domenica 14 marzo 2021

STORIE DA UN ALTRO UNIVERSO

PRIMA STORIA

OGGI E' UNALTRO GIORNO


Mi chiamo Carlo Venturini, ho 45 anni e sono un fesso.

Lo dico così, senza mezzi termini o diplomatici giri di parole.

La realtà sta davanti ai miei occhi ogni mattina quando mi sveglio, e ogni notte quando mi addormento.

Avevo una famiglia meravigliosa, una moglie stupenda che mi amava e mi accudiva in ogni modo possibile, e avevo mandato tutto a puttane per un amorucolo da quattro soldi.

Di lavoro faccio l'informatore medico scientifico. Siamo il braccio armato delle case farmaceutiche, i loro spot pubblicitari viventi, uomini e donne, sandwiches che esibiscono e cercano di piazzare la loro mercanzia.

Comandati, diretti e controllati, dai nostri capo area sciamiamo ogni benedetto giorno sulle piazze di spaccio farmacologico, cercando di convincere i medici che il nostro prodotto è migliore della concorrenza, anche se, spesso, differisce solo dal nome e dal colore della scatoletta. Sarebbe anche un bel lavoro, sempre a contatto con il pubblico, mai rinchiuso tra le mura di uno squallido ufficietto, se non fosse terribilmente complicato. Non abbiamo gli spazi dedicati come i più nobili rappresentanti; dobbiamo farci largo tra i pazienti in fila, sgomitando e litigando. Non mi lamento, c'è di peggio, ma alla lunga può diventare stressante.

Il mio più grande problema è sempre stato che non so stare da solo, nemmeno per un giorno, figuriamoci per una settimana o un mese e il lavoro purtroppo mi portava spesso lontano da casa.

Quando era solo per tentare di fare il mio dovere quotidiano, visitando i medici del mio schedario, ambulatorio per ambulatorio, elemosinando una loro pietosa o amichevole riconoscenza, andava ancora bene: attendevo il ritorno a casa, la sera, con un'ansia che a volte mi stupiva e mi chiudevo volentieri al sicuro nel mio castello di affetti quotidiani.

A volte invece la mia azienda, una delle più importanti a livello nazionale organizzava in sede a Milano tediose riunioni di aggiornamento o inutili corsi di miglioramento professionale, dove si sprecavano le parole e i suggerimenti, nessuno dei quali avrebbe poi trovato alcuna applicazione pratica.

Il lavoro era solo un'assidua e continua tessitura di rapporti umani tra me e i miei clienti, i medici, una ragnatela costruita in anni di sorrisi e di condivisioni dei nostri problemi.

Loro mi gettavano addosso le loro ansie quotidiane e io abbozzavo, comprensivo, sperando in un minimo di riconoscenza, un attestato, in fondo, della mia esistenza.

Forse dovevo fare il prete; meno ansie da prestazione, sicuro.

Quando comunque capitava di dover assistere alla solita inutile manfrina e mi dovevo assentare anche per alcune settimane, allora crollava ogni mia difesa e rimanevo nudo, in balia di tutti i miei difetti.

Lontano dalle mie sicurezze, in un anonimo albergo, passando da una riunione a una cena di lavoro, ero un essere appena accennato, nelle mani di chiunque volesse plasmarlo a suo vantaggio.

Quelle riunioni erano momenti strani, dove il tempo sembrava sospeso, dove vigeva tra noi colleghi di lavoro un cameratismo quasi assurdo, come se fossimo soldati di ritorno dal fronte per passare qualche giorno tranquillo nelle retrovie, aspettando di riprendere la nostra piccola guerra quotidiana.

Gente che non si conosce, che crede di conoscersi o fa solo finta.

Eravamo tutti degli attori nati, nel peggior senso del termine.

Dei guitti, delle macchiette.

Sempre pronti a vantare amicizie, successi, a sbandierare ai quattro venti la ricetta miracolosa per ottenere il risultato migliore.

In questi momenti tutto sembrava permesso, non esistevano più le famiglie o altre realtà che non fossero quelle che stavamo vivendo. Qualcuno riusciva a isolarsi, mantenendo i contatti con l'altra vita, quella vera; io no, non ce la facevo mai del tutto e anche la telefonata giornaliera a casa era solo una piccola oasi, quasi un miraggio, nel vasto deserto delle tentazioni.

Ero perso in questo mondo alieno, abitato da colleghi che esibiscono incrollabili sicurezze, quelle che io non ho mai avuto, e colleghe che, per simpatia, civetteria o intenzione, ti regalavano sorrisi e toccatine come fossero confetti a un matrimonio.

Erano i terribili e pericolosi momenti dove il cuore poteva anche perdere un battito, la mente cominciare a dimenticarsi chi era troppo lontano per farsi ricordare, e le scuse, le attenuanti si moltiplicavano a dismisura, fino a farti annegare nel vasto oceano della tua vigliaccheria.

Rossana era una collega di Bari; bella, imponente, prosperosa e disinibita. Mi aveva preso in simpatia, diceva, a causa del mio spiccato accento emiliano che la faceva ridere, e non perdeva occasione per stuzzicarmi, facendomi piedino sotto il tavolo durante le riunioni, mentre gli altri erano occupati a ripassare le cose da dire davanti al direttore che sarebbe venuto in visita da un momento all'altro.

Noi invece sembravamo impegnati in una lunga schermaglia amorosa, senza logica e sostanza, ma che, dopo qualche giorno di finte ritrosie da parte mia, ci aveva portato inevitabilmente a condividere lo stesso letto.

Una scopata, come disse lei più tardi quella stessa sera, nulla di più, ma io avevo già fatto l'errore di darle il mio numero di cellulare e lei, qualche mese dopo, l'aveva usato nel modo più sbagliato.

Avevo tradito mia moglie e lei, colpa della sua maledetta curiosità, del telefonino dimenticato sul tavolo di cucina, di un attacco di colite che mi aveva costretto a una prolungata seduta in bagno e di un messaggio di whattsup spedito dalla mia collega Rossana nel momento meno opportuno, una sera, dopo aver lungamente ponderato, mia moglie mi aveva detto che era finita.

Dovevo andarmene, domani stesso.

Non aveva urlato, non mi aveva gettato in faccia il suo disprezzo, enfatizzando e sottolineando, ma io mi ero ugualmente reso conto che diceva la verità. Gliela avevo letta negli occhi, fermi e sicuri, due biglie fredde che mi guardavano senza paura mentre invece io abbassavo i miei, incapace di replicare.

Aveva tutte le ragioni e io non potevo più permettermi il lusso di mentire.

Furbescamente aveva cancellato il messaggio (e il numero di Rossana, ma questo lo seppi solo più tardi), così poteva accusarmi di qualsiasi cosa lei avesse potuto scrivermi. Ma qualunque cosa avesse deciso di utilizzare, non sarebbe andata troppo lontana dalla verità. E comunque me le meritavo tutte.


La mattina dopo mi alzai presto, come al solito. Lei dormiva ancora, forse aveva pianto tutta la notte, non lo so.

Io ero rimasto in salotto, davanti alla televisione accesa senza vedere nulla, la mente persa dietro mille, sfuggevoli pensieri.

Ora che faccio? Cosa le dico? Come la convinco?

Nonostante anch'io non avessi chiuso occhio, ero carico di una strana energia, che mi sosteneva come fossi un pupazzo appeso al muro da un unico filo che non gli permetteva di precipitare a terra in un ammasso scomposto di legno e carne.

Ero un automa mosso da complicati meccanismi che si erano messi in movimento da soli, che nessuno avrebbe più potuto arrestare fino a che la chiavetta di carica non avesse completato il suo ultimo giro. Come in sogno mi vestii e mi preparai.

Riempii la borsa con i campioni, le schede tecniche e ogni altra cosa che mi serve per lavorare, per provare a convincere qualche medico della indispensabilità dei miei prodotti, per guadagnarmi qualche prescrizione, aggiungendo qualche altro giorno utile a quelli già utilizzati per costruirmi un futuro decente.

Purtroppo le cose, anche sul lavoro, ultimamente non stavano andando bene.

Gli indici di vendita, quelli che segnalavano la differenza tra la vita e la morte, erano in caduta libera, come diceva sempre “affettuosamente” il mio capo area; era come un chiodo umano perennemente infilato sotto l'unghia, un demone arcigno che mi pungolava con il suo forcone, il suo lungo dito macchiato di nicotina puntato sulla mia testa reclinata dalla contrizione, così vicino da disegnarmi la scriminatura tra i capelli.

