lunedì 21 marzo 2016

BOR Capitolo 2 Il Curvone di Valentini


La via XIII Novembre nasce dal centro di Roncadello, passa sotto il ponte della autostrada e punta verso Ravenna in un percorso che è più o meno parallelo alla via Minarda.
Poche centinaia di metri più avanti raggiunge e supera un gruppo di case residenziali.
Da quel punto non ci sono più lampioni ai lati della strada ed inizia la campagna vera e propria, la periferia agricola roncadellese. Da un lato, fino al canale, l'estesa area coltivata a pere (la pirera di Ricci) e dall’altro le case coloniche ed i loro appezzamenti.   

     La casa di Matteo era proprio sul limite, davanti all’ultimo lampione, ed è lì che eravamo arrivati con le nostre biciclette quando il mio amico sterzò di lato e si infilò oltre il cancello.
«Aspetta qui che torno subito!»
Entrò velocemente nell'officina di casa che comunicava con la lavanderia e con una stanza adibita a ripostiglio, luoghi che conoscevo ed apprezzavo per il profumo di bucato e la presenza della cassetta coi fumetti dei supereroi. Era lì che Matteo costruiva e custodiva i suoi amati gadget.    
     Ne uscì con uno zainetto contenente una torcia a pile ed il suo personale arsenale per sfidare il mondo: un coltellino svizzero multiuso, uno a lama lunga seghettata, freccette dalla punta di acciaio e soprattutto il suo orgoglio, le speciali stelle ninja auto-prodotte, forgiate durante lunghi pomeriggi di martellate solitarie.
«Sono passato a prendere queste. Non ci serviranno ma portarcele dietro... male non fa!»
   
     Non era per nulla strano che l'esplorazione dell'incrocio “maledetto” fosse diventato il pretesto per organizzare un piccolo assetto di guerra. Già alle elementari il mio compagno di banco storico era passato dalla fase della ricerca di petardi e di fucili a pallini nelle bancarelle delle feste parrocchiali a quella di costruttore di fantasiosi ed estetizzanti lancia-elastici fatti di mollette da bucato. Giunti alle medie le competenze tecnologiche si erano affinate, e passava così ore ed ore nell'officina del babbo ad affilare lame e a progettare e perfezionare forme letali di shuriken. Stava diventando un pochino inquietante. Sia ben chiaro, non l'avevo mai visto colpire un essere vivente coi suoi ordigni (a parte le mosche sui muri e gli alberi per testare la precisione e il grado di penetrazione delle punte nella corteccia) ma il solo fatto che alcune volte mi avesse preso scherzosamente di mira o mi avesse chiesto di prestarmi come "ragazza del lanciatore di coltelli" mi riempiva di preoccupazione per gli sviluppi presenti e futuri della sua passione. Pensavo che a quasi dodici anni quell'ostinazione per gli strumenti di offesa fosse pericolosa e che prima o poi sarebbe successo un incidente a qualcuno. Io, in particolare, mi sentivo nella lista dei candidati ad una menomazione di qualche tipo.
   
     Riprendemmo a pedalare lungo la via XIII Novembre verso la nostra destinazione. Le case si facevano sempre più rade lungo la strada e simili ai tipici casali di campagna del forlivese. Tutte abitate, a quei tempi; alcune ristrutturate altre piuttosto fatiscenti. E poi le stalle vicine, e più appartate le fosse del letame la cui presenza era percepibile ma ben integrata, senza che fosse fastidiosa o opprimente. Liquami neri frequentati da galline razzolanti, a volte da oche. Ogni tanto venivamo superati da un'auto condotta da anziani mantenuta precauzionalmente al centro della carreggiata. Probabilmente neanche ci vedevano. Qualche tensione in più ce la procuravano i grossi camion che sfrecciando ci facevano sobbalzare e poi ci risucchiavano. Allora bisognava tenersi saldi sul manubrio, soprattutto quando si trattava di autoarticolati o quando avevano dietro quei loro terribili rimorchi.
   
