domenica 14 marzo 2021

STORIE DA UN ALTRO UNIVERSO

PRIMA STORIA

OGGI E' UNALTRO GIORNO


Mi chiamo Carlo Venturini, ho 45 anni e sono un fesso.

Lo dico così, senza mezzi termini o diplomatici giri di parole.

La realtà sta davanti ai miei occhi ogni mattina quando mi sveglio, e ogni notte quando mi addormento.

Avevo una famiglia meravigliosa, una moglie stupenda che mi amava e mi accudiva in ogni modo possibile, e avevo mandato tutto a puttane per un amorucolo da quattro soldi.

Di lavoro faccio l'informatore medico scientifico. Siamo il braccio armato delle case farmaceutiche, i loro spot pubblicitari viventi, uomini e donne, sandwiches che esibiscono e cercano di piazzare la loro mercanzia.

Comandati, diretti e controllati, dai nostri capo area sciamiamo ogni benedetto giorno sulle piazze di spaccio farmacologico, cercando di convincere i medici che il nostro prodotto è migliore della concorrenza, anche se, spesso, differisce solo dal nome e dal colore della scatoletta. Sarebbe anche un bel lavoro, sempre a contatto con il pubblico, mai rinchiuso tra le mura di uno squallido ufficietto, se non fosse terribilmente complicato. Non abbiamo gli spazi dedicati come i più nobili rappresentanti; dobbiamo farci largo tra i pazienti in fila, sgomitando e litigando. Non mi lamento, c'è di peggio, ma alla lunga può diventare stressante.

Il mio più grande problema è sempre stato che non so stare da solo, nemmeno per un giorno, figuriamoci per una settimana o un mese e il lavoro purtroppo mi portava spesso lontano da casa.

Quando era solo per tentare di fare il mio dovere quotidiano, visitando i medici del mio schedario, ambulatorio per ambulatorio, elemosinando una loro pietosa o amichevole riconoscenza, andava ancora bene: attendevo il ritorno a casa, la sera, con un'ansia che a volte mi stupiva e mi chiudevo volentieri al sicuro nel mio castello di affetti quotidiani.

A volte invece la mia azienda, una delle più importanti a livello nazionale organizzava in sede a Milano tediose riunioni di aggiornamento o inutili corsi di miglioramento professionale, dove si sprecavano le parole e i suggerimenti, nessuno dei quali avrebbe poi trovato alcuna applicazione pratica.

Il lavoro era solo un'assidua e continua tessitura di rapporti umani tra me e i miei clienti, i medici, una ragnatela costruita in anni di sorrisi e di condivisioni dei nostri problemi.

Loro mi gettavano addosso le loro ansie quotidiane e io abbozzavo, comprensivo, sperando in un minimo di riconoscenza, un attestato, in fondo, della mia esistenza.

Forse dovevo fare il prete; meno ansie da prestazione, sicuro.

Quando comunque capitava di dover assistere alla solita inutile manfrina e mi dovevo assentare anche per alcune settimane, allora crollava ogni mia difesa e rimanevo nudo, in balia di tutti i miei difetti.

Lontano dalle mie sicurezze, in un anonimo albergo, passando da una riunione a una cena di lavoro, ero un essere appena accennato, nelle mani di chiunque volesse plasmarlo a suo vantaggio.

Quelle riunioni erano momenti strani, dove il tempo sembrava sospeso, dove vigeva tra noi colleghi di lavoro un cameratismo quasi assurdo, come se fossimo soldati di ritorno dal fronte per passare qualche giorno tranquillo nelle retrovie, aspettando di riprendere la nostra piccola guerra quotidiana.

Gente che non si conosce, che crede di conoscersi o fa solo finta.

Eravamo tutti degli attori nati, nel peggior senso del termine.

Dei guitti, delle macchiette.

Sempre pronti a vantare amicizie, successi, a sbandierare ai quattro venti la ricetta miracolosa per ottenere il risultato migliore.

In questi momenti tutto sembrava permesso, non esistevano più le famiglie o altre realtà che non fossero quelle che stavamo vivendo. Qualcuno riusciva a isolarsi, mantenendo i contatti con l'altra vita, quella vera; io no, non ce la facevo mai del tutto e anche la telefonata giornaliera a casa era solo una piccola oasi, quasi un miraggio, nel vasto deserto delle tentazioni.

Ero perso in questo mondo alieno, abitato da colleghi che esibiscono incrollabili sicurezze, quelle che io non ho mai avuto, e colleghe che, per simpatia, civetteria o intenzione, ti regalavano sorrisi e toccatine come fossero confetti a un matrimonio.