I medici non si facevano più convincere come una volta o forse ero io che stavo perdendo fascino e abilità, quella che mi consentiva di essere sempre padrone della situazione e di gestire la penna del medico come se l'avessi in mano io; quell'abilità incontestabile che mi aveva portato ad essere tra i primi venditori d'Italia, mentre ora dovevo accampare giustificazioni, promettere svolte decisive, pianificare impossibili e rapidissime rimonte al Mostro di cui sopra.

La mia quotazione era precipitata dalle stelle alle stalle, senza nemmeno passare dal Via per recuperare un po' credito come al Monopoli.

La crisi sentimentale e famigliare si stava sovrapponendo a quella lavorativa, fondendosi in un'enorme blog che divorava tutto, anche se stesso, da dentro e da fuori.

Uscii di casa come tutti i giorni per fare il mio dovere, anche solo per trovare un momento di pace e fermarmi a pensare.

Fuori mi attendeva una nebbia impenetrabile, uguale a quella che avevo dentro la testa.


L'ambulatorio del dottor Montorsi era situato in una piccola villetta in fila con tante altre, tutte uguali, in una zona tranquilla, lontano dal centro caotico della città.

La si distingueva dalla piccola e rumorosa folla di persone che stazionava sempre, fin dalle prime ore del mattino, davanti al cancelletto che dava sul piccolo cortile antistante all'entrata.

Appena girato l'angolo li vidi, i vecchi e le vecchie, intabarrati e parlottanti, e mi si ghiacciò il cuore; appena mi videro loro, girando all'unisono gli sguardi verso di me e scrutandomi, prima con sospetto poi, vedendo la borsa che portavo al fianco destro, con schifata certezza, iniziarono a mormorare sollevando nell'aria un rumore come di mare in tempesta.

Mi odiavano, lo sapevo, e io ricambiavo volentieri.

Oggi non avevo voglia di fare il solito sorriso diplomatico che spesso serviva solo ad aumentarne il malumore; avanzai sicuro, fendendo quella massa torbida di facce arrabbiate, entrai nel cortile e mi affacciai sulla porta della saletta d'attesa.

Dentro era pieno di pazienti.

Raggruppati a due e a tre, chiacchieravano dei loro mali, in discussioni già sentite, che si ripetevano pedissequamente in ogni ambulatorio, in ogni occasione di ritrovo e di sfogo: stessi argomenti, stessi problemi, stesse soluzioni ai medesimi, gettate lì come sacro verbo da chi, sembrava, fosse portatore di una verità indiscutibile.

Sussurrai un timido buongiorno; loro si voltarono e mi scrutarono con odio feroce. Stesso sguardo di quelli fuori, ma più pericoloso, più aggressivo, perché prodotto da chi credeva di essere ormai prossimo alla meta e invece vedeva profilarsi il rischio di una retrocessione.

Qualcuno pensò ad alta voce, esprimendo il suo disprezzo e il suo disappunto per l'accaduto e colorandolo di parole irripetibili e di epiteti santificati.

Era la solita vecchia abitudine che avevano spesso i cosiddetti pazienti di eliminare ogni filtro tra pensiero e parola, sperando così di convincere il destinatario delle proprie maledizioni, in questo caso io, a desistere e tornare sui propri passi, anche solo più tardi, soprattutto dopo che erano entrati loro.

Ma c'era sempre un “loro” che noi dovevamo aspettare, e così noi non saremmo entrati mai.

Come al solito non ci feci caso, agganciai il cappotto all'attaccapanni, chiesi chi doveva entrare, segnalando così la mia ferma intenzione di restare e far rispettare i miei diritti, poi mi sedetti fingendo una totale indifferenza.

Nell'ambulatorio del dottor Montorsi le visite degli informatori medico scientifici erano di norma regolate ogni due pazienti: lo sapevano tutti benissimo, ma facevamo sempre finta di niente. Era una lotta silenziosa, fisica e psicologica. Piccoli veloci passi verso la porta di entrata allo studio vero e proprio, cercando di fregarci sul tempo (non potete immaginare quanto gli anziani, soprattutto quelli malati, siano veloci!) o commoventi parole che dovrebbero blandirci con le motivazioni più puerili e inverosimili, come l'intramontabile classico: “Mi lasci passare! Devo andare a fare il ragù che mio marito rincasa presto! Sì, lo so che sono solo le otto del mattino, ma ci vuole il suo tempo, sa?”, una lotta che di solito accettavo volentieri, che mi faceva magari perdere qualche minuto, ma che alla fine mi permetteva di entrare dal medico senza aspettare che l'intero ambulatorio, magari anche chi doveva ancora arrivare, avesse terminato di esibirgli, per l'ennesima volta, i propri innumerevoli e inguaribili malanni.

Una lotta sfiancante che mi lasciava esausto ma che era condita da una punta di soddisfazione quando un'anima pia, il dottore stesso o la lentezza del mio avversario, mi concedevano una seppur effimera ma appagante vittoria.

Oggi comunque non avevo voglia di discutere né soprattutto di litigare; decisi in cuor mio che avrei aspettato qualche paziente in più, senza dire nulla, così gli altri, speravo, sarebbero stati più accomodanti.

Di solito è così.

Davanti alla mia sedia traballante c'era un tavolino stracolmo di riviste perlomeno centenarie, che, come si evinceva dagli innumerevoli strati di polvere che le ricoprivano come un sudario, nessuno toccava più da secoli.

Vicino a me, una vecchietta stava facendo un golfino di lana all'uncinetto.

Sospirai, appoggiai la nuca al muso scrostato e chiusi gli occhi per un secondo.

Solo un secondo, perché sentii subito qualcosa di caldo che mi sfiorava.

Aprii gli occhi e incrociai lo sguardo della vecchietta che aveva smesso di uncinare il suo maglioncino e mi sorrideva toccandomi una gamba.

  • Lei cosa dice, riusciremo a entrare per mezzogiorno?

  • Io... ma certo signora, sono solo le otto!

  • Non so sa, oggi sono tutti lunghi come la quaresima...

La mano mezzo deformata dall'artrite ebbe uno spasmo, sicuramente involontario, e strinse la mia coscia. Mi alzai in piedi con uno scatto, la fronte imperlata, prendendo contro alla pila di riviste che crollò miseramente a terra sparpagliandole per tutta la stanza.

  • Ma che ha, è matto?

  • No, nulla, io... mi scusi, io credevo che...

Decisi di non dire a che cosa credevo. Mi limitai a raccogliere i giornali, a scusarmi con gli altri pazienti che avevano smesso di pettegolare e mi fissavano come fossi una nutria appena sbucata da un tombino e a portare la mia vergogna in bagno, fingendo un bisogno impellente.

Per fortuna era libero e mi ci rifugiai, barricandomi dentro.

Calma, per favore calma.

Oggi non era giornata, lo avevo capito subito, ma da qui a credere di essere capitato vicino ad una assatanata mantide religiosa di ottant'anni, ce ne passava!

Mi appoggiai al lavandino cercando di ritrovare il giusto ritmo del respiro. Qualcuno mi voleva punire, era chiaro, qualcuno molto in alto, e non gliene facevo certo una colpa.

Mi lavai la faccia e mi appoggiai al muro piastrellato: il freddo penetrò nel tessuto della giacca e mi riportò ad una realtà più credibile.

Con tutti i problemi che avevo...

In quel momento squillò il cellulare.

Quando vidi il nome sullo schermo, il cuore mi si ghiacciò di nuovo.

  • Venturini, buongiorno!

  • Buongiorno Freschi, come va?

Alberto Freschi, il mio capo area. Cosa diavolo voleva a quest'ora?

  • Benissimo. Sto venendo da lei. Si prepari.

  • Come? Cosa? Quando?

  • Il tempo di raggiungerla. Mi dica dove. Staremo insieme tutta la giornata. Bisogna che facciamo chiarezza sulla sua situazione lavorativa, che è molto preoccupante! I suoi dati vendita sono in caduta libera!

Il mio capo era un vero creativo: riusciva sempre a trovare le parole giuste per farmi del male,

come se non me ne facessi già abbastanza da solo, ma l'immagine della caduta libera dei dati, come se fossero dei piccoli lemmings che si suicidavano in massa buttandosi da una rupe a picco sul mare, gli piaceva perché la usava spesso. A me invece metteva addosso un'ansia indescrivibile.

  • Va bene, ok, ci mancherebbe, quando vuole, sono sempre pronto a...

  • Mi dia l'indirizzo.

Preciso, sintetico, inequivocabile. Glielo diedi e intanto cercai di calcolare il tempo. Avevo un'ora buona, di sicuro. Il mio Torquemada abitava lontano e di solito mi chiamava in netto in anticipo.

Chiusi la comunicazione, anzi la chiuse lui, e passai una mano sulla faccia: avevo decisamente bisogno di qualcosa per tirarmi su.

Infilai una mano nella tasca della giacca ed estrassi una scatoletta di latta: dentro c'erano tre sigarette già arrotolate che emanavano un pungente ma inebriante odore.

No, non giudicatemi: vi assicuro che ogni tanto un buon tiro di quelle giuste fa la differenza fra il nero del pozzo senza fine della depressione e il bianco dei denti dietro al sorriso di una vita migliore.

Mi feci qualche tiro per schiarirmi la mente in attesa dell'inevitabile seduta di tortura, tanto avevo tutto il tempo per far sparire ogni odore sospetto prima che arrivasse Freschi.

In quel momento squillò di nuovo il telefono.

Sullo schermo apparve il verdetto della mia condanna definitiva:

  • Sono qui fuori, Esca! Subito!

Era una trappola, ovviamente.

Avevo un alito fin troppo evidente e l'effetto rilassante della fumata era già completamente sparito.

Gettai il joint nel water, mi sistemai come potevo, ingollai un paio di mentine, poi uscii correndo. Passando accanto al tavolino rischiai di far crollare di nuovo la pila di riviste, chiesi servilmente scusa per l'ennesima volta azzerando qualunque possibilità di giocarmi l'entrata anticipata giocandomela sul carattere e sull'autorità, indossai il cappotto e mi precipitai fuori.

Oggi no, accidenti, proprio oggi...

Freschi mi attendeva accanto a un albero, lo sguardo che bucava la nebbia, la barba grigia imperlata di umidità, le mani guantate incrociate sul davanti del giubbotto, che immaginavo fosse antiproiettile, le gambe leggermente divaricate: sembra l'ufficiale di un plotone d'esecuzione che attendeva impassibile l'arrivo del condannato, io.

Sicuramente mi stava pedinando, era nascosto da qualche parte aspettando il mio arrivo. Purtroppo dovevo rendergli conto precedentemente, giorno per giorno, di tutti i miei spostamenti, per cui sapeva sempre dove mi trovavo.

Sorrise, ma era il sorriso di chi si appresta a divorare una succulenta bistecca: affamato e vorace.

  • Venturini, tra quanto deve entrare? Abbiamo tempo?

  • Si, certo. Sono a sua completa disposizione.

  • Bene, venga. Andiamo prima a controllare prima in farmacia così la sua visita al dottor Montorsi sarà più produttiva. Gliel'ho detto mille volte come si fa, vero? E lei lo fa, Venturini, lo fa?

  • Tutti i giorni, assolutamente!

Non lo facevo mai. Odiavo i farmacisti: sembrava che ti facessero l'elemosina a darmi qualche informazione. Eppure dovevamo essere dalla stessa parte. Ogni volta un'umiliazione. Comunque del dottor Montorsi mi fidavo, era un mio fedele prescrittore. Mi sembrava di sentirlo ripetere ogni volta: le ho prescritto interi vagoni di quel farmaco, oggi! Ma che dico vagoni: treni interi! Non si preoccupi!

Freschi mi guardò annusando l'aria.

  • Non sente uno strano odore?

  • Mah, sarà la zona, dissi mettendomi cautamente una mano davanti alla bocca.

Ci avviammo. La farmacia era solo a duecento metri dall'ambulatorio. Vi entrai a testa alta. Dentro era pieno di gente in fila.

Siamo proprio un paese di santi, navigatori e malati. E sospetto che anch'essi, i santi e i navigatori, siano spesso malati.

Mentre aspettavamo, Freschi si guardava intorno come un segugio cercando sugli scaffali le scatoline con l'ovale della nostra azienda, ma non ce n'era nemmeno una.

  • Come mai?

  • Tutte vendute, probabilmente. Il dottor Montorsi è un mio, un nostro affezionato cliente. L'ho convinto a usare solo il mio, di antibiotico!

Quando toccò a noi ci facemmo avanti e chiedemmo del titolare. Giunse trafelato, aspettando di trovarsi davanti qualche rappresentante più importante e blasonato: quando ci vide ebbe un palese calo d'interesse.

  • Volete qualche numerello, vero?

Numerelli, li chiamava. Poi non si dica che ho le manie di persecuzione!

  • Sì, le prescrizioni del dottore, se ci può dire se si è ricordato...

Feci con fiducia il nome del prodotto che mi interessava.

Lui lo digitò sulla tastiera del computer, guardò a video, poi spostò gli occhi su di me (Freschi era rimasto opportunamente ad un passo indietro), fece un mezzo sorrisetto, riportò lo sguardo sul monitor e disse:

  • Sicuro? Il nome è quello?

  • Certo, perché?

  • Qui non c'è nulla.

  • Questa settimana? Logico, so che è stato assente ben due gior...

  • Tutto l'anno. E le ricordo che siamo a novembre...

Sottolineò la battuta con una smorfia di disprezzo.

Sentii distintamente alle mie spalle un sordo brontolio. Immaginai che Freschi mi addentasse un polpaccio e iniziasse a cibarsi del mio inutile corpo. Se non venditore, almeno cibo!

Mi girai fingendo una rabbia a stento contenuta.

  • Ora mi sente...

  • No, ora mi sente lei! Venga in macchina che le proietto un paio di diapositive...

Era un maniaco dei numeri che usava come proiettili a punta cava: precisi e micidiali. Adorava trasformare ogni dialogo, anche il più colloquiale, in una relazione dettagliata, un elenco interminabile di lucidi, ciclostili e immagini di power point.

Lo seguii fuori e lo vidi dirigersi verso un camper parcheggiato. Mi fece cenno d'entrare. L'interno era stato svuotato per far posto a una vera e propria saletta riunioni ambulante.

La testa cominciò a girarmi.

  • Ma io devo... così rischio di perdere il posto...

  • Non si preoccupi, questo è più importante! Lei deve capire, deve adeguarsi. Il momento è catartico. O adesso o mai più!

Mai più, volevo gridargli, mai più davvero!

Erano ormai dieci anni che avevo accettato questo gioco al massacro. Sapevo che nessuno ti regalava niente, che mi pagavano per portare a casa i risultati e quando non arrivavano dovevo per forza di cose sottostare a controlli, ramanzine, verifiche e ultimatum, ma oggi, proprio oggi, non ne avevo alcuna voglia.

Avrei voluto solo tornare a casa, chiedere scusa a mia moglie e aspettare fiducioso il suo sorriso. Invece mi sedetti ad aspettare ben altro. Le luci nell'abitacolo si spensero, calò lo schermo di proiezione e iniziò la solita manfrina.

Mentre fingevo di ascoltare, numeri, diagrammi, curve, specchietti e grafici cominciarono a confondersi, a unirsi tra loro fino a formare un unico disegno, un mostro bidimensionale che si muoveva frenetico distruggendo ogni cosa. Ingoiava percentuali come fossero bistecche, triturava ascisse, dilaniava ordinate. Pensai: vieni, coraggio, uccidimi e facciamola finita! ma invece dissi: sì certo, Freschi, ci mancherebbe, sono d'accordissimo!

Lui ruggiva, seminascosto nell'ombra, sventolando un depliant come fosse una scimitarra, usando il puntatore laser come un raggio disintegratore.

D'un tratto mi parve che il camper si muovesse. Mentre Freschi continuava la sua ramanzina, guardai fuori dal vetro: vidi due lunghi trampoli in metallo che si alzavano dal terreno facendo oscillare l'abitacolo. Aprii lo sportello e mi gettai fuori.

Il camper si era trasformato in un'astronave aliena, un tripode marziano dalla cui testa ovoidale spuntava un'antenna: emetteva un sottile raggio rosso che scriveva impietosamente sulle nuvole grigie i miei indici di performance, tutti insufficienti, perché il mondo intero li potesse vedere.

Da una finestrella spuntava il testone di Freschi che continuava a sbraitare rimbrotti e consigli su come strappare al medico una prescrizione.

Intorno a me si era radunata una folla enorme; erano tutti lì ad assistere alla mia disfatta. Girai lo sguardo e ovunque lo posavo c'erano pazienti in attesa. I volti arcigni, gli sguardi severi, le dita adunche dalle lunghe unghie giallastre protese ad accusarmi, le bocche sdentate che urlavano: non passerai, mai più ci passerai davanti! Mai più!

La vecchietta, l'uncinetto puntato verso la mia gola come una spada, le calze a rete, le labbra dipinte di rosso vivo e il mascara che le colava dagli occhi trasformando il suo volto rugoso in una maschera grottesca, mi sussurrava:

  • Mi fate ridere voi emiliani. Oh, come rido! Rido e godo! Rido e godo!!

Allora persi la testa e cominciai a urlare anch'io. Gridavo tutta la mia rabbia, tutta la mia frustrazione. Finché nell'aria non ci fu più nulla se non un assordante rumore.


  • Venturini, sono le due. Vuole entrare o no?

Mi riscossi come se fossi uscito da un sonno millenario. Ogni mia energia si era esaurita e la stanchezza della nottata in bianco era calata su di me come una cappa di piombo.

Guardai il dottor Montorsi in un misto di vergogna e sollievo. Freschi, i dati, il farmacista, il tripode, la vecchia: era stato tutto un sogno!

  • Ho dormito fino a ora? Ma dove sono andati i suoi pazienti?

  • A casa. Io chiudo l'ambulatorio, per questa mattina. Vorrei proprio andare a mangiare. Se vuole dirmi due cose al volo...

Presi la borsa e lo seguii nel suo studio; lui si mise subito dietro la scrivania ad aspettare che cominciassi la solita novena.

  • Dottore, sarò veloce. Solo un minutino per ricordarle i miei prodotti. Soprattutto il...

  • Lei pensa che io sia fesso?

  • Come scusi?

  • No, dico: ritiene che io sia un coglione?

  • No, certo. Ma perché...

  • Perché qui sembra che tutti lo pensino. I pazienti, i dirigenti Asl, mia moglie. Tutti contro di me che sono qui solo per fare il mio dovere! Mi assillano con i loro problemi, mi buttano addosso le loro frustrazioni, mi coinvolgono nei loro obiettivi! Ma io non ho un problema al mondo, secondo loro? Non sono umano anch'io? Guardi, guardi! Sono fatto di carne, carne e sangue!

Mentre parlava, anzi gridava, gesticolando come un pazzo, un sottile filo di fumo che gli usciva dalle orecchie cespugliose, si strappava gli abiti di dosso come fossero fatti di carta velina: prima il camice, poi la giacca, la camicia, la maglietta, i pantaloni, le...

  • FERMO! La prego dottore, io...

  • Lei nulla Venturini! Lei sta zitto e sopporta. Come ha sempre fatto e come sempre farà! Non è anche per questo che la pagano? Se sopporta ancora una volta, chissà, magari le scrivo un pezzo del suo stupido farmaco, così va a casa felice!

Casa, si. Casa. Quando vidi che, spogliatosi completamente, cominciava ad artigliarsi la carne e a strapparsela via, chiusi gli occhi e cominciai mentalmente a contare: uno, due, tre...


  • Caro, che fai?

Riaprii gli occhi e vidi mia moglie. Sorrideva.

  • Nulla, dormivo ancora, mi sa...

  • Come ancora? Poi perché sul divano?

  • Mi sono assopito ieri sera davanti alla televisione. La stanchezza, i nervi...  Devo alzarmi?

  • Certo. Ovvio. Tra un po' parte il treno, Devi andare in riunione a Milano per qualche settimana. Non ricordi?

  • No. Cioè sì, ma no, non ci vado.

  • Come?

  • No. Sono malato. Gli dico che sono malato. Malatissimo. Quasi morente. Anzi sono proprio morto! Mi prendo una pausa. Tanto quello che hanno da dirmi lo so già. Non ne ho voglia, di sentirlo. Ho solo voglia di stare qui a guardarti. Posso?

  • Certo, sciocchino. Sono qui apposta...

Detto ciò, sciolse la cintura della vestaglia e la aprì, mostrando il contenuto che mi aspettavo. Che aspettavo da sempre.

No, vi prego, non ditemi che anche questo è un sogno!



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