     Dopo aver percorso poco più di un chilometro giungemmo in prossimità di un traliccio dell’alta tensione e quindi del viottolo che avrei dovuto imboccare per tornarmene a casa. Era una stradicciola stretta e bianca, non asfaltata; settecento metri piuttosto faticosi da percorrere in bici a causa dei ciottoli franosi ed appuntiti forniti dai cantonieri e che i miei provvedevano a spargere sul fondo per pareggiarlo e ridurre il fango e le pozzanghere. Ci passammo davanti. Da quel punto la mia casa era invisibile, coperta dagli alti alberi della casa delle mie cugine e dai filari di viti e di peschi, ma era come se la vedessi, lì, sotto le punte delle betulle, esattamente nel punto in cui la striscia rossa dell'orizzonte era più luminosa. In quel momento i maiali sicuramente stavano strillando nelle stalle, affamati, annusavano la broda calda che mio nonno stava preparando nella fornace sul retro.
   
     Anche Matteo si voltò per guardare in direzione di quel viottolo che aveva percorso tante volte in nella luce piena del pomeriggio per venirmi a trovare dopo la scuola. Forse il posto gli sembrò diverso, così immerso in ombre che si facevano sempre più lunghe.
«Tu non hai mai paura... a stare qua, di notte?»
«Mah... non ci sono motivi veri per aver paura, noi abbiamo la Kira che fa guardia alla casa...»
Ma la stavo facendo troppo semplice.
«Però sì... delle volte, ho paura. Ma sono cose che non riesco a vedere, che mi fanno paura e basta senza che riesca a immaginarle del tutto. Sono come delle situazioni strane.»
«Tipo?»
«Tipo... quando resto in casa a guardare la televisione o a leggere, mentre i miei sono nel campo... Ad un certo punto sento la Kira che abbia con insistenza; guardo fuori dalla finestra e vedo il mio vicino. Se ne sta sul suo campo, ma è proprio sul bordo, a meno di dieci metri dalla porta di casa. E guarda dalla nostra parte con quegli occhi raggrinziti dal sole, che sembrano ridere sempre, anche quando lui non ride...
«Cacchio, è vostro nemico?»
«No, non credo»
«Allora Cosa vuole?»
«Non lo so, osserva... se esco e mi faccio vedere allora se ne va senza dire una sola parola. Forse è un modo di fare normale per un cacciatore...  e lui è un cacciatore; gira per i dintorni e quando crede che non ci sia nessuno si comporta in modo un po' misterioso ed invadente...»
Matteo era pensieroso e stava elaborando i dati a modo suo.
«Sai vero, che ho visto in televisione che chi diventa cannibale... un po' alla volta non riesce più a parlare?»
   
     Dopo il viottolo a sinistra avevamo superato anche la casa sulla destra, una costruzione dalla struttura estremamente tradizionale ma molto ben mantenuta. Sopra la porta d’ingresso una targa di terracotta riportava quello che doveva essere l’anno di costruzione, il 1880. Dopo di che era necessario procedere uno dietro all’altro perché stavamo per affrontare il curvone di Valentini. La strada principale piegava verso nord ed era quello il limite ideale di Roncadello oltre il quale si entrava nel territorio di Branzolino.
Oltrepassando il curvone di Valentini si aveva l’impressione che la periferia avesse di colpo voltato le spalle alla città e che guardasse altrove, come smarrita.

   
   
     Superammo la curva; le case erano oramai immerse nell'oscurità e gli abitanti al loro interno ricorrevano all'illuminazione elettrica. Riapparvero i lampioni, quelli del piccolo centro abitato.
Continuando a pedalare affiancati sotto quella luce ocra fu il turno di Matteo che raccontò di una sua cugina (un'altra, Matteo era pieno di cugine) che aveva la nostra età ma dormiva ancora con i suoi.

