del regista giapponese Shin'ya Tsukamoto, si assiste alla graduale ed inorridita trasformazione di un uomo in una macchina, ed alla sua lotta per la sopravvivenza (il film ebbe due seguiti).Mentre Tsukamoto sceglie una messa in scena molto piu' autoriale (il primo del 1989 e' girato in uno sperimentale ed ipercinetico bianco e nero), lo scorretto cinema di Hong Kong, da sempre piu' incline all'effettaccio gore in ogni sua declinazione, ne sfrutta gli aspetti grotteschi in opere decisamente piu' divertite come "Machine girl" (2008) e "Robogeisha" (2009) entrambi di Noboru Iguchi, oppure "Helldriver " (2010) dove il regista Yoshihiro Nishimura si inventa un nuovo tipo di zombi (vedere per credere).
Ognuno di loro, anche se con stili diversi, mette in scena la resa dell'uomo nei confronti della macchina, la fuga dalla carne e dalle sue debolezze emotive.
E per un popolo che fa fatica a gestire gli umani sentimenti, diventa quasi un'esperienza salvifica. Dentro la macchina, finalmente, sono banditi i doveri, l'onore, la pieta', l'orgoglio.
Il mostro a volte e' anche rassicurante.
Nel racconto di Clive Barker "In collina, le citta'", due turisti in vacanza in una sperduta cittadina della Jugoslavia assistono attoniti durante una festa locale ad una lotta tra due immensi giganti di carne, costruiti dall'unione degli abitanti di due paesi rivali, perfettamente uniti tra loro in una parodia (intrisa di sangue) dei robottoni di Go Nagai.
A volte il mostro entra a far parte del quotidiano, e noi finiamo per abituarci.
Questo e' il momento di cui potrebbero approfittare i Morlocks, relegati per la vergogna nei tunnel sotto la terra, per sorgere e riprendersi il mondo che gli abbiamo sottratto.
Il mostro non e' sempre innocuo.
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domenica 15 gennaio 2017
IL SOGNO DEL MOSTRO
La meravigliosa vita di Frank Lentini
Qualche volta il mostro, smessi temporaneamente gli abiti dell'anima tormentata che vaga alla ricerca di un proprio posto nel mondo, si permette il lusso di sognare.
Sono sogni di gloria, di folle plaudenti, di calorose strette di mano e sorrisi senza paura.
Anche il mostro di Frankenstein, nel buio della stiva della nave che lo porta al suo esilio al Polo, sogna di conquistare il pubblico, facendosi ammirare stretto in un frac mentre balla un improbabile tip tap, oppure piu' semplicemente lasciarsi andare dolcemente al ritmo di una banale, meravigliosa, vita famigliare (come ci ha narrato Mel Brooks in "Frankenstein Junior").
Dopo il sogno a volte si sveglia farfalla, e, aprendo le fragili ali, vola leggero verso mete lontane mentre l'aria freme di un meritato applauso.
"Si puo' fare!", verrebbe da citare.
Una piccola folla si e' riunita nel centro del paese, vicino ad un incrocio tra due vie trafficate, dove il sindaco, in divisa ufficiale con tanto di fascia tricolore, si appresta ad iniziare il suo discorso, su di un piccolo palco improvvisato.
Nella mano destra tiene ben saldo il capo un lungo drappo di velluto che copre un oggetto quadrangolare posto su di un piedistallo alla sua destra.
Li' vicino, l'imponente chiesa barocca risplende nel sole, e sembra benedire l'evento.
Egli si schiarisce la voce e comincia la sua presentazione.
Durante l'enfatico monologo il dialetto gioca con l'italiano una vittoriosa partita a rimpiattino, rendendo il tutto piu' caloroso e spontaneo.
La folla approva ad ogni pausa, con brevi cenni del capo.
Alla fine del discorso, il sindaco si fa scivolare il drappo tra le dita con un colpo secco, rivelando una grande lapide commemorativa di marmo chiaro, vergata in semplici caratteri : una semplice frase di ringraziamento rivolta al personaggio per cui si e' organizzata la manifestazione, a sua imperitura memoria.
Accanto alla scritta, una piccola foto in bianco e nero attaccata con lo scotch, dove un uomo, ritratto a figura intera, sorride in posa.
Dalla folla si alza un emozionato mormorio di soddisfazione.
Un bambinetto nel suo vestito della festa, fino ad allora impegnato a mangiarsi le unghie, si gira e osserva la foto.
Per un attimo rimane interdetto, gli occhi spalancati dallo stupore.
Poi scoppia in una breve risatina maliziosa.
La mamma si gira bruscamente verso di lui, lo strattona con fermezza e gli intima di tacere.
Il momento e' solenne, accidenti!
Lui non capisce, non crede di aver fatto nulla di male, ma si adegua per paura di ulteriori rappresaglie.
Come dargli torto, d'altronde : non fa altro che il suo mestiere, quello di bambino, nel cui mondo non esiste la parola "diplomazia", ai suoi occhi tutto e' gioco, e meritevole di scherno.
Ma questa volta qualcosa di strano, in quella foto, c'e' davvero.
Qualche volta il mostro, smessi temporaneamente gli abiti dell'anima tormentata che vaga alla ricerca di un proprio posto nel mondo, si permette il lusso di sognare.
Sono sogni di gloria, di folle plaudenti, di calorose strette di mano e sorrisi senza paura.
Anche il mostro di Frankenstein, nel buio della stiva della nave che lo porta al suo esilio al Polo, sogna di conquistare il pubblico, facendosi ammirare stretto in un frac mentre balla un improbabile tip tap, oppure piu' semplicemente lasciarsi andare dolcemente al ritmo di una banale, meravigliosa, vita famigliare (come ci ha narrato Mel Brooks in "Frankenstein Junior").Dopo il sogno a volte si sveglia farfalla, e, aprendo le fragili ali, vola leggero verso mete lontane mentre l'aria freme di un meritato applauso.
"Si puo' fare!", verrebbe da citare.
E' una calda mattina di fine estate.
Una piccola folla si e' riunita nel centro del paese, vicino ad un incrocio tra due vie trafficate, dove il sindaco, in divisa ufficiale con tanto di fascia tricolore, si appresta ad iniziare il suo discorso, su di un piccolo palco improvvisato.
Nella mano destra tiene ben saldo il capo un lungo drappo di velluto che copre un oggetto quadrangolare posto su di un piedistallo alla sua destra.
Li' vicino, l'imponente chiesa barocca risplende nel sole, e sembra benedire l'evento.
Egli si schiarisce la voce e comincia la sua presentazione.
Durante l'enfatico monologo il dialetto gioca con l'italiano una vittoriosa partita a rimpiattino, rendendo il tutto piu' caloroso e spontaneo.
La folla approva ad ogni pausa, con brevi cenni del capo.
Alla fine del discorso, il sindaco si fa scivolare il drappo tra le dita con un colpo secco, rivelando una grande lapide commemorativa di marmo chiaro, vergata in semplici caratteri : una semplice frase di ringraziamento rivolta al personaggio per cui si e' organizzata la manifestazione, a sua imperitura memoria.
Accanto alla scritta, una piccola foto in bianco e nero attaccata con lo scotch, dove un uomo, ritratto a figura intera, sorride in posa.
Dalla folla si alza un emozionato mormorio di soddisfazione.
Un bambinetto nel suo vestito della festa, fino ad allora impegnato a mangiarsi le unghie, si gira e osserva la foto.
Per un attimo rimane interdetto, gli occhi spalancati dallo stupore.
Poi scoppia in una breve risatina maliziosa.
La mamma si gira bruscamente verso di lui, lo strattona con fermezza e gli intima di tacere.
Il momento e' solenne, accidenti!
Lui non capisce, non crede di aver fatto nulla di male, ma si adegua per paura di ulteriori rappresaglie.
Come dargli torto, d'altronde : non fa altro che il suo mestiere, quello di bambino, nel cui mondo non esiste la parola "diplomazia", ai suoi occhi tutto e' gioco, e meritevole di scherno.
Ma questa volta qualcosa di strano, in quella foto, c'e' davvero.
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