domenica 14 marzo 2021

 STORIE DA UN ALTRO UNIVERSO

SECONDA STORIA

UNA STORIA PICCOLA, PICCOLA


Guardo la mano che galleggia davanti ai miei occhi, agita nell'aria cinque vermicelli pallidi che sembrano avere vita propria e si muovono come per attirare la mia attenzione. In mezzo al loro candore vedo spiccare alcune piccole macchie di un vivido colore rosso che brilla colpito dalla luce del lampadario.

Mi pare di sentire una voce.

  • Guarda cosa hai fatto!

Obbedisco e guardo.

Rabbrividisco al pensiero di quello che le macchie rappresentano e che le dita sembra vogliano ricordarmi.

Come se ce ne fosse bisogno.

Io ricordo tutto, perfettamente.


  • Buongiorno, dottore! Come va?

Frase pericolosissima ma necessaria. Si chiamava “mettere a proprio agio” e faceva parte della prima parte del rito della cosiddetta intervista, quella che facevo giornalmente ai miei clienti medici.

Le loro reazioni di solito erano di due tipi: qualche frettolosa frase di circostanza, come ad esempio:

  • Sì, sì, tutto bene, mi dica...

oppure l'inizio di uno sfogo, articolato e interminabile:

  • Male, malissimo, ora le racconto...

In questa lotta senza fine tra due necessità, la mia di farmi ascoltare e la loro di trovare un minuto di pace dall'ansia quotidiana, eravamo ovviamente noi, gli ospiti spesso solo sopportati, a dover fare un passo indietro con pazienza e rassegnazione.

La nostra non era gentilezza o umana comprensione, ma semplice e opportunistico pragmatismo: un cliente tranquillo e soddisfatto è sicuramente più disponibile all'acquisto.

Sia chiaro: noi non vendiamo nulla, almeno non direttamente.

Il dottore che avevo davanti, il primo della giornata, scelse la prima via e fece un brusco cenno con la mano:

  • Accomodati che non ho tempo da perdere!

Io questa cosa del tempo che si perde non l'ho mai capita.

Sarà perché a fare lunghe file d'attesa si finisce per diventare un po' filosofi, coltivando la pazienza come suprema virtù, o perché siamo costretti a rendere utile ogni minuto che ci è concesso, ma per me il tempo non è mai perso, semmai guadagnato, almeno fino a prova contraria.

Eppure questa frase la sentivo spesso, ad esempio nelle sale d'attesa, come se le persone fossero costrette a stare lì contro la loro volontà e con impegni ben più urgenti da soddisfare.

Era la fretta a farli parlare, la maledetta fretta. Quella che io non potevo permettermi.

Comunque decisi, come al solito, di sedermi senza fare commenti.

Mi guardai meccanicamente intorno alla ricerca di qualche indizio che potesse servire a rendere proficua la visita.

Sulla scrivania del medico, in mezzo a fogli e ricette, c'era una pila di depliants, segno inequivocabile del passaggio di innumerevoli altri colleghi. Dalla sua altezza si poteva dedurre il tempo trascorso (i mesi, gli anni, le ere), come le stratificazioni geologiche in un terreno.

Cercai il volto del medico dietro a quella fortificazione, alla ricerca di un sorriso.

Non vidi nulla; allora provai a essere io il primo, a sciogliere quel iceberg di indifferenza. Sorrisi ma lui non contraccambiò; lo conoscevo da anni e dedussi che doveva avere avuto davvero una pessima giornata.

Si limitò a muovere il mouse sul tavolo per riattivare lo schermo del computer.

Poi, mentre fissava il monitor con attenzione, mi fece un altro cenno:

  • Ok sono pronto, comincia pure!

Allora cominciai.


La mia mano ha uno spasmo e si stringe, forma un pugno dal quale scivola e cade qualche goccia rossa.

La guardo in silenzio.

Per un momento la mia mente è vuota; ha messo in pausa tutti i pensieri.

Si limita ad attendere il prossimo evento, qualunque esso sia e chiunque sarà quello che lo dovrà compiere.

Mentre aspetto comincio a ricordare, a ricordare tutto.

Tutto, fin dall'inizio.


Io sottoscritto... nato a... laureato in chimica presso... chiede di poter sostenere un colloquio per un eventuale posto di lavoro inerente al proprio titolo di studio. Fa anche presente che...

Eccetera, eccetera.

Questo è sommariamente il testo di una delle innumerevoli lettere che spedii ad aziende che potevano essere interessate alle mie competenze.

Ancora poche, per la verità, ma se bastava la buona volontà o la semplice disperazione, allora avevo qualche chance di riuscita.

Dopo sette anni di università (quattro regolari più tre fuoricorso) e due di servizio civile, avevo solo le idee più confuse. Nella nebbia della mente, come un faro luminoso, brillava una necessità ormai inderogabile: avevo bisogno della mia indipendenza.

Ma soprattutto era la mia famiglia che non perdeva occasione di farmi notare che i tempi erano ormai maturi: quando trovai sulla porta della mia cameretta il cartello AFFITTASI, capii che dovevo seriamente darmi da fare.

Purtroppo le risposte ai curricula che spedivo quasi giornalmente, quando arrivavano, erano invariabilmente di questo tenore: Egregio dottore, la ringraziamo per aver scelto la nostra azienda. Siamo spiacenti, il nostro organico è momentaneamente al completo. Terremo in considerazione la sua domanda per un eventuale colloquio futuro.

Preso dallo sconforto, avevo pensato di sostituire il diplomatico: “Egregio dottore” con un patetico:“Vi supplico!” e poi, al colmo dell'esasperazione, con: “Brutti bastardi rispondetemi almeno!”.

Finalmente capitò la botta di fortuna.

Tramite Gastone, un amico di mio padre che era già inserito nell'ambiente, riuscii a ottenere il mio primo colloquio.

Passai la notte precedente vestito in giacca e cravatta a fare le prove davanti allo specchio per catturare la postura migliore, la mimesi facciale più adeguata, i gesti e il tono della voce più convincenti e ammalianti.

Quando finalmente spuntò il sole, ormai ottenebrato dalla stanchezza e dalla tensione, decisi che ero pronto per provare a convincere il mio futuro datore di lavoro.

L'appuntamento era fissato per mezzogiorno in un piccolo albergo del centro.

Prima di me, una lunga fila di almeno venti persone che, quando entrai, mi guardarono in cagnesco per un lungo istante, poi ripresero le loro mansioni: fare conchetta per sorvegliarsi l'alito, sistemarsi il nodo della cravatta con aria sconsolata come fosse il cappio della loro prossima impiccagione, tenere le braccia ben distese sui fianchi per nascondere le ascelle già madide di sudore, guardarsi la punta delle scarpe ripassando mentalmente ipotetiche domande e adeguate risposte.

Quando venne il mio turno entrai nella saletta prenotata per l'occasione e mi sedetti davanti a una piccola scrivania: di fronte a me una candida testa china impegnata a scrutare un foglio sul ripiano del tavolo.

  • Si sieda.

  • Sì, certo. Già fatto. Io sono...

  • Lo so. Ho qui il suo curriculum. Laureato, bene sì, ma dica: come mai tre anni fuori corso? Non le piaceva proprio studiare, vero? E sul lavoro, avrà la stessa serietà?

Mentre parlava aveva lentamente sollevato il capo mostrando due occhi penetranti, un sorriso ambiguo e strafottente che gli tagliava la faccia come una ferita.

Iniziai a tremare.

  • Io... no, ma... è solo che... un esame che non capivo...

  • Ah, lei non capiva... bene, bene. E mi dica...

Il colloquio continuò su questo tono irrisorio per altri dieci minuti durante i quali sudai, balbettando e bofonchiando scuse e giustificazioni per ogni cosa che mi chiedeva. La mia dignità era andata in vacanza e forse non sarebbe più tornata.

All'uscita credetti di leggere negli occhi degli altri in attesa i segni inequivocabili della mia sconfitta.

Il giorno dopo mi telefonò Gastone confermando il completo fallimento dell'impresa.

  • Mi hanno raccontato! Sei stato troppo remissivo! Quelli lo fanno apposta, vogliono testare il carattere dei candidati!

  • Ma mi ha insultato tutto il tempo!

  • E tu dovevi tenergli testa! Vabbè, ormai è fatta. Ho un'altra azienda comunque, sempre che ti interessi...

Certo che mi interessava, e questa volta non avrei commesso gli stessi errori.

Due settimane dopo, durante le quali avevo fatto pratica trattando malissimo chiunque mi capitava a tiro, bullizzando mia sorella e cercando di incrinare lo specchio con il mio sguardo più duro e cattivo, mi presentai allo stesso albergo, alla stessa ora, in mezzo a quasi le stesse persone della volta precedente. Le fulminai tutte con occhi assassini prevenendo ogni loro cordiale saluto, che comunque non venne, e mi misi ad aspettare in silenzio, digrignando i denti.

Quando fu il mio turno mi sedetti di fonte al rappresentante dell'azienda ma non gli detti il tempo di formulare alcuna domanda:

  • Senta, glielo dico subito: l'università è andata come è andata e questi sono problemi miei! Se mi vuole assumere bene, le assicuro che non sene pentirà! Sennò amici come prima e tanti saluti!

Lui mi guardò allucinato, restò alcuni secondi in silenzio, poi mi fece garbatamente segno che l'incontro era finito.

Mi accorsi dell'ennesimo errore e tentai un recupero in extremis, ma egli non volle sentire scuse.

All'uscita ero mogio e affranto e immaginai negli sguardi degli altri candidati lo stesso disprezzo che riservavo a me stesso.

  • Beh potevi almeno aspettare di capire chi avevi di fronte, no? Non sono tutti uguali! La prossima volta cerca di avere pazienza e di trovare una giusta via di mezzo! Sappi che sarà la tua ultima occasione. Non posso farti da balia per tutta la vita!

Per fortuna il terzo colloquio che mi procurò Gastone andò molto meglio.

Riesumai l'esperienza fatta un'estate di qualche anno prima servendo ai tavoli di un ristorante: gestire le emozioni, fingere opportunamente, accondiscendere sempre.

Riuscii a trovare un proficuo equilibrio fra tutto questo e la necessità di mostrare carattere e determinazione.

Fu un successo: il capo area con cui ebbi il colloquio mi scelse per l'ultimo incontro, quello determinante con il direttore generale dell'azienda.

Mi recai in sede a Milano in treno con pochi bagagli e tante speranze.

Alla stazione i miei genitori mi salutarono con la medesima enfasi che mi avrebbero riservato se stessi partendo per il fronte.

Arrivai all'appuntamento due ore prima del dovuto.

Il manager era un uomo elegantissimo con lo sguardo indagatore e il tono misurato di un padre confessore.

Alla sua sibillina domanda:

  • Senta, perché vuole fare l'informatore medico?, ebbi un attimo di titubanza.

Nella mia testa passarono veloci mille ipotesi di risposta: volevo diventare l'angelo benefattore che avrebbe portato guarigione e salvezza a milioni di infelici, desideravo mettere a frutto la mia laurea in chimica, era la mia ultima possibilità per tentare di rendermi autonomo.

Poi, ricordandomi ciò che mi aveva detto Gastone, che quello era un lavoro basato molto su vendita e guadagno, optai per un discorsetto enfatico, ampolloso ma, speravo, sagace:

  • Voglio far parte di un'azienda che mi renda orgoglioso e che io possa adeguatamente contraccambiare! Poi sa, ho fatto il cameriere per un po' di tempo e so benissimo quale faccia usare per rendere il cliente, e di conseguenza il mio datore di lavoro, pienamente soddisfatto!

Capii subito dal sorriso che gli esplose sulla faccia, che lo avevo convito: il posto fu mio.

Lo stipendio era buono, soprattutto per uno come me che fino al giorno prima tirava avanti a paghette e regalucci. Sembrava un lavoro interessante anche se ancora pieno di incognite. Le due esperienze precedenti mi avevano fatto capire che in quell'ambiente non tutto era come appariva e che per sopravvivere bisognava affinare alcune specifiche doti: la furbizia, per esempio, di capire chi avevo davanti per comportarmi di conseguenza; la pazienza di trovare la via migliore, quella più breve e redditizia, per ottenere il miglior risultato possibile. Girava tutto intorno a questo, ogni interesse e ogni ambizione.

Era molto stimolante e molti anche gli immediati vantaggi: indipendenza economica, una macchina aziendale, un lavoro all'aria aperta, pulito e dignitoso. Aveva sicuramente delle zone d'ombra ma le avrei illuminate più avanti. Per il momento l'importante era aver ottenuto un meritato posto al sole.

Così iniziò la mia carriera da informatore medico scientifico.


Mentre lo sguardo del medico continuava a rimanere fisso sullo schermo del computer, mi sistemai meglio sulla sedia e cominciai la solita tiritera.

  • Ecco dottore, le volevo chiedere: ha poi avuto modo di usare il mio farmaco? Sì? No? Vabbè, le dico solo due parole a ricordo, allora...

Estrassi la mia penna e iniziai a farla correre sulle pagine lucide del depliant che intanto avevo girato verso di lui per attrarre la sua attenzione, ma lui non mi guardava, gli occhi puntati sul qualcosa che calamitava tutto il suo interesse. Mi fece solo un cenno con la testa come a dirmi di proseguire. Starà lavorando, pensai.

  • Sì, dunque. Come vede dal grafico...

Feci oscillare la punta della penna nell'aria come a cercare di ipnotizzarlo ma ciò non sortì alcun effetto e lui rimase immobile nella sua posizione.

Allora, curioso, sbirciai nel riflesso dei suoi occhiali e vidi quello che vedeva lui: carte da gioco.

Il medico stava facendo un solitario al computer.

Altro che impegno inderogabile!

Sentii montare dentro una rabbia sorda, sorda ma non cieca, perché vedeva benissimo l'oggetto del suo odio.

Mi fermai un attimo di parlare e lui non ci fece caso. Se in quel momento avessi iniziato a declamare la Divina Commedia, non se ne sarebbe accorto.

Capitava spesso, sempre più spesso negli ultimi anni, che ci fossero segni fin troppo palesi di una mera sopportazione nei miei, nei nostri confronti.

Non era del tutto colpa loro, forse era solo una conseguenza della mia stanchezza.

Il medico la percepiva e ne approfittava.

La noia e la routine sono acerrime nemiche del nostro lavoro.

Quando precipiti in questo gorgo senza fine, non c'è speranza di risalirne facilmente.

Ci vuole qualcosa di emozionale oppure il sapere che da ciò dipende la tua sopravvivenza lavorativa.

Però ci voleva un capro espiatorio ed era difficile incolparsi di tutto.

Strinsi i denti e le mani a pugno, e aspettai che la rabbia e la frustrazione, passassero. Ma sembrava non ne avessero alcuna intenzione.


Di fronte a me, sul tavolo, c'è un lungo oggetto scintillante, lo stesso che fino a pochi secondi fa stringevo nel pungo. Anch'esso è macchiato di rosso e se ne sta lì come un soldato ligio al dovere che si riposa solo dopo averlo compiuto.

Sembra un coltello, un piccolo coltello affilato.

La mente ancora una volta cancella l'immagine e mi ripropone i ricordi, tutto quello che può servire a capire cosa mi ha condotto a questo momento.


Non conoscevo molto del lavoro che mi apprestavo a iniziare, perciò mi recai in sede per il corso di addestramento animato da un'intensa curiosità.

Non potevo pensare che fosse solo una questione di soldi, non volevo credere che tutto dipendesse da questo. Sentivo che ciò che mi aspettava offriva altre interessanti ed edificanti prospettive.

Furono tre settimane intense dove venni bombardato da un'infinità di nozioni: sul corpo umano e la sua fisiologia, sulle cellule e relativi nuclei e mitocondri, su dendriti e assoni, fagociti e linfociti, milza, pancreas, cuore e polmoni; tutta roba che conoscevo solo per sentito dire.

Poi la chimica delle molecole e degli atomi, le reazioni, i legami, gli acidi e le basi, proteine e amminoacidi. Tutta quella ribollente mistura alchemica che finiva condensata in pozioni, elisir, compresse, pillole e fiale.

Man mano che si approfondivano i vari temi, sentivo nascere in me un comprensibile orgoglio: era necessario essere scientificamente preparati, utili sì alla causa del datore di lavoro, ma anche, e soprattutto, a quella del paziente, del medico. Una non doveva necessariamente escludere l'altra. Sembrava che il mio lavoro fosse davvero la summa ottimale di tutti i vantaggi possibili e io un ibrido efficace tra Madre Teresa e Bill Gates. Florence Nightingale e Rockfeller.

In una quotidiana schizofrenica scissione mentale, mi immaginavo di distribuire gratuitamente farmaci salvavita ai poveri malati e contemporaneamente di accumulare denari su denari e vincere l'ambito premio di miglior informatore dell'anno.

L'ultima settimana era dedicata alle tecniche di vendita: fu allora che si profilò più nettamente l'obiettivo aziendale e il mio piccolo edificante castello in aria, iniziò a mostrare le prime crepe.

Ricordo ancora il piccolo cartoncino che ci distribuirono e che avremmo dovuto portare sempre con noi come la sacra immagine del nostro santo protettore: lo schema che ci avrebbe mostrato il giusto modo e la giusta via per ottenere successo.


Iniziare il colloquio

Argomenti generici, dichiarazione dello scopo, indagine indiretta

Indagine

Quando si vuole incoraggiare il cliente a rispondere = domane aperte

Quando volete limitare le risposte del cliente a un sì o u no = domande chiuse

Sostenere

Quando avete scoperto l'esigenza del cliente = apprezzatela, introducete il beneficio del vostro prodotto più adatto a risolverla

Concludere

Quando il cliente vi offre un segnale d'acquisto = riassumete i benefici del vostro prodotto, chiedete l'impegno del cliente su di esso

Affrontare lo scetticismo

Offrite prove

Affrontare l'indifferenza

Indagate per scoprire altre esigenze

Affrontare le obiezioni

Formulate tutte le argomentazioni possibili in sostegno del vostro prodotto.


Tra noi tutti, alle prime armi e invasi dal sacro fuoco della voglia di mettersi in mostra a ogni costo, si era instaurato un certo cameratismo, anche se in presenza dei capi ci guardavamo con sospetto cercando di non perdere terreno a favore degli altri.

Una piccola guerra psicologica che era sostenuta e incoraggiata perché avrebbe dovuto temprarci in vista delle prossime prove sul campo.

Non arrivammo a dover saltare nel cerchio di cuoco per dimostrare il nostro indomito valore, ma quasi.

L'unico effetto che questo aveva su di me era che, alla fine di ogni giornata, avevo immancabilmente un terribile mal di testa.

Dopo alcuni giorni dedicati alla teoria, gli ultimi dell'ultima settimana vennero utilizzati per fare pratica. Fu allora che, per la prima ma non ultima volta, provai l'emozione, di cui avrei volentieri fatto a meno e che invece mi assillò per i successivi dieci anni di lavoro, della cosiddetta prova-intervista.

Uno di fronte all'altro come due pistoleri che si sfidano a un duello al primo sangue: chi interpretava la parte dell'informatore e chi quella del medico. Un informatore sempre positivo, agguerrito e indomabile; un medico di volta in volta, carogna, pieno di dubbi e domande, disattento o silenzioso.

Dovevano essere utili esercitazioni per prepararsi alla pugna; in realtà ogni volta mi sentivo addosso gli occhi di capi e insegnanti che guardavano e giudicavano.

Uno stress insopportabile. Alla fine di queste torture facevo un rapido riassunto mentale degli indubbi vantaggi che avrei avuto e tiravo avanti.

In qualche modo il mese di corso passò e ora non restava altro che mettere a frutto quello che avevo imparato.


Finalmente il medico si accorse del mio silenzio.

  • Beh, non ha altro da dirmi?

  • Sì, aspettavo solo che avesse finito...

  • Io... sì, ho finito. Mi scusi, in realtà non stavo facendo nulla d'importante...

  • Me ne sono accorto!

Lui mi guardò fisso e strinse i pugni.

  • Senta, io non devo rendere conto a lei... No, davvero... oggi non è giornata, meglio che ripassi un'altra volta!

  • Certamente...

Forse aveva ragione, forse era nel suo pieno diritto di ascoltarmi o meno, ma il rispetto, quello almeno lo pretendevo. Capii immediatamente che mi stavo addentrando in un territorio pericoloso e controproducente. Ricordai il mio primo colloquio di lavoro, il consiglio di non perdere mai terreno di fronte al cliente, rimanere fermo nelle proprie posizioni facendo rispettare i propri diritti. Poi improvvisamente cadde la fatidica goccia, quella che fece tracimare tutto: il dubbio. Chi aveva ragione? Io o lui? Cosa potevo pretendere, in fondo? Questo mi fece perdere la calma e la sicurezza.

  • Può anche darsi che lei abbia ragione, ma io...

  • Non può darsi... ho ragione! Ora finiamola!

Un velo rosso iniziò a calarmi sugli occhi e non vidi più nulla. Solo la penna che mi serviva per illustrare il depliant e che ora stringevo più forte nella mano.


Ora guardo meglio e mi accorgo che quello che ho davanti non è un coltello, ma la penna, la solita che uso sempre, quella con il logo dell'azienda che nel manico ha una piccola lama da usare come tagliacarte. Un gadget, ne ho il baule pieno e sembra che non ne abbia mai a sufficienza da quanto medici e infermieri me ne chiedano sempre.

Una piccola cosa stupida che ora assume una grande importanza.

Improvvisamente vedo il quadro generale e lo riconosco: la mano, il coltellino, il colore rosso.

Tutto in fila, tutto logico e amalgamato alla perfezione.

Prima di chiudere il cerchio e farmi invadere, ancora una volta, dall'inevitabile e ingombrante realtà, mi permetto un'ultima divagazione.

Lo faccio perché so che sarà utile a spiegare tutto, ogni minimo dettaglio e anche l'ultima, più piccola tessera di questo strano mosaico andrà a posto.


La prima mattina del primo giorno di lavoro ci misi un'ora a prepararmi.

Lo schedario dei medici, una cartina topografica, l'elenco telefonico, bussola e sestante (la città è una jungla), un coltellino svizzero multiuso (non si sa mai), un pacchetto di grissini, una bottiglietta d'acqua e una mela per i pasti frugali, uno spray al peperoncino per i pazienti aggressivi, il quaderno degli appunti del corso, la tesserina con lo schema d'intervista, la pilotina piena di depliants, gadgets e saggi di medicinali.

Mia madre mi salutò con un palese sollievo, come se non dovessi tornare mai più a disturbare i suoi abitudinari ritmi quotidiani.

  • Vai figlio mio, il mondo ti aspetta!

Di questo non ero ancora troppo sicuro.

Il primo medico accolse il mio sorriso cinematografico e la mia calorosa stretta di mano con un secco:

  • Ah, lei è nuovo! Bene, sappia che da me non si perde tempo, né io né lei ne abbiamo a sufficienza! Mi faccia un rapido elenco dei suoi articoli e le dico cosa mi serve!

Il secondo mi accolse in canottiera.

  • Ah, mi scusi, mi stavo lavando. Questi pazienti, sono dei tali sporcaccioni! Ma venga, venga, non stia lì sulla porta! Si accomodi su questo divanetto e mi racconti come mai ha intrapreso il suo bellissimo mestiere!

Il terzo fu brusco e sintetico.

  • So tutto! Non mi serve niente!

Il quarto, invece, gentilissimo.

  • Sì, interessante... E questo come dice che si usa? Sa, io ero abituato ad usare altro... Vada avanti, mi interessa davvero!

Il quinto guardò il ripiano della scrivania per tutto il tempo; tentai di illustragli i miei “articoli” ma ogni campione che lasciavo, veniva afferrato e gettato con matematica precisione sopra a una montagna di altri suoi simili che giaceva sul pavimento alla sua destra.

La cosa assunse subito la monotonia di una vera e propria catena di montaggio: intervista, campione, volo, atterraggio; intervista, campione, volo, atterraggio. Dopo un po' mi stancai e tolsi il disturbo, sempre accompagnato dal suo più assoluto silenzio.

La mia fervida fantasia mi fece immaginare di sentire i flebili lamenti dei miei campioni farmaceutici abbandonati sul pavimento come cagnolini in autostrada.

Il sesto, e ultimo della mattina, aveva la mia età, trenta appena compiuti, e le mie stesse insicurezze per un lavoro che anche lui aveva iniziato da poco. Ci piacemmo immediatamente, i disperati si annusano e si riconoscono, diventammo amici e lo siamo tutt'ora.

In poche ore avevo passato in rassegna tutta la variegata tipologia dei medici che avrei incontrato nei miei successivi dieci anni di carriera.


La mia ditta, come tutte le altre d'altronde, aveva una struttura piramidale: sopra la testa che decide, sotto le gambe che corrono.

Ognuno di noi aveva il suo supervisore, il capo-area, che faceva da tramite tra noi e la sede; il tentacolo aziendale che saggiava la situazione territoriale, la analizzava e la giudicava.

Venivamo giudicati per le vendite, i dati, che forniva il territorio.

Lui era, nel migliore dei casi, un buon papà e, nel peggiore, un cerbero pretenzioso che pensava di aver assaggiato il frutto della conoscenza e si sentiva in diritto di insegnarti ciò che aveva imparato.

Non perdeva occasione per dispensarti le sue perle di saggezza, proverbi, modi di dire o frasi a effetto, tutto opportunamente adattato alla situazione contingente: i risultati sono inaccettabili, i dati in crollo verticale, bisogna prendere il medico per la collottola, questo è un momento epocale, non fasciamoci la testa prima di essercela rotta.

Il mio era un omone dalla barba folta e grigia, le dita macchiate di nicotina che faceva correre sui grafici delle analisi di mercato e gli occhi che mandavano lampi mentre illustrava la mia situazione, perennemente tragica e disastrosa.

I suoi cosiddetti affiancamenti erano per me stilettate nel costato, rigurgiti di bile, extrasistoli a raffica.

Per fortuna veniva a farmi compagnia non più di una volta ogni tre mesi.

Per la maggior parte del tempo ero solo con problemi e pensieri, un nomade in un lungo e perenne viaggio d'affari.

Gli informatori vivono una stretta simbiosi con la loro automobile, ormai trasformati in esseri cibernetici, mezzi uomini e mezze macchine.

Come chiocciole vaganti ci trasciniamo dietro la nostra casetta piena di comfort.

La usiamo come nave da guerra, tavola da pranzo, camera da musica, sala da lettura, letto per il riposino postprandiale, sancta sanctorum in cui meditare e pianificare. il nostro più sicuro rifugio.

Il baule è una cantina piena degli attrezzi utili per il nostro lavoro: saggi, depliants, omaggi, riviste, documenti.

Se qualcuno ci vedesse, nel parcheggio di qualche ospedale immersi fino alla vita nelle sue profondità alla disperata ricerca del campione perduto, le gambette che si agitano freneticamente nell'aria per mantenere l'equilibrio, sembreremmo dei neonati che tentano di portare a termine il loro parto podalico.

Affrontiamo ogni giorno le insidie del traffico cittadino come rompighiaccio che tentano di farsi strada nel pak, tra colonne ininterrotte, trincee e cavalli di frisia di interminabili lavori in corso, fiumi di macchine e camion, tutti disperatamente alla ricerca del nostro posto al sole, anche solo di un parcheggio.

Il nostro è un lavoro che si muove in un mondo in cui vigono leggi, regole e dinamiche comportamentali assolutamente originali, che al suo centro perfetto c'è l'Yggdrasil, il Farmaco, la Cura: il paziente la pretende, il medico la cerca, l'informatore la propone.

Dieci anni in questo ambiente sono tanti e rischiano di portarsi via energie, ambizioni e aspettative.

I colleghi più anziani mi avevano raccontato di una situazione lavorativa, quella che loro avevano vissuto anni prima, dove ogni nostra visita veniva accolta con tripudio e gioia, lanci di petali e confetti, tappeti rossi e fanfare squillanti, mentre il tempo quasi si fermava, i pazienti s'inchinavano al nostro passaggio e il medico chiudeva l'ambulatorio e si prendeva una mezza giornata di pausa in nostra compagnia.

Racconti mitologici ai quali avevo fatto fatica a credere, soprattutto quando mi ero reso conto che invece non tutto era rose e fiori.

Anzi. Il mercato era in espansione e la concorrenza si moltiplicava. Ne facevano le spese la spontaneità, la pazienza, la tolleranza. I risultati dovevano essere sempre migliori e sempre più veloce il tempo per ottenerli.

Ma la realtà ti sorprende sempre e dopo i primi nove anni il bilancio tra delusioni/amarezze versus soddisfazioni/successi, era perfettamente in pareggio.

Avevo preso confidenza con i miei clienti, sapevo quali tasti toccare per raggiungere gli obiettivi, anche solo andarci vicino tanto da sopravvivere e continuare a divertirmi.

Qualche volta spuntava un farmaco utile e interessante; il medico ti stava a sentire volentieri e quando ti diceva che lo aveva usato e il paziente era rimasto soddisfatto, mi sentivo quasi orgoglioso di un lavoro che era anche piacevole e soddisfacente.

Come un Picasso del farmaco ebbi il mio periodo rosa con la pillola che combatteva l'ulcera e la gastrite, e il periodo blu con quella che risolveva le crisi di prestazione sessuale.

Mi regalai anche un paio di cambi di azienda, per provare a migliorare guadagni e soddisfazioni.

Poi, tutto cominciò a cambiare.

Mi ero già accorto che l'aziendale testa pensante a volte pensava male e allora noi, le gambe correnti, dovevamo correre più in fretta per sopperire ai suoi errori.

Errori che venivano giustificati dal periodo contingente, dalla crisi del settore, dalla mancanza di novità davvero sensazionali. Vero, in parte, ma comunque non sufficiente a giustificare ciò che accadde.

Quello che all'inizio era il comune bisogno di progredire, nostro e dell'azienda, stava per dividersi in due obiettivi ben diversi: l'azienda cercava di proteggersi riducendo le spese, noi di sopravvivere aumentando i guadagni. IL primo era facile, Il secondo molto più complicato. Tutto si stava trasformando in una guerra aspra e violenta, senza vincitori ne vinti, ma con centinaia, migliaia di caduti.

Improvvisamente anche da noi si profilò all'orizzonte il fantasma che temevamo, il mostro distruttore che con la sola ipotesi della sua presenza mi teneva sveglio la notte a immaginare un futuro di elemosine e pranzi alla mensa dei poveri: la Ristrutturazione Aziendale.

Una parola che sapeva di modernizzazione ed evoluzione ma che celava solo un inevitabile bagno di sangue.

Nel frattempo mi ero sposato, avevo comprato casa, messo in cantiere un figlio e non potevo certo permettermi di finire in mezzo a una strada.

Nella ditta era cambiata la dirigenza e i nuovi arrivati avevano velleità e ambizioni, forse solo la necessità di giustificare in qualche modo il loro lauto stipendio.

Di solito in queste situazioni si comincia tagliuzzando, rabberciando, svecchiando la forza lavoro nella speranza che i nuovi assunti avessero ancora quella utile fame che avevo anch'io all'inizio e che, come era nell'ordine delle cose, nel tempo si era mitigata.

Mi dettero un mese di tempo per recuperarla e dimostrarmi all'altezza della loro fiducia.

Un mese, sennò ero fuori.


Questo ci porta all'inizio della mia piccola storia.

Ero entrato dal medico pieno di buone intenzioni, con la voglia di ritrovare l'energia originaria, quella che in tutti questi anni mi aveva permesso di ottenere i migliori risultati.

Quella che avevo perso, sommerso dalla noia e dalla monotona routine.

Mi ero disperatamente aggrappato a quest'ultima possibilità.

Mi ero però scontrato con il solito muro di indifferenza, in cui percepivo la mia stessa stanchezza e un pizzico di disillusione.

L'atteggiamento del medico che avevo davanti mi stava impietosamente dimostrando che non esistevano alternative, che ormai il mondo era cambiato e che ogni mio tentativo era destinato al fallimento.

Per questo venni sommerso dalla rabbia e dalla frustrazione.

Mi alzai mentre attraverso il velo rosso che era calato davanti ai miei occhi vedevo la mano alzarsi stringendo forte la penna-tagliacarte.

Poi sorrisi, lasciai cadere la penna e allungai la mano ora vuota, per un saluto.

  • Non c'è problema, ho finito! Grazie dell'attenzione!

  • No senta, io...

Mentre uscii lasciandomi alle spalle un medico stupito che forse cominciava a pentirsi del suo atteggiamento, lo sentii, o immaginai di sentirlo, borbottare qualche vaga scusa.

Appena fuori dall'ambulatorio decisi che era l'ora giusta e mi diressi sicuro verso il ristorante più vicino.

Per oggi, forse per sempre, avevo finito.


Lo so, vi ho ho preso in giro.

Forse vi aspettavate un giallo con finale a sorpresa oppure un horror con tanto di scena splatter dove il sangue scorre e le urla si sprecano.

Invece no, nulla di tutto questo.

Io però ve lo avevo detto: questa è una piccola storia, un modo per raccontare un po' i fatti miei. Se ve lo avessi detto prima forse non sareste andati oltre le prime righe.

Così almeno ho ottenuto il risultato di farvi dare un'occhiata al mondo nel quale mi sono barcamenato per dieci anni e dove intendo continuare, se me lo permettono, fino alla pensione.

Non so se ci riuscirò, perché spesso i desideri non coincidono con le realtà.

Come ho detto il mondo, il mio mondo, sta cambiando, forse il nostro lavoro si estinguerà come hanno fatto i dinosauri; magari non con un evento violento e deflagrante, più come una malattia lenta e ostinata che tutto distrugge, basta dargliene il tempo.

Non importa, finché ci saremo proveremo a finire la giornata, a far quadrare i conti, ad assolvere i nostri doveri, a ritenersi comunque soddisfatti perché di meglio proprio non si poteva fare.

E questa rimarrà, nonostante tutto, solo una piccola storia.


Guardo le dita sporche di sugo di pomodoro, le pulisco nel tovagliolo, poi sorrido e riprendo a mangiare.



STORIE DA UN ALTRO UNIVERSO

PRIMA STORIA

OGGI E' UNALTRO GIORNO


Mi chiamo Carlo Venturini, ho 45 anni e sono un fesso.

Lo dico così, senza mezzi termini o diplomatici giri di parole.

La realtà sta davanti ai miei occhi ogni mattina quando mi sveglio, e ogni notte quando mi addormento.

Avevo una famiglia meravigliosa, una moglie stupenda che mi amava e mi accudiva in ogni modo possibile, e avevo mandato tutto a puttane per un amorucolo da quattro soldi.

Di lavoro faccio l'informatore medico scientifico. Siamo il braccio armato delle case farmaceutiche, i loro spot pubblicitari viventi, uomini e donne, sandwiches che esibiscono e cercano di piazzare la loro mercanzia.

Comandati, diretti e controllati, dai nostri capo area sciamiamo ogni benedetto giorno sulle piazze di spaccio farmacologico, cercando di convincere i medici che il nostro prodotto è migliore della concorrenza, anche se, spesso, differisce solo dal nome e dal colore della scatoletta. Sarebbe anche un bel lavoro, sempre a contatto con il pubblico, mai rinchiuso tra le mura di uno squallido ufficietto, se non fosse terribilmente complicato. Non abbiamo gli spazi dedicati come i più nobili rappresentanti; dobbiamo farci largo tra i pazienti in fila, sgomitando e litigando. Non mi lamento, c'è di peggio, ma alla lunga può diventare stressante.

Il mio più grande problema è sempre stato che non so stare da solo, nemmeno per un giorno, figuriamoci per una settimana o un mese e il lavoro purtroppo mi portava spesso lontano da casa.

Quando era solo per tentare di fare il mio dovere quotidiano, visitando i medici del mio schedario, ambulatorio per ambulatorio, elemosinando una loro pietosa o amichevole riconoscenza, andava ancora bene: attendevo il ritorno a casa, la sera, con un'ansia che a volte mi stupiva e mi chiudevo volentieri al sicuro nel mio castello di affetti quotidiani.

A volte invece la mia azienda, una delle più importanti a livello nazionale organizzava in sede a Milano tediose riunioni di aggiornamento o inutili corsi di miglioramento professionale, dove si sprecavano le parole e i suggerimenti, nessuno dei quali avrebbe poi trovato alcuna applicazione pratica.

Il lavoro era solo un'assidua e continua tessitura di rapporti umani tra me e i miei clienti, i medici, una ragnatela costruita in anni di sorrisi e di condivisioni dei nostri problemi.

Loro mi gettavano addosso le loro ansie quotidiane e io abbozzavo, comprensivo, sperando in un minimo di riconoscenza, un attestato, in fondo, della mia esistenza.

Forse dovevo fare il prete; meno ansie da prestazione, sicuro.

Quando comunque capitava di dover assistere alla solita inutile manfrina e mi dovevo assentare anche per alcune settimane, allora crollava ogni mia difesa e rimanevo nudo, in balia di tutti i miei difetti.

Lontano dalle mie sicurezze, in un anonimo albergo, passando da una riunione a una cena di lavoro, ero un essere appena accennato, nelle mani di chiunque volesse plasmarlo a suo vantaggio.

Quelle riunioni erano momenti strani, dove il tempo sembrava sospeso, dove vigeva tra noi colleghi di lavoro un cameratismo quasi assurdo, come se fossimo soldati di ritorno dal fronte per passare qualche giorno tranquillo nelle retrovie, aspettando di riprendere la nostra piccola guerra quotidiana.

Gente che non si conosce, che crede di conoscersi o fa solo finta.

Eravamo tutti degli attori nati, nel peggior senso del termine.

Dei guitti, delle macchiette.

Sempre pronti a vantare amicizie, successi, a sbandierare ai quattro venti la ricetta miracolosa per ottenere il risultato migliore.

In questi momenti tutto sembrava permesso, non esistevano più le famiglie o altre realtà che non fossero quelle che stavamo vivendo. Qualcuno riusciva a isolarsi, mantenendo i contatti con l'altra vita, quella vera; io no, non ce la facevo mai del tutto e anche la telefonata giornaliera a casa era solo una piccola oasi, quasi un miraggio, nel vasto deserto delle tentazioni.

Ero perso in questo mondo alieno, abitato da colleghi che esibiscono incrollabili sicurezze, quelle che io non ho mai avuto, e colleghe che, per simpatia, civetteria o intenzione, ti regalavano sorrisi e toccatine come fossero confetti a un matrimonio.

Erano i terribili e pericolosi momenti dove il cuore poteva anche perdere un battito, la mente cominciare a dimenticarsi chi era troppo lontano per farsi ricordare, e le scuse, le attenuanti si moltiplicavano a dismisura, fino a farti annegare nel vasto oceano della tua vigliaccheria.

Rossana era una collega di Bari; bella, imponente, prosperosa e disinibita. Mi aveva preso in simpatia, diceva, a causa del mio spiccato accento emiliano che la faceva ridere, e non perdeva occasione per stuzzicarmi, facendomi piedino sotto il tavolo durante le riunioni, mentre gli altri erano occupati a ripassare le cose da dire davanti al direttore che sarebbe venuto in visita da un momento all'altro.

Noi invece sembravamo impegnati in una lunga schermaglia amorosa, senza logica e sostanza, ma che, dopo qualche giorno di finte ritrosie da parte mia, ci aveva portato inevitabilmente a condividere lo stesso letto.

Una scopata, come disse lei più tardi quella stessa sera, nulla di più, ma io avevo già fatto l'errore di darle il mio numero di cellulare e lei, qualche mese dopo, l'aveva usato nel modo più sbagliato.

Avevo tradito mia moglie e lei, colpa della sua maledetta curiosità, del telefonino dimenticato sul tavolo di cucina, di un attacco di colite che mi aveva costretto a una prolungata seduta in bagno e di un messaggio di whattsup spedito dalla mia collega Rossana nel momento meno opportuno, una sera, dopo aver lungamente ponderato, mia moglie mi aveva detto che era finita.

Dovevo andarmene, domani stesso.

Non aveva urlato, non mi aveva gettato in faccia il suo disprezzo, enfatizzando e sottolineando, ma io mi ero ugualmente reso conto che diceva la verità. Gliela avevo letta negli occhi, fermi e sicuri, due biglie fredde che mi guardavano senza paura mentre invece io abbassavo i miei, incapace di replicare.

Aveva tutte le ragioni e io non potevo più permettermi il lusso di mentire.

Furbescamente aveva cancellato il messaggio (e il numero di Rossana, ma questo lo seppi solo più tardi), così poteva accusarmi di qualsiasi cosa lei avesse potuto scrivermi. Ma qualunque cosa avesse deciso di utilizzare, non sarebbe andata troppo lontana dalla verità. E comunque me le meritavo tutte.


La mattina dopo mi alzai presto, come al solito. Lei dormiva ancora, forse aveva pianto tutta la notte, non lo so.

Io ero rimasto in salotto, davanti alla televisione accesa senza vedere nulla, la mente persa dietro mille, sfuggevoli pensieri.

Ora che faccio? Cosa le dico? Come la convinco?

Nonostante anch'io non avessi chiuso occhio, ero carico di una strana energia, che mi sosteneva come fossi un pupazzo appeso al muro da un unico filo che non gli permetteva di precipitare a terra in un ammasso scomposto di legno e carne.

Ero un automa mosso da complicati meccanismi che si erano messi in movimento da soli, che nessuno avrebbe più potuto arrestare fino a che la chiavetta di carica non avesse completato il suo ultimo giro. Come in sogno mi vestii e mi preparai.

Riempii la borsa con i campioni, le schede tecniche e ogni altra cosa che mi serve per lavorare, per provare a convincere qualche medico della indispensabilità dei miei prodotti, per guadagnarmi qualche prescrizione, aggiungendo qualche altro giorno utile a quelli già utilizzati per costruirmi un futuro decente.

Purtroppo le cose, anche sul lavoro, ultimamente non stavano andando bene.

Gli indici di vendita, quelli che segnalavano la differenza tra la vita e la morte, erano in caduta libera, come diceva sempre “affettuosamente” il mio capo area; era come un chiodo umano perennemente infilato sotto l'unghia, un demone arcigno che mi pungolava con il suo forcone, il suo lungo dito macchiato di nicotina puntato sulla mia testa reclinata dalla contrizione, così vicino da disegnarmi la scriminatura tra i capelli.

I medici non si facevano più convincere come una volta o forse ero io che stavo perdendo fascino e abilità, quella che mi consentiva di essere sempre padrone della situazione e di gestire la penna del medico come se l'avessi in mano io; quell'abilità incontestabile che mi aveva portato ad essere tra i primi venditori d'Italia, mentre ora dovevo accampare giustificazioni, promettere svolte decisive, pianificare impossibili e rapidissime rimonte al Mostro di cui sopra.

La mia quotazione era precipitata dalle stelle alle stalle, senza nemmeno passare dal Via per recuperare un po' credito come al Monopoli.

La crisi sentimentale e famigliare si stava sovrapponendo a quella lavorativa, fondendosi in un'enorme blog che divorava tutto, anche se stesso, da dentro e da fuori.

Uscii di casa come tutti i giorni per fare il mio dovere, anche solo per trovare un momento di pace e fermarmi a pensare.

Fuori mi attendeva una nebbia impenetrabile, uguale a quella che avevo dentro la testa.


L'ambulatorio del dottor Montorsi era situato in una piccola villetta in fila con tante altre, tutte uguali, in una zona tranquilla, lontano dal centro caotico della città.

La si distingueva dalla piccola e rumorosa folla di persone che stazionava sempre, fin dalle prime ore del mattino, davanti al cancelletto che dava sul piccolo cortile antistante all'entrata.

Appena girato l'angolo li vidi, i vecchi e le vecchie, intabarrati e parlottanti, e mi si ghiacciò il cuore; appena mi videro loro, girando all'unisono gli sguardi verso di me e scrutandomi, prima con sospetto poi, vedendo la borsa che portavo al fianco destro, con schifata certezza, iniziarono a mormorare sollevando nell'aria un rumore come di mare in tempesta.

Mi odiavano, lo sapevo, e io ricambiavo volentieri.

Oggi non avevo voglia di fare il solito sorriso diplomatico che spesso serviva solo ad aumentarne il malumore; avanzai sicuro, fendendo quella massa torbida di facce arrabbiate, entrai nel cortile e mi affacciai sulla porta della saletta d'attesa.

Dentro era pieno di pazienti.

Raggruppati a due e a tre, chiacchieravano dei loro mali, in discussioni già sentite, che si ripetevano pedissequamente in ogni ambulatorio, in ogni occasione di ritrovo e di sfogo: stessi argomenti, stessi problemi, stesse soluzioni ai medesimi, gettate lì come sacro verbo da chi, sembrava, fosse portatore di una verità indiscutibile.

Sussurrai un timido buongiorno; loro si voltarono e mi scrutarono con odio feroce. Stesso sguardo di quelli fuori, ma più pericoloso, più aggressivo, perché prodotto da chi credeva di essere ormai prossimo alla meta e invece vedeva profilarsi il rischio di una retrocessione.

Qualcuno pensò ad alta voce, esprimendo il suo disprezzo e il suo disappunto per l'accaduto e colorandolo di parole irripetibili e di epiteti santificati.

Era la solita vecchia abitudine che avevano spesso i cosiddetti pazienti di eliminare ogni filtro tra pensiero e parola, sperando così di convincere il destinatario delle proprie maledizioni, in questo caso io, a desistere e tornare sui propri passi, anche solo più tardi, soprattutto dopo che erano entrati loro.

Ma c'era sempre un “loro” che noi dovevamo aspettare, e così noi non saremmo entrati mai.

Come al solito non ci feci caso, agganciai il cappotto all'attaccapanni, chiesi chi doveva entrare, segnalando così la mia ferma intenzione di restare e far rispettare i miei diritti, poi mi sedetti fingendo una totale indifferenza.

Nell'ambulatorio del dottor Montorsi le visite degli informatori medico scientifici erano di norma regolate ogni due pazienti: lo sapevano tutti benissimo, ma facevamo sempre finta di niente. Era una lotta silenziosa, fisica e psicologica. Piccoli veloci passi verso la porta di entrata allo studio vero e proprio, cercando di fregarci sul tempo (non potete immaginare quanto gli anziani, soprattutto quelli malati, siano veloci!) o commoventi parole che dovrebbero blandirci con le motivazioni più puerili e inverosimili, come l'intramontabile classico: “Mi lasci passare! Devo andare a fare il ragù che mio marito rincasa presto! Sì, lo so che sono solo le otto del mattino, ma ci vuole il suo tempo, sa?”, una lotta che di solito accettavo volentieri, che mi faceva magari perdere qualche minuto, ma che alla fine mi permetteva di entrare dal medico senza aspettare che l'intero ambulatorio, magari anche chi doveva ancora arrivare, avesse terminato di esibirgli, per l'ennesima volta, i propri innumerevoli e inguaribili malanni.

Una lotta sfiancante che mi lasciava esausto ma che era condita da una punta di soddisfazione quando un'anima pia, il dottore stesso o la lentezza del mio avversario, mi concedevano una seppur effimera ma appagante vittoria.

Oggi comunque non avevo voglia di discutere né soprattutto di litigare; decisi in cuor mio che avrei aspettato qualche paziente in più, senza dire nulla, così gli altri, speravo, sarebbero stati più accomodanti.

Di solito è così.

Davanti alla mia sedia traballante c'era un tavolino stracolmo di riviste perlomeno centenarie, che, come si evinceva dagli innumerevoli strati di polvere che le ricoprivano come un sudario, nessuno toccava più da secoli.

Vicino a me, una vecchietta stava facendo un golfino di lana all'uncinetto.

Sospirai, appoggiai la nuca al muso scrostato e chiusi gli occhi per un secondo.

Solo un secondo, perché sentii subito qualcosa di caldo che mi sfiorava.

Aprii gli occhi e incrociai lo sguardo della vecchietta che aveva smesso di uncinare il suo maglioncino e mi sorrideva toccandomi una gamba.

  • Lei cosa dice, riusciremo a entrare per mezzogiorno?

  • Io... ma certo signora, sono solo le otto!

  • Non so sa, oggi sono tutti lunghi come la quaresima...

La mano mezzo deformata dall'artrite ebbe uno spasmo, sicuramente involontario, e strinse la mia coscia. Mi alzai in piedi con uno scatto, la fronte imperlata, prendendo contro alla pila di riviste che crollò miseramente a terra sparpagliandole per tutta la stanza.

  • Ma che ha, è matto?

  • No, nulla, io... mi scusi, io credevo che...

Decisi di non dire a che cosa credevo. Mi limitai a raccogliere i giornali, a scusarmi con gli altri pazienti che avevano smesso di pettegolare e mi fissavano come fossi una nutria appena sbucata da un tombino e a portare la mia vergogna in bagno, fingendo un bisogno impellente.

Per fortuna era libero e mi ci rifugiai, barricandomi dentro.

Calma, per favore calma.

Oggi non era giornata, lo avevo capito subito, ma da qui a credere di essere capitato vicino ad una assatanata mantide religiosa di ottant'anni, ce ne passava!

Mi appoggiai al lavandino cercando di ritrovare il giusto ritmo del respiro. Qualcuno mi voleva punire, era chiaro, qualcuno molto in alto, e non gliene facevo certo una colpa.

Mi lavai la faccia e mi appoggiai al muro piastrellato: il freddo penetrò nel tessuto della giacca e mi riportò ad una realtà più credibile.

Con tutti i problemi che avevo...

In quel momento squillò il cellulare.

Quando vidi il nome sullo schermo, il cuore mi si ghiacciò di nuovo.

  • Venturini, buongiorno!

  • Buongiorno Freschi, come va?

Alberto Freschi, il mio capo area. Cosa diavolo voleva a quest'ora?

  • Benissimo. Sto venendo da lei. Si prepari.

  • Come? Cosa? Quando?

  • Il tempo di raggiungerla. Mi dica dove. Staremo insieme tutta la giornata. Bisogna che facciamo chiarezza sulla sua situazione lavorativa, che è molto preoccupante! I suoi dati vendita sono in caduta libera!

Il mio capo era un vero creativo: riusciva sempre a trovare le parole giuste per farmi del male,

come se non me ne facessi già abbastanza da solo, ma l'immagine della caduta libera dei dati, come se fossero dei piccoli lemmings che si suicidavano in massa buttandosi da una rupe a picco sul mare, gli piaceva perché la usava spesso. A me invece metteva addosso un'ansia indescrivibile.

  • Va bene, ok, ci mancherebbe, quando vuole, sono sempre pronto a...

  • Mi dia l'indirizzo.

Preciso, sintetico, inequivocabile. Glielo diedi e intanto cercai di calcolare il tempo. Avevo un'ora buona, di sicuro. Il mio Torquemada abitava lontano e di solito mi chiamava in netto in anticipo.

Chiusi la comunicazione, anzi la chiuse lui, e passai una mano sulla faccia: avevo decisamente bisogno di qualcosa per tirarmi su.

Infilai una mano nella tasca della giacca ed estrassi una scatoletta di latta: dentro c'erano tre sigarette già arrotolate che emanavano un pungente ma inebriante odore.

No, non giudicatemi: vi assicuro che ogni tanto un buon tiro di quelle giuste fa la differenza fra il nero del pozzo senza fine della depressione e il bianco dei denti dietro al sorriso di una vita migliore.

Mi feci qualche tiro per schiarirmi la mente in attesa dell'inevitabile seduta di tortura, tanto avevo tutto il tempo per far sparire ogni odore sospetto prima che arrivasse Freschi.

In quel momento squillò di nuovo il telefono.

Sullo schermo apparve il verdetto della mia condanna definitiva:

  • Sono qui fuori, Esca! Subito!

Era una trappola, ovviamente.

Avevo un alito fin troppo evidente e l'effetto rilassante della fumata era già completamente sparito.

Gettai il joint nel water, mi sistemai come potevo, ingollai un paio di mentine, poi uscii correndo. Passando accanto al tavolino rischiai di far crollare di nuovo la pila di riviste, chiesi servilmente scusa per l'ennesima volta azzerando qualunque possibilità di giocarmi l'entrata anticipata giocandomela sul carattere e sull'autorità, indossai il cappotto e mi precipitai fuori.

Oggi no, accidenti, proprio oggi...

Freschi mi attendeva accanto a un albero, lo sguardo che bucava la nebbia, la barba grigia imperlata di umidità, le mani guantate incrociate sul davanti del giubbotto, che immaginavo fosse antiproiettile, le gambe leggermente divaricate: sembra l'ufficiale di un plotone d'esecuzione che attendeva impassibile l'arrivo del condannato, io.

Sicuramente mi stava pedinando, era nascosto da qualche parte aspettando il mio arrivo. Purtroppo dovevo rendergli conto precedentemente, giorno per giorno, di tutti i miei spostamenti, per cui sapeva sempre dove mi trovavo.

Sorrise, ma era il sorriso di chi si appresta a divorare una succulenta bistecca: affamato e vorace.

  • Venturini, tra quanto deve entrare? Abbiamo tempo?

  • Si, certo. Sono a sua completa disposizione.

  • Bene, venga. Andiamo prima a controllare prima in farmacia così la sua visita al dottor Montorsi sarà più produttiva. Gliel'ho detto mille volte come si fa, vero? E lei lo fa, Venturini, lo fa?

  • Tutti i giorni, assolutamente!

Non lo facevo mai. Odiavo i farmacisti: sembrava che ti facessero l'elemosina a darmi qualche informazione. Eppure dovevamo essere dalla stessa parte. Ogni volta un'umiliazione. Comunque del dottor Montorsi mi fidavo, era un mio fedele prescrittore. Mi sembrava di sentirlo ripetere ogni volta: le ho prescritto interi vagoni di quel farmaco, oggi! Ma che dico vagoni: treni interi! Non si preoccupi!

Freschi mi guardò annusando l'aria.

  • Non sente uno strano odore?

  • Mah, sarà la zona, dissi mettendomi cautamente una mano davanti alla bocca.

Ci avviammo. La farmacia era solo a duecento metri dall'ambulatorio. Vi entrai a testa alta. Dentro era pieno di gente in fila.

Siamo proprio un paese di santi, navigatori e malati. E sospetto che anch'essi, i santi e i navigatori, siano spesso malati.

Mentre aspettavamo, Freschi si guardava intorno come un segugio cercando sugli scaffali le scatoline con l'ovale della nostra azienda, ma non ce n'era nemmeno una.

  • Come mai?

  • Tutte vendute, probabilmente. Il dottor Montorsi è un mio, un nostro affezionato cliente. L'ho convinto a usare solo il mio, di antibiotico!

Quando toccò a noi ci facemmo avanti e chiedemmo del titolare. Giunse trafelato, aspettando di trovarsi davanti qualche rappresentante più importante e blasonato: quando ci vide ebbe un palese calo d'interesse.

  • Volete qualche numerello, vero?

Numerelli, li chiamava. Poi non si dica che ho le manie di persecuzione!

  • Sì, le prescrizioni del dottore, se ci può dire se si è ricordato...

Feci con fiducia il nome del prodotto che mi interessava.

Lui lo digitò sulla tastiera del computer, guardò a video, poi spostò gli occhi su di me (Freschi era rimasto opportunamente ad un passo indietro), fece un mezzo sorrisetto, riportò lo sguardo sul monitor e disse:

  • Sicuro? Il nome è quello?

  • Certo, perché?

  • Qui non c'è nulla.

  • Questa settimana? Logico, so che è stato assente ben due gior...

  • Tutto l'anno. E le ricordo che siamo a novembre...

Sottolineò la battuta con una smorfia di disprezzo.

Sentii distintamente alle mie spalle un sordo brontolio. Immaginai che Freschi mi addentasse un polpaccio e iniziasse a cibarsi del mio inutile corpo. Se non venditore, almeno cibo!

Mi girai fingendo una rabbia a stento contenuta.

  • Ora mi sente...

  • No, ora mi sente lei! Venga in macchina che le proietto un paio di diapositive...

Era un maniaco dei numeri che usava come proiettili a punta cava: precisi e micidiali. Adorava trasformare ogni dialogo, anche il più colloquiale, in una relazione dettagliata, un elenco interminabile di lucidi, ciclostili e immagini di power point.

Lo seguii fuori e lo vidi dirigersi verso un camper parcheggiato. Mi fece cenno d'entrare. L'interno era stato svuotato per far posto a una vera e propria saletta riunioni ambulante.

La testa cominciò a girarmi.

  • Ma io devo... così rischio di perdere il posto...

  • Non si preoccupi, questo è più importante! Lei deve capire, deve adeguarsi. Il momento è catartico. O adesso o mai più!

Mai più, volevo gridargli, mai più davvero!

Erano ormai dieci anni che avevo accettato questo gioco al massacro. Sapevo che nessuno ti regalava niente, che mi pagavano per portare a casa i risultati e quando non arrivavano dovevo per forza di cose sottostare a controlli, ramanzine, verifiche e ultimatum, ma oggi, proprio oggi, non ne avevo alcuna voglia.

Avrei voluto solo tornare a casa, chiedere scusa a mia moglie e aspettare fiducioso il suo sorriso. Invece mi sedetti ad aspettare ben altro. Le luci nell'abitacolo si spensero, calò lo schermo di proiezione e iniziò la solita manfrina.

Mentre fingevo di ascoltare, numeri, diagrammi, curve, specchietti e grafici cominciarono a confondersi, a unirsi tra loro fino a formare un unico disegno, un mostro bidimensionale che si muoveva frenetico distruggendo ogni cosa. Ingoiava percentuali come fossero bistecche, triturava ascisse, dilaniava ordinate. Pensai: vieni, coraggio, uccidimi e facciamola finita! ma invece dissi: sì certo, Freschi, ci mancherebbe, sono d'accordissimo!

Lui ruggiva, seminascosto nell'ombra, sventolando un depliant come fosse una scimitarra, usando il puntatore laser come un raggio disintegratore.

D'un tratto mi parve che il camper si muovesse. Mentre Freschi continuava la sua ramanzina, guardai fuori dal vetro: vidi due lunghi trampoli in metallo che si alzavano dal terreno facendo oscillare l'abitacolo. Aprii lo sportello e mi gettai fuori.

Il camper si era trasformato in un'astronave aliena, un tripode marziano dalla cui testa ovoidale spuntava un'antenna: emetteva un sottile raggio rosso che scriveva impietosamente sulle nuvole grigie i miei indici di performance, tutti insufficienti, perché il mondo intero li potesse vedere.

Da una finestrella spuntava il testone di Freschi che continuava a sbraitare rimbrotti e consigli su come strappare al medico una prescrizione.

Intorno a me si era radunata una folla enorme; erano tutti lì ad assistere alla mia disfatta. Girai lo sguardo e ovunque lo posavo c'erano pazienti in attesa. I volti arcigni, gli sguardi severi, le dita adunche dalle lunghe unghie giallastre protese ad accusarmi, le bocche sdentate che urlavano: non passerai, mai più ci passerai davanti! Mai più!

La vecchietta, l'uncinetto puntato verso la mia gola come una spada, le calze a rete, le labbra dipinte di rosso vivo e il mascara che le colava dagli occhi trasformando il suo volto rugoso in una maschera grottesca, mi sussurrava:

  • Mi fate ridere voi emiliani. Oh, come rido! Rido e godo! Rido e godo!!

Allora persi la testa e cominciai a urlare anch'io. Gridavo tutta la mia rabbia, tutta la mia frustrazione. Finché nell'aria non ci fu più nulla se non un assordante rumore.


  • Venturini, sono le due. Vuole entrare o no?

Mi riscossi come se fossi uscito da un sonno millenario. Ogni mia energia si era esaurita e la stanchezza della nottata in bianco era calata su di me come una cappa di piombo.

Guardai il dottor Montorsi in un misto di vergogna e sollievo. Freschi, i dati, il farmacista, il tripode, la vecchia: era stato tutto un sogno!

  • Ho dormito fino a ora? Ma dove sono andati i suoi pazienti?

  • A casa. Io chiudo l'ambulatorio, per questa mattina. Vorrei proprio andare a mangiare. Se vuole dirmi due cose al volo...

Presi la borsa e lo seguii nel suo studio; lui si mise subito dietro la scrivania ad aspettare che cominciassi la solita novena.

  • Dottore, sarò veloce. Solo un minutino per ricordarle i miei prodotti. Soprattutto il...

  • Lei pensa che io sia fesso?

  • Come scusi?

  • No, dico: ritiene che io sia un coglione?

  • No, certo. Ma perché...

  • Perché qui sembra che tutti lo pensino. I pazienti, i dirigenti Asl, mia moglie. Tutti contro di me che sono qui solo per fare il mio dovere! Mi assillano con i loro problemi, mi buttano addosso le loro frustrazioni, mi coinvolgono nei loro obiettivi! Ma io non ho un problema al mondo, secondo loro? Non sono umano anch'io? Guardi, guardi! Sono fatto di carne, carne e sangue!

Mentre parlava, anzi gridava, gesticolando come un pazzo, un sottile filo di fumo che gli usciva dalle orecchie cespugliose, si strappava gli abiti di dosso come fossero fatti di carta velina: prima il camice, poi la giacca, la camicia, la maglietta, i pantaloni, le...

  • FERMO! La prego dottore, io...

  • Lei nulla Venturini! Lei sta zitto e sopporta. Come ha sempre fatto e come sempre farà! Non è anche per questo che la pagano? Se sopporta ancora una volta, chissà, magari le scrivo un pezzo del suo stupido farmaco, così va a casa felice!

Casa, si. Casa. Quando vidi che, spogliatosi completamente, cominciava ad artigliarsi la carne e a strapparsela via, chiusi gli occhi e cominciai mentalmente a contare: uno, due, tre...


  • Caro, che fai?

Riaprii gli occhi e vidi mia moglie. Sorrideva.

  • Nulla, dormivo ancora, mi sa...

  • Come ancora? Poi perché sul divano?

  • Mi sono assopito ieri sera davanti alla televisione. La stanchezza, i nervi...  Devo alzarmi?

  • Certo. Ovvio. Tra un po' parte il treno, Devi andare in riunione a Milano per qualche settimana. Non ricordi?

  • No. Cioè sì, ma no, non ci vado.

  • Come?

  • No. Sono malato. Gli dico che sono malato. Malatissimo. Quasi morente. Anzi sono proprio morto! Mi prendo una pausa. Tanto quello che hanno da dirmi lo so già. Non ne ho voglia, di sentirlo. Ho solo voglia di stare qui a guardarti. Posso?

  • Certo, sciocchino. Sono qui apposta...

Detto ciò, sciolse la cintura della vestaglia e la aprì, mostrando il contenuto che mi aspettavo. Che aspettavo da sempre.

No, vi prego, non ditemi che anche questo è un sogno!



lunedì 8 febbraio 2021

L'incatevole tema della foglia che cade.

Mentre seguivo la serie Tales from The Loop sentivo ripetersi in loop infinito sempre lo stesso tema musicale. 
Mi sono ritrovato a frugare nei cassetti della memoria... quel motivo era come se lo conoscessi da sempre! Ma dove l'avevo sentito? O era un deja vu
Poi ad una certa puntata della terza stagione di The Crown mi sono alzato in piedi. "Ancora?!!!"
 
Ecco questo post nasce da questa mia strana reazione che poi si allarga e diventa un giochino.

E si faranno comparazioni non per certo per insistere su plagi o di idee rubate ma piuttosto sulle potenzialità di quattro note che già la natura (per modo di dire) ha messo in fila.

Il fumetto di una foglia che cade.

Una striscia con una foglia in posizioni differenti lungo una scansione di quattro vignette. Nient'altro.

(Qui starebbe bene un Haiku a piacere sull'autunno)

Si coglie il senso di una piccola storia: una foglia per un certo momento se ne sta sospesa, poi inizia scendere e si ferma.
Con un po' di immaginazione possiamo pensare ad un panorama autunnale, un ramo da cui si distacca la foglia che cade al suolo. Tutto il contorno è pura interpolazione del nostro cervello. 

Se invece di una foglia fosse rappresentato un punto astratto potremmo avere l'impressione meno poetica di un grave che passa da una condizione di equilibrio instabile (energia potenziale massima) ad uno di equilibrio stabile (energia potenzale minima). Ma da dove passa questa informazione dettagliata? Come ha fatto il disegnatore (o compositore dell'immagine) a produrla?

Quel poco che abbiamo è la scansione temporale delle vignette e la posizione della foglia.

Tutto ciò visto da un robot

Lo scorrere orizzontale è intuitivamente l'asse del tempo.
La foglia resta ferma in quella posizione per un periodo T. Seguono due vignette lunghe T/2 in cui la foglia si muove verso il basso; qui la suddivisione di tempi più brevi indica la necessità di rappresentare una velocità. Infine c'è una vignetta lunga 2T.
Questo potrebbe farci pensare a due possibilità: 

La foglia esce dal nostro campo visivo (non la vediamo più, è finita sotto al bordo e continua a cadere con la stessa velocità delle vignette precedenti)
Oppure la foglia si è fermata nel punto in cui l'abbiamo lasciata, all'inizio della quarta vignetta.

L'occhio propende per la seconda possibilità: la foglia nella quarta è ferma su di una superficie che non è rappresentata ma che immaginiamo bella solida. Questa decisione scatta automaticamente grazie ad un confronto che l'occhio effettua tra le posizioni verticali.
Dalla prima alla seconda vignetta la foglia si sposta di una distanza h, dalle seconda alla terza la distanza è sempre h. Stessi spazi in stessi tempi = velocità di caduta costante. 

La posizione della foglia della quarta vignetta invece ci costringe a pensare che è successo qualcosa che ha interrotto la caduta perché la foglia non ha percorso la solita distanza h ma solo h/2, la metà. 

Una immagine lievente diversa avrebbe prodotto tutt'altra impressione. Questa:

Ehi! Così tira dritto e scende di sotto!

Così io dico che si è fermata
 

La scelta di proporzioni numeriche modulari (h, h/2 - T, T/2, 2T) creano l'impressione di un movimento armonico, tendiamo a vedere una foglia che si appoggia con grazia al suolo o di un aereo o un uccello che atterra dolcemente. Non è una caduta rovinosa, è una discesa dolce e leggera. 

E dato che siamo esseri umani possiamo proseguire con aspetti psicologici. Una discesa dovuta ad un distacco ma con accettazione di quello che succede. La malinconia e la solennità dell'autunno.

 

La musica di una foglia che cade.

E quindi un disegno anche estremamente essenziale può esprimere un racconto compiuto. E grazie a dettagli fini (proporzioni, distanze)  riesce a trasmettere dinamica e colore emotivo.
 
Ora provo a spostare questa storia un altro... "mondo", quello della musica.
Anche in questo universo esistono coordinate analoghe su cui agire; possiamo trasformare la striscia in uno spartito e fare diventare la foglia la rappresentazione grafica di una melodia musicale.
Nello spostamento orizzontale di lettura c'è il tempo, nell'altezza verticale l'altezza della nota.
Quattro altezze, quattro note.

Il "tema della foglia" agganciato alla tonalità DO Maggiore. Sequenza LA.SOL.FA.MI.


Con una sorta di traslitterazione tra due codici linguistici si ottiene una semplice scala discendente.

Nell'esempio la prima nota è un LA, ma potrebbe essere scelta arbitrariamente. 
Per mantenere lo schema di caduta del disegno iniziale (h, h, h/2) effettuiamo una discesa di un tono, una seconda discesa di un tono ed infine una discesa di un semitono.
 
Inoltre per rispettare la scansione temporale delle quattro vignette sono state scelte una minima, due semiminime, una breve (2/4, 1/4, 1/4, 4/4).

Questa è la rappresentazione sulla tastiera della sequenza di note mostrate nel pentagramma.

Sequenza LA, SOL, FA, MI sui rispettivi tasti della una tastiera.

Sul rigo musicale non era percepibile ma qui è evidente che c'è corrispondenza: LA (scende di un tono) SOL (scende di un tono) FA (scende di un semitono) MI.

FA e MI sono adiacenti, non esiste un tasto intermedio. Nell'ultima discesa la nota si è appoggiata con grazia sul MI e si è fermata.

Auditions!

A questo punto potrebbe venire la curiosità di ascoltare queste quattro note. 

Così ad occhio sembra una sequenza che qualsiasi persona riuscirebbe a fare con un pianoforte. Il dubbio quindi è che sia un tema piuttosto banale. Tuttavia questo cluster di note è piuttosto ricorrente, e se ne sta più o meno mimetizzato tantissimi temi molto conosciuti. Riscuote un particolare successo come "incipit" del tema principale nell'ambito di molto colonne sonore con effetti a volte memorabili.
Proviamo a stanarlo.

1) Blade Runner End Titles (Vangelis, 1981)

Il tema esatto dello spartito riportato con estrema precisione nei tempi e nelle altezze. Le note sono appoggiate su di un unico accordo, per cui non esistono particolari "distrazioni armoniche" e ci si può concentrare sulla melodia.  Le durate delle note sono proprio (T, T/2, T/2, 2T). Il tema inizia al minuto 0:30.  In questo contesto fantascientifico non risalta come un tema naturalistico ma risulta emotivamente coinvolgente. Epico ma non gioioso. La tonalità è DO minore.




2) Music from The Crown Season 3; "Sisters" (M. Phipps 2018)

Dopo una lunga intro di arpeggi e violini che sortiscono un effetto simile ad un dondolìo oscillante (come appunto le foglie sugli alberi in autunno) al minuto 1:21 viene introdotta la melodia. I tempi sono lievemente diversi (le prime tre note hanno tutte la stessa durata) ed armonicamente la quarta nota si appoggia su di un accordo che accentua una emozione di straniamento. Il tema comunque è ben riconoscibile. La seconda ripetizione effettuata con gli archi al minuto 2:13 mostra ancora di più l'affinità con il precedente brano di Vangelis anche se l'elemento fantascientifico qui è assente. Domina una specie di inquietudine malinconica cauta e misurata. La tonalità è LA minore, la stessa dell'esempio dei paragrafi precedenti.


3) Tales From the Loop (P.Glass/P. Leonard-Morgan 2020)

"Tales From the Loop" è una serie fantascientifico/intimista dalle forti suggestioni emotive con ambientazioni ispirate ai dipinti dell'artista svedese Simon Stålenhag. La colonna sonora è molto coinvolgente e forse un po' ripetitiva. Del resto questo si accorda col titolo della serie e la storia dei compositori.

Sin dall'inizio il tema viene ripetuto varie volte e in tonalità diverse (MI minore, FA minore etc..). Le durate delle note sono quelle da cui siamo partiti (T, T/2, T/2, 2T). A differenza dell'incipit di Blade Runner che resta su di un unico accordo in questo caso la melodia si appoggia elegamente su 4 accordi che conferiscono un certo movimento emotivo, cosa che tuttavia non distrae troppo mantenendo piuttosto riconoscibile il tema.


Volendo fantasticare, sembra che la colonna sonora sia una brillante ibridazione della struttura armonica del brano "Truman Sleeps" del film The Truman Show e l'incipit di Blade Runner (melodia "della foglia"). Un matrimonio che si intona alla perfezione con le tematiche della serie...

Provate un ad ascoltare "Truman Sleeps" di P. Glass (1998) per trovare le analogie.


Conclusioni.

Per me sarebbe finita qui, ma c'è sempre bisogno di una conclusione. Ci provo.

Una foglia che cade è un evento triste? Poeticamente o metaforicamente possiamo dire che la risposta è piuttosto affermativa. Se il fumetto dell'esempio è abbastanza attinente all'evento di una foglia che cade possiamo dire che il fumetto eredita l'emozione per un meccanismo di associazione. Ma se non ci fosse stato riconoscimento non ci sarebbe stata emozione.

Per quello che riguarda invece la musica il passaggio non è così alla luce del sole. C'è di mezzo un'altra area del cervello. Quella preposta alla visione si identifica coi fenomeni che accadono nel mondo reale e al mondo oggettivo. "Fammi un disegnino" si dice. La musica ha un livello di astrazione più alto. Per questo è stato necessario rendere altamente astratto il disegno e tradurlo in un codice "cartesiano" che fosse linguaggio puro, svincolato dal referente.

Eppure pare che alla musica basti questo codice. L'emozione "di una foglia che cade" passa attraverso la musica senza che l'ascoltatore abbia la più pallida idea che una foglia sta cadendo. 

Oppure questo è soltanto... un caso fortunato.





domenica 13 settembre 2020

Army of me


by Robo

A mio parere ci sono poche cose così interessanti (e così complicate) come il sistema immunitario degli organismi pluricellulari. Nel momento in cui diventi "grosso" e hai tanti tipi di cellule diverse e queste cellule si parlano e magari hai pure un liquido che ti scorre dentro, oltre a essere una meraviglia biologica sei pure un parco giochi per chi saprà approfittare di tanto ben di Dio, quindi devi difenderti. I predatori là fuori sono quelli più grossi di te e quelli più piccoli; rispetto ai primi c'é la fuga ma per i secondi ci vuole una piccola armata organizzata, anche se parecchio ridondante, e prona agli errori: the Army of me.
Questo esercito ha i suoi corpi, i suoi battaglioni e i generali ma è privo di uno stratega apicale, tipo Napoleone, e oltretutto è privo di cognizione di sé: ogni soldato è una cellula che risponde a segnali chimici complessi e a volte contraddittori la cui sommatoria si traduce in una risposta in qualche modo coordinata. Ma come? E con che mezzi?