«La capisco» confessai «A volte ti prende una paura che non sai da dove venga. Non si tratta di storie di fantasmi o di malefici, ma di cose che potrebbero far parte del mondo pur restando invisibili. Come quegli urli spaventosi che si sentono di notte, degli uccelli che si appostano sulle betulle sopra i serragli dei maiali. A volte si fanno più vicini alla casa e arrivano proprio sul tetto... e se ti svegli con quel grido poi fai fatica a riaddormentarti. E poi anche di giorno la paura si vede in continuazione negli occhi degli animali, di quelli che alleviamo e di quelli piccoli e selvatici che trovo nell’orto con cui mi diverto a giocare. Ma questo è scontato... c'è dell'altro, ed è qualcosa di incontrollabile»
«Cosa c'è di incontrollabile?»
«Ecco… mi chiedo spesso che cosa succede alla Kira quelle notti che non vuole stare nella sua cuccia e sembra che preghi per entrare in casa. Mi fa pensare che ci potrebbero essere, nascoste nel buio, delle creature terribili che non si fanno mai vedere ma che lei avverte. Un cane lupo non dovrebbe essere così pauroso…»
Passammo affiancati davanti al baretto di Branzolino.
«I gatti poi... Ecco, a casa nostra i gatti non vivono molto. Ne abbiamo avuti tanti ma pochi hanno vissuto più di uno o due anni. Ad un certo momento scompaiono. Forse vengono uccisi da gatti randagi più grossi e selvatici, da cani che girano o dai cacciatori che li considerano loro concorrenti. Ma chissà, potrebbe essere anche qualcos'altro. Ti ricordi quel micetto bianco a macchie, con una zampina nera, simpatico, svelto, spavaldo? »
«Guanto...»
«Sì, Guanto. E' scomparso l'anno scorso. L'abbiamo chiamato per giorni, cercato per settimane...»
«E poi...?»
«Poi ci siamo dati per vinti. Io me lo immaginavo in un’altra casa, magari felice, grasso, senza cani che gli rendessero le giornate difficili. Ma un giorno, mentre passeggiavo con la Kira nella calera dietro casa, ho notato una specie di pallina di pelo in mezzo all'erba. Era in un sentiero laterale tra i campi vicino ad un fosso profondo in cui scorre sempre dell'acqua, vicino all'alberone»
«Guanto! Era morto!»
«Più o meno. Non era esattamente il corpo di un gatto. La pelliccia era la sua, non potevo sbagliare... ma era come arrotolata. E dentro qualche ossicino, unghie e qualche dente»
«Meeerda!!!»
«Mio nonno ha detto che sono cose che fanno i serpenti... ma che da noi non dovrebbero essercene di tanto grossi da fare questa cosa ad un gatto quasi adulto. A volte penso che potrebbe essere stato proprio un serpente e mi immagino il mio Guanto che viene preso, soffocato, stritolato e poi ingoiato lentamente...»
   
     A quel punto facevo fatica a continuare a parlarne. Matteo stesso aveva smesso di commentare ma era un silenzio difficile da decifrare perché era già parecchio scuro ed i suoi occhi erano come persi nelle fessure del passamontagna.
Mi guardai attorno; avevamo superato anche il centro di Branzolino e già si vedeva da lontano l'occhio del lampeggiante sospeso sull'incrocio della Borra e appena sotto il nero degli alberi e dei filari che si stagliavano contro il blu ed il porpora dell'orizzonte. Eravamo quasi arrivati nel punto in cui la via XIII Novembre avrebbe incrociato la via Minarda.
   
      E proprio in quell'angolo che poche ore prima aveva attirato la mia attenzione vedemmo qualcuno muoversi.
Sentii il rumore dei freni della bici di Matteo. Si era accorto qualche istante prima di me che quell'uomo, se di uomo si trattava, ci stava guardando, come se ci aspettasse.
Strinsi così forte le manopole del manubrio che i guanti di lana ci scivolarono sopra.

Continua su BOR Capitolo 3

E int e' mëz de cruser quand che fó stê
ecco una vosa u si sintep adoss:
« ben arivê, mi amor, ben arivê,
I' è tant eh' aspèt, ch' u mi si sfoja agli oss ».

Da "A Trebb" (A. Spallicci)

2 commenti:

  1. Va giu come acqua fresca. Io non ho goduto del privilegio di uns adolescenza campagnola. Anche se modena e' un paesotto, si viveva tra cortili e campetti parrocchiali molto meno
    evocativi e misteriosi. Per quello ci si chiudeva
    in casa col geloso ad imitare alto gradimento o si improvvisavano racconti salgariani per far evadere la fantasia.
    compli, si legge benissimo e lascia negli occhi la voglia di continuare.

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