Erano i terribili e pericolosi momenti dove il cuore poteva anche perdere un battito, la mente cominciare a dimenticarsi chi era troppo lontano per farsi ricordare, e le scuse, le attenuanti si moltiplicavano a dismisura, fino a farti annegare nel vasto oceano della tua vigliaccheria.

Rossana era una collega di Bari; bella, imponente, prosperosa e disinibita. Mi aveva preso in simpatia, diceva, a causa del mio spiccato accento emiliano che la faceva ridere, e non perdeva occasione per stuzzicarmi, facendomi piedino sotto il tavolo durante le riunioni, mentre gli altri erano occupati a ripassare le cose da dire davanti al direttore che sarebbe venuto in visita da un momento all'altro.

Noi invece sembravamo impegnati in una lunga schermaglia amorosa, senza logica e sostanza, ma che, dopo qualche giorno di finte ritrosie da parte mia, ci aveva portato inevitabilmente a condividere lo stesso letto.

Una scopata, come disse lei più tardi quella stessa sera, nulla di più, ma io avevo già fatto l'errore di darle il mio numero di cellulare e lei, qualche mese dopo, l'aveva usato nel modo più sbagliato.

Avevo tradito mia moglie e lei, colpa della sua maledetta curiosità, del telefonino dimenticato sul tavolo di cucina, di un attacco di colite che mi aveva costretto a una prolungata seduta in bagno e di un messaggio di whattsup spedito dalla mia collega Rossana nel momento meno opportuno, una sera, dopo aver lungamente ponderato, mia moglie mi aveva detto che era finita.

Dovevo andarmene, domani stesso.

Non aveva urlato, non mi aveva gettato in faccia il suo disprezzo, enfatizzando e sottolineando, ma io mi ero ugualmente reso conto che diceva la verità. Gliela avevo letta negli occhi, fermi e sicuri, due biglie fredde che mi guardavano senza paura mentre invece io abbassavo i miei, incapace di replicare.

Aveva tutte le ragioni e io non potevo più permettermi il lusso di mentire.

Furbescamente aveva cancellato il messaggio (e il numero di Rossana, ma questo lo seppi solo più tardi), così poteva accusarmi di qualsiasi cosa lei avesse potuto scrivermi. Ma qualunque cosa avesse deciso di utilizzare, non sarebbe andata troppo lontana dalla verità. E comunque me le meritavo tutte.


La mattina dopo mi alzai presto, come al solito. Lei dormiva ancora, forse aveva pianto tutta la notte, non lo so.

Io ero rimasto in salotto, davanti alla televisione accesa senza vedere nulla, la mente persa dietro mille, sfuggevoli pensieri.

Ora che faccio? Cosa le dico? Come la convinco?

Nonostante anch'io non avessi chiuso occhio, ero carico di una strana energia, che mi sosteneva come fossi un pupazzo appeso al muro da un unico filo che non gli permetteva di precipitare a terra in un ammasso scomposto di legno e carne.

Ero un automa mosso da complicati meccanismi che si erano messi in movimento da soli, che nessuno avrebbe più potuto arrestare fino a che la chiavetta di carica non avesse completato il suo ultimo giro. Come in sogno mi vestii e mi preparai.

Riempii la borsa con i campioni, le schede tecniche e ogni altra cosa che mi serve per lavorare, per provare a convincere qualche medico della indispensabilità dei miei prodotti, per guadagnarmi qualche prescrizione, aggiungendo qualche altro giorno utile a quelli già utilizzati per costruirmi un futuro decente.

Purtroppo le cose, anche sul lavoro, ultimamente non stavano andando bene.

Gli indici di vendita, quelli che segnalavano la differenza tra la vita e la morte, erano in caduta libera, come diceva sempre “affettuosamente” il mio capo area; era come un chiodo umano perennemente infilato sotto l'unghia, un demone arcigno che mi pungolava con il suo forcone, il suo lungo dito macchiato di nicotina puntato sulla mia testa reclinata dalla contrizione, così vicino da disegnarmi la scriminatura tra i capelli.

I medici non si facevano più convincere come una volta o forse ero io che stavo perdendo fascino e abilità, quella che mi consentiva di essere sempre padrone della situazione e di gestire la penna del medico come se l'avessi in mano io; quell'abilità incontestabile che mi aveva portato ad essere tra i primi venditori d'Italia, mentre ora dovevo accampare giustificazioni, promettere svolte decisive, pianificare impossibili e rapidissime rimonte al Mostro di cui sopra.

La mia quotazione era precipitata dalle stelle alle stalle, senza nemmeno passare dal Via per recuperare un po' credito come al Monopoli.

La crisi sentimentale e famigliare si stava sovrapponendo a quella lavorativa, fondendosi in un'enorme blog che divorava tutto, anche se stesso, da dentro e da fuori.

Uscii di casa come tutti i giorni per fare il mio dovere, anche solo per trovare un momento di pace e fermarmi a pensare.

Fuori mi attendeva una nebbia impenetrabile, uguale a quella che avevo dentro la testa.


L'ambulatorio del dottor Montorsi era situato in una piccola villetta in fila con tante altre, tutte uguali, in una zona tranquilla, lontano dal centro caotico della città.

La si distingueva dalla piccola e rumorosa folla di persone che stazionava sempre, fin dalle prime ore del mattino, davanti al cancelletto che dava sul piccolo cortile antistante all'entrata.

Appena girato l'angolo li vidi, i vecchi e le vecchie, intabarrati e parlottanti, e mi si ghiacciò il cuore; appena mi videro loro, girando all'unisono gli sguardi verso di me e scrutandomi, prima con sospetto poi, vedendo la borsa che portavo al fianco destro, con schifata certezza, iniziarono a mormorare sollevando nell'aria un rumore come di mare in tempesta.

Mi odiavano, lo sapevo, e io ricambiavo volentieri.

Oggi non avevo voglia di fare il solito sorriso diplomatico che spesso serviva solo ad aumentarne il malumore; avanzai sicuro, fendendo quella massa torbida di facce arrabbiate, entrai nel cortile e mi affacciai sulla porta della saletta d'attesa.

Dentro era pieno di pazienti.

Raggruppati a due e a tre, chiacchieravano dei loro mali, in discussioni già sentite, che si ripetevano pedissequamente in ogni ambulatorio, in ogni occasione di ritrovo e di sfogo: stessi argomenti, stessi problemi, stesse soluzioni ai medesimi, gettate lì come sacro verbo da chi, sembrava, fosse portatore di una verità indiscutibile.

Sussurrai un timido buongiorno; loro si voltarono e mi scrutarono con odio feroce. Stesso sguardo di quelli fuori, ma più pericoloso, più aggressivo, perché prodotto da chi credeva di essere ormai prossimo alla meta e invece vedeva profilarsi il rischio di una retrocessione.

Qualcuno pensò ad alta voce, esprimendo il suo disprezzo e il suo disappunto per l'accaduto e colorandolo di parole irripetibili e di epiteti santificati.

Era la solita vecchia abitudine che avevano spesso i cosiddetti pazienti di eliminare ogni filtro tra pensiero e parola, sperando così di convincere il destinatario delle proprie maledizioni, in questo caso io, a desistere e tornare sui propri passi, anche solo più tardi, soprattutto dopo che erano entrati loro.

Ma c'era sempre un “loro” che noi dovevamo aspettare, e così noi non saremmo entrati mai.

Come al solito non ci feci caso, agganciai il cappotto all'attaccapanni, chiesi chi doveva entrare, segnalando così la mia ferma intenzione di restare e far rispettare i miei diritti, poi mi sedetti fingendo una totale indifferenza.

Nell'ambulatorio del dottor Montorsi le visite degli informatori medico scientifici erano di norma regolate ogni due pazienti: lo sapevano tutti benissimo, ma facevamo sempre finta di niente. Era una lotta silenziosa, fisica e psicologica. Piccoli veloci passi verso la porta di entrata allo studio vero e proprio, cercando di fregarci sul tempo (non potete immaginare quanto gli anziani, soprattutto quelli malati, siano veloci!) o commoventi parole che dovrebbero blandirci con le motivazioni più puerili e inverosimili, come l'intramontabile classico: “Mi lasci passare! Devo andare a fare il ragù che mio marito rincasa presto! Sì, lo so che sono solo le otto del mattino, ma ci vuole il suo tempo, sa?”, una lotta che di solito accettavo volentieri, che mi faceva magari perdere qualche minuto, ma che alla fine mi permetteva di entrare dal medico senza aspettare che l'intero ambulatorio, magari anche chi doveva ancora arrivare, avesse terminato di esibirgli, per l'ennesima volta, i propri innumerevoli e inguaribili malanni.

Una lotta sfiancante che mi lasciava esausto ma che era condita da una punta di soddisfazione quando un'anima pia, il dottore stesso o la lentezza del mio avversario, mi concedevano una seppur effimera ma appagante vittoria.

Oggi comunque non avevo voglia di discutere né soprattutto di litigare; decisi in cuor mio che avrei aspettato qualche paziente in più, senza dire nulla, così gli altri, speravo, sarebbero stati più accomodanti.

Di solito è così.

Davanti alla mia sedia traballante c'era un tavolino stracolmo di riviste perlomeno centenarie, che, come si evinceva dagli innumerevoli strati di polvere che le ricoprivano come un sudario, nessuno toccava più da secoli.

Vicino a me, una vecchietta stava facendo un golfino di lana all'uncinetto.

Sospirai, appoggiai la nuca al muso scrostato e chiusi gli occhi per un secondo.

Solo un secondo, perché sentii subito qualcosa di caldo che mi sfiorava.

Aprii gli occhi e incrociai lo sguardo della vecchietta che aveva smesso di uncinare il suo maglioncino e mi sorrideva toccandomi una gamba.

  • Lei cosa dice, riusciremo a entrare per mezzogiorno?

  • Io... ma certo signora, sono solo le otto!

  • Non so sa, oggi sono tutti lunghi come la quaresima...

La mano mezzo deformata dall'artrite ebbe uno spasmo, sicuramente involontario, e strinse la mia coscia. Mi alzai in piedi con uno scatto, la fronte imperlata, prendendo contro alla pila di riviste che crollò miseramente a terra sparpagliandole per tutta la stanza.

  • Ma che ha, è matto?

  • No, nulla, io... mi scusi, io credevo che...

Decisi di non dire a che cosa credevo. Mi limitai a raccogliere i giornali, a scusarmi con gli altri pazienti che avevano smesso di pettegolare e mi fissavano come fossi una nutria appena sbucata da un tombino e a portare la mia vergogna in bagno, fingendo un bisogno impellente.

Per fortuna era libero e mi ci rifugiai, barricandomi dentro.

Calma, per favore calma.

Oggi non era giornata, lo avevo capito subito, ma da qui a credere di essere capitato vicino ad una assatanata mantide religiosa di ottant'anni, ce ne passava!

Mi appoggiai al lavandino cercando di ritrovare il giusto ritmo del respiro. Qualcuno mi voleva punire, era chiaro, qualcuno molto in alto, e non gliene facevo certo una colpa.

Mi lavai la faccia e mi appoggiai al muro piastrellato: il freddo penetrò nel tessuto della giacca e mi riportò ad una realtà più credibile.

Con tutti i problemi che avevo...

In quel momento squillò il cellulare.

Quando vidi il nome sullo schermo, il cuore mi si ghiacciò di nuovo.

  • Venturini, buongiorno!

  • Buongiorno Freschi, come va?

Alberto Freschi, il mio capo area. Cosa diavolo voleva a quest'ora?

  • Benissimo. Sto venendo da lei. Si prepari.

  • Come? Cosa? Quando?

  • Il tempo di raggiungerla. Mi dica dove. Staremo insieme tutta la giornata. Bisogna che facciamo chiarezza sulla sua situazione lavorativa, che è molto preoccupante! I suoi dati vendita sono in caduta libera!

Il mio capo era un vero creativo: riusciva sempre a trovare le parole giuste per farmi del male,

come se non me ne facessi già abbastanza da solo, ma l'immagine della caduta libera dei dati, come se fossero dei piccoli lemmings che si suicidavano in massa buttandosi da una rupe a picco sul mare, gli piaceva perché la usava spesso. A me invece metteva addosso un'ansia indescrivibile.

  • Va bene, ok, ci mancherebbe, quando vuole, sono sempre pronto a...

  • Mi dia l'indirizzo.

Preciso, sintetico, inequivocabile. Glielo diedi e intanto cercai di calcolare il tempo. Avevo un'ora buona, di sicuro. Il mio Torquemada abitava lontano e di solito mi chiamava in netto in anticipo.

Chiusi la comunicazione, anzi la chiuse lui, e passai una mano sulla faccia: avevo decisamente bisogno di qualcosa per tirarmi su.

Infilai una mano nella tasca della giacca ed estrassi una scatoletta di latta: dentro c'erano tre sigarette già arrotolate che emanavano un pungente ma inebriante odore.

No, non giudicatemi: vi assicuro che ogni tanto un buon tiro di quelle giuste fa la differenza fra il nero del pozzo senza fine della depressione e il bianco dei denti dietro al sorriso di una vita migliore.

Mi feci qualche tiro per schiarirmi la mente in attesa dell'inevitabile seduta di tortura, tanto avevo tutto il tempo per far sparire ogni odore sospetto prima che arrivasse Freschi.

In quel momento squillò di nuovo il telefono.

Sullo schermo apparve il verdetto della mia condanna definitiva:

  • Sono qui fuori, Esca! Subito!

Era una trappola, ovviamente.

Avevo un alito fin troppo evidente e l'effetto rilassante della fumata era già completamente sparito.

Gettai il joint nel water, mi sistemai come potevo, ingollai un paio di mentine, poi uscii correndo. Passando accanto al tavolino rischiai di far crollare di nuovo la pila di riviste, chiesi servilmente scusa per l'ennesima volta azzerando qualunque possibilità di giocarmi l'entrata anticipata giocandomela sul carattere e sull'autorità, indossai il cappotto e mi precipitai fuori.

Oggi no, accidenti, proprio oggi...

Freschi mi attendeva accanto a un albero, lo sguardo che bucava la nebbia, la barba grigia imperlata di umidità, le mani guantate incrociate sul davanti del giubbotto, che immaginavo fosse antiproiettile, le gambe leggermente divaricate: sembra l'ufficiale di un plotone d'esecuzione che attendeva impassibile l'arrivo del condannato, io.

Sicuramente mi stava pedinando, era nascosto da qualche parte aspettando il mio arrivo. Purtroppo dovevo rendergli conto precedentemente, giorno per giorno, di tutti i miei spostamenti, per cui sapeva sempre dove mi trovavo.

Sorrise, ma era il sorriso di chi si appresta a divorare una succulenta bistecca: affamato e vorace.

  • Venturini, tra quanto deve entrare? Abbiamo tempo?

  • Si, certo. Sono a sua completa disposizione.

  • Bene, venga. Andiamo prima a controllare prima in farmacia così la sua visita al dottor Montorsi sarà più produttiva. Gliel'ho detto mille volte come si fa, vero? E lei lo fa, Venturini, lo fa?

  • Tutti i giorni, assolutamente!

Non lo facevo mai. Odiavo i farmacisti: sembrava che ti facessero l'elemosina a darmi qualche informazione. Eppure dovevamo essere dalla stessa parte. Ogni volta un'umiliazione. Comunque del dottor Montorsi mi fidavo, era un mio fedele prescrittore. Mi sembrava di sentirlo ripetere ogni volta: le ho prescritto interi vagoni di quel farmaco, oggi! Ma che dico vagoni: treni interi! Non si preoccupi!

Freschi mi guardò annusando l'aria.

  • Non sente uno strano odore?

  • Mah, sarà la zona, dissi mettendomi cautamente una mano davanti alla bocca.

Ci avviammo. La farmacia era solo a duecento metri dall'ambulatorio. Vi entrai a testa alta. Dentro era pieno di gente in fila.

Siamo proprio un paese di santi, navigatori e malati. E sospetto che anch'essi, i santi e i navigatori, siano spesso malati.

Mentre aspettavamo, Freschi si guardava intorno come un segugio cercando sugli scaffali le scatoline con l'ovale della nostra azienda, ma non ce n'era nemmeno una.

  • Come mai?

  • Tutte vendute, probabilmente. Il dottor Montorsi è un mio, un nostro affezionato cliente. L'ho convinto a usare solo il mio, di antibiotico!

Quando toccò a noi ci facemmo avanti e chiedemmo del titolare. Giunse trafelato, aspettando di trovarsi davanti qualche rappresentante più importante e blasonato: quando ci vide ebbe un palese calo d'interesse.

  • Volete qualche numerello, vero?

Numerelli, li chiamava. Poi non si dica che ho le manie di persecuzione!

  • Sì, le prescrizioni del dottore, se ci può dire se si è ricordato...

Feci con fiducia il nome del prodotto che mi interessava.

Lui lo digitò sulla tastiera del computer, guardò a video, poi spostò gli occhi su di me (Freschi era rimasto opportunamente ad un passo indietro), fece un mezzo sorrisetto, riportò lo sguardo sul monitor e disse:

  • Sicuro? Il nome è quello?

  • Certo, perché?

  • Qui non c'è nulla.

  • Questa settimana? Logico, so che è stato assente ben due gior...

  • Tutto l'anno. E le ricordo che siamo a novembre...

Sottolineò la battuta con una smorfia di disprezzo.

Sentii distintamente alle mie spalle un sordo brontolio. Immaginai che Freschi mi addentasse un polpaccio e iniziasse a cibarsi del mio inutile corpo. Se non venditore, almeno cibo!

Mi girai fingendo una rabbia a stento contenuta.

  • Ora mi sente...

  • No, ora mi sente lei! Venga in macchina che le proietto un paio di diapositive...

Era un maniaco dei numeri che usava come proiettili a punta cava: precisi e micidiali. Adorava trasformare ogni dialogo, anche il più colloquiale, in una relazione dettagliata, un elenco interminabile di lucidi, ciclostili e immagini di power point.

Lo seguii fuori e lo vidi dirigersi verso un camper parcheggiato. Mi fece cenno d'entrare. L'interno era stato svuotato per far posto a una vera e propria saletta riunioni ambulante.

La testa cominciò a girarmi.

  • Ma io devo... così rischio di perdere il posto...

  • Non si preoccupi, questo è più importante! Lei deve capire, deve adeguarsi. Il momento è catartico. O adesso o mai più!

Mai più, volevo gridargli, mai più davvero!

Erano ormai dieci anni che avevo accettato questo gioco al massacro. Sapevo che nessuno ti regalava niente, che mi pagavano per portare a casa i risultati e quando non arrivavano dovevo per forza di cose sottostare a controlli, ramanzine, verifiche e ultimatum, ma oggi, proprio oggi, non ne avevo alcuna voglia.

Avrei voluto solo tornare a casa, chiedere scusa a mia moglie e aspettare fiducioso il suo sorriso. Invece mi sedetti ad aspettare ben altro. Le luci nell'abitacolo si spensero, calò lo schermo di proiezione e iniziò la solita manfrina.

Mentre fingevo di ascoltare, numeri, diagrammi, curve, specchietti e grafici cominciarono a confondersi, a unirsi tra loro fino a formare un unico disegno, un mostro bidimensionale che si muoveva frenetico distruggendo ogni cosa. Ingoiava percentuali come fossero bistecche, triturava ascisse, dilaniava ordinate. Pensai: vieni, coraggio, uccidimi e facciamola finita! ma invece dissi: sì certo, Freschi, ci mancherebbe, sono d'accordissimo!

Lui ruggiva, seminascosto nell'ombra, sventolando un depliant come fosse una scimitarra, usando il puntatore laser come un raggio disintegratore.

D'un tratto mi parve che il camper si muovesse. Mentre Freschi continuava la sua ramanzina, guardai fuori dal vetro: vidi due lunghi trampoli in metallo che si alzavano dal terreno facendo oscillare l'abitacolo. Aprii lo sportello e mi gettai fuori.

Il camper si era trasformato in un'astronave aliena, un tripode marziano dalla cui testa ovoidale spuntava un'antenna: emetteva un sottile raggio rosso che scriveva impietosamente sulle nuvole grigie i miei indici di performance, tutti insufficienti, perché il mondo intero li potesse vedere.

Da una finestrella spuntava il testone di Freschi che continuava a sbraitare rimbrotti e consigli su come strappare al medico una prescrizione.

Intorno a me si era radunata una folla enorme; erano tutti lì ad assistere alla mia disfatta. Girai lo sguardo e ovunque lo posavo c'erano pazienti in attesa. I volti arcigni, gli sguardi severi, le dita adunche dalle lunghe unghie giallastre protese ad accusarmi, le bocche sdentate che urlavano: non passerai, mai più ci passerai davanti! Mai più!

La vecchietta, l'uncinetto puntato verso la mia gola come una spada, le calze a rete, le labbra dipinte di rosso vivo e il mascara che le colava dagli occhi trasformando il suo volto rugoso in una maschera grottesca, mi sussurrava:

  • Mi fate ridere voi emiliani. Oh, come rido! Rido e godo! Rido e godo!!

Allora persi la testa e cominciai a urlare anch'io. Gridavo tutta la mia rabbia, tutta la mia frustrazione. Finché nell'aria non ci fu più nulla se non un assordante rumore.


  • Venturini, sono le due. Vuole entrare o no?

Mi riscossi come se fossi uscito da un sonno millenario. Ogni mia energia si era esaurita e la stanchezza della nottata in bianco era calata su di me come una cappa di piombo.

Guardai il dottor Montorsi in un misto di vergogna e sollievo. Freschi, i dati, il farmacista, il tripode, la vecchia: era stato tutto un sogno!

  • Ho dormito fino a ora? Ma dove sono andati i suoi pazienti?

  • A casa. Io chiudo l'ambulatorio, per questa mattina. Vorrei proprio andare a mangiare. Se vuole dirmi due cose al volo...

Presi la borsa e lo seguii nel suo studio; lui si mise subito dietro la scrivania ad aspettare che cominciassi la solita novena.

  • Dottore, sarò veloce. Solo un minutino per ricordarle i miei prodotti. Soprattutto il...

  • Lei pensa che io sia fesso?

  • Come scusi?

  • No, dico: ritiene che io sia un coglione?

  • No, certo. Ma perché...

  • Perché qui sembra che tutti lo pensino. I pazienti, i dirigenti Asl, mia moglie. Tutti contro di me che sono qui solo per fare il mio dovere! Mi assillano con i loro problemi, mi buttano addosso le loro frustrazioni, mi coinvolgono nei loro obiettivi! Ma io non ho un problema al mondo, secondo loro? Non sono umano anch'io? Guardi, guardi! Sono fatto di carne, carne e sangue!

Mentre parlava, anzi gridava, gesticolando come un pazzo, un sottile filo di fumo che gli usciva dalle orecchie cespugliose, si strappava gli abiti di dosso come fossero fatti di carta velina: prima il camice, poi la giacca, la camicia, la maglietta, i pantaloni, le...

  • FERMO! La prego dottore, io...

  • Lei nulla Venturini! Lei sta zitto e sopporta. Come ha sempre fatto e come sempre farà! Non è anche per questo che la pagano? Se sopporta ancora una volta, chissà, magari le scrivo un pezzo del suo stupido farmaco, così va a casa felice!

Casa, si. Casa. Quando vidi che, spogliatosi completamente, cominciava ad artigliarsi la carne e a strapparsela via, chiusi gli occhi e cominciai mentalmente a contare: uno, due, tre...


  • Caro, che fai?

Riaprii gli occhi e vidi mia moglie. Sorrideva.

  • Nulla, dormivo ancora, mi sa...

  • Come ancora? Poi perché sul divano?

  • Mi sono assopito ieri sera davanti alla televisione. La stanchezza, i nervi...  Devo alzarmi?

  • Certo. Ovvio. Tra un po' parte il treno, Devi andare in riunione a Milano per qualche settimana. Non ricordi?

  • No. Cioè sì, ma no, non ci vado.

  • Come?

  • No. Sono malato. Gli dico che sono malato. Malatissimo. Quasi morente. Anzi sono proprio morto! Mi prendo una pausa. Tanto quello che hanno da dirmi lo so già. Non ne ho voglia, di sentirlo. Ho solo voglia di stare qui a guardarti. Posso?

  • Certo, sciocchino. Sono qui apposta...

Detto ciò, sciolse la cintura della vestaglia e la aprì, mostrando il contenuto che mi aspettavo. Che aspettavo da sempre.

No, vi prego, non ditemi che anche questo è un sogno!



lunedì 8 febbraio 2021

L'incatevole tema della foglia che cade.

Mentre seguivo la serie Tales from The Loop sentivo ripetersi in loop infinito sempre lo stesso tema musicale. 
Mi sono ritrovato a frugare nei cassetti della memoria... quel motivo era come se lo conoscessi da sempre! Ma dove l'avevo sentito? O era un deja vu? 
Poi ad una certa puntata della terza stagione di The Crown mi sono alzato in piedi. "Ancora?!!!"
 
Ecco questo post nasce da questa mia strana reazione che poi si allarga e diventa un giochino.

E si faranno comparazioni non per certo per insistere su plagi o di idee rubate ma piuttosto sulle potenzialità di quattro note che già la natura (per modo di dire) ha messo in fila.

Il fumetto di una foglia che cade.

Una striscia con una foglia in posizioni differenti lungo una scansione di quattro vignette. Nient'altro.

(Qui starebbe bene un Haiku a piacere sull'autunno)

Si coglie il senso di una piccola storia: una foglia per un certo momento se ne sta sospesa, poi inizia scendere e si ferma.
Con un po' di immaginazione possiamo pensare ad un panorama autunnale, un ramo da cui si distacca la foglia che cade al suolo. Tutto il contorno è pura interpolazione del nostro cervello. 

Se invece di una foglia fosse rappresentato un punto astratto potremmo avere l'impressione meno poetica di un grave che passa da una condizione di equilibrio instabile (energia potenziale massima) ad uno di equilibrio stabile (energia potenzale minima). Ma da dove passa questa informazione dettagliata? Come ha fatto il disegnatore (o compositore dell'immagine) a produrla?

Quel poco che abbiamo è la scansione temporale delle vignette e la posizione della foglia.

Tutto ciò visto da un robot

Lo scorrere orizzontale è intuitivamente l'asse del tempo.
La foglia resta ferma in quella posizione per un periodo T. Seguono due vignette lunghe T/2 in cui la foglia si muove verso il basso; qui la suddivisione di tempi più brevi indica la necessità di rappresentare una velocità. Infine c'è una vignetta lunga 2T.
Questo potrebbe farci pensare a due possibilità: 

La foglia esce dal nostro campo visivo (non la vediamo più, è finita sotto al bordo e continua a cadere con la stessa velocità delle vignette precedenti)
Oppure la foglia si è fermata nel punto in cui l'abbiamo lasciata, all'inizio della quarta vignetta.

L'occhio propende per la seconda possibilità: la foglia nella quarta è ferma su di una superficie che non è rappresentata ma che immaginiamo bella solida. Questa decisione scatta automaticamente grazie ad un confronto che l'occhio effettua tra le posizioni verticali.
Dalla prima alla seconda vignetta la foglia si sposta di una distanza h, dalle seconda alla terza la distanza è sempre h. Stessi spazi in stessi tempi = velocità di caduta costante. 

La posizione della foglia della quarta vignetta invece ci costringe a pensare che è successo qualcosa che ha interrotto la caduta perché la foglia non ha percorso la solita distanza h ma solo h/2, la metà. 

Una immagine lievente diversa avrebbe prodotto tutt'altra impressione. Questa:

Ehi! Così tira dritto e scende di sotto!

Così io dico che si è fermata
 

La scelta di proporzioni numeriche modulari (h, h/2 - T, T/2, 2T) creano l'impressione di un movimento armonico, tendiamo a vedere una foglia che si appoggia con grazia al suolo o di un aereo o un uccello che atterra dolcemente. Non è una caduta rovinosa, è una discesa dolce e leggera. 

E dato che siamo esseri umani possiamo proseguire con aspetti psicologici. Una discesa dovuta ad un distacco ma con accettazione di quello che succede. La malinconia e la solennità dell'autunno.

 

La musica di una foglia che cade.

E quindi un disegno anche estremamente essenziale può esprimere un racconto compiuto. E grazie a dettagli fini (proporzioni, distanze)  riesce a trasmettere dinamica e colore emotivo.
 
Ora provo a spostare questa storia un altro... "mondo", quello della musica.
Anche in questo universo esistono coordinate analoghe su cui agire; possiamo trasformare la striscia in uno spartito e fare diventare la foglia la rappresentazione grafica di una melodia musicale.
Nello spostamento orizzontale di lettura c'è il tempo, nell'altezza verticale l'altezza della nota.
Quattro altezze, quattro note.

Il "tema della foglia" agganciato alla tonalità DO Maggiore. Sequenza LA.SOL.FA.MI.


Con una sorta di traslitterazione tra due codici linguistici si ottiene una semplice scala discendente.

Nell'esempio la prima nota è un LA, ma potrebbe essere scelta arbitrariamente. 
Per mantenere lo schema di caduta del disegno iniziale (h, h, h/2) effettuiamo una discesa di un tono, una seconda discesa di un tono ed infine una discesa di un semitono.
 
Inoltre per rispettare la scansione temporale delle quattro vignette sono state scelte una minima, due semiminime, una breve (2/4, 1/4, 1/4, 4/4).

Questa è la rappresentazione sulla tastiera della sequenza di note mostrate nel pentagramma.

Sequenza LA, SOL, FA, MI sui rispettivi tasti della una tastiera.

Sul rigo musicale non era percepibile ma qui è evidente che c'è corrispondenza: LA (scende di un tono) SOL (scende di un tono) FA (scende di un semitono) MI.

FA e MI sono adiacenti, non esiste un tasto intermedio. Nell'ultima discesa la nota si è appoggiata con grazia sul MI e si è fermata.

Auditions!

A questo punto potrebbe venire la curiosità di ascoltare queste quattro note. 

Così ad occhio sembra una sequenza che qualsiasi persona riuscirebbe a fare con un pianoforte. Il dubbio quindi è che sia un tema piuttosto banale. Tuttavia questo cluster di note è piuttosto ricorrente, e se ne sta più o meno mimetizzato tantissimi temi molto conosciuti. Riscuote un particolare successo come "incipit" del tema principale nell'ambito di molto colonne sonore con effetti a volte memorabili.
Proviamo a stanarlo.

1) Blade Runner End Titles (Vangelis, 1981)

Il tema esatto dello spartito riportato con estrema precisione nei tempi e nelle altezze. Le note sono appoggiate su di un unico accordo, per cui non esistono particolari "distrazioni armoniche" e ci si può concentrare sulla melodia.  Le durate delle note sono proprio (T, T/2, T/2, 2T). Il tema inizia al minuto 0:30.  In questo contesto fantascientifico non risalta come un tema naturalistico ma risulta emotivamente coinvolgente. Epico ma non gioioso. La tonalità è DO minore.




2) Music from The Crown Season 3; "Sisters" (M. Phipps 2018)

Dopo una lunga intro di arpeggi e violini che sortiscono un effetto simile ad un dondolìo oscillante (come appunto le foglie sugli alberi in autunno) al minuto 1:21 viene introdotta la melodia. I tempi sono lievemente diversi (le prime tre note hanno tutte la stessa durata) ed armonicamente la quarta nota si appoggia su di un accordo che accentua una emozione di straniamento. Il tema comunque è ben riconoscibile. La seconda ripetizione effettuata con gli archi al minuto 2:13 mostra ancora di più l'affinità con il precedente brano di Vangelis anche se l'elemento fantascientifico qui è assente. Domina una specie di inquietudine malinconica cauta e misurata. La tonalità è LA minore, la stessa dell'esempio dei paragrafi precedenti.


3) Tales From the Loop (P.Glass/P. Leonard-Morgan 2020)

"Tales From the Loop" è una serie fantascientifico/intimista dalle forti suggestioni emotive con ambientazioni ispirate ai dipinti dell'artista svedese Simon Stålenhag. La colonna sonora è molto coinvolgente e forse un po' ripetitiva. Del resto questo si accorda col titolo della serie e la storia dei compositori.

Sin dall'inizio il tema viene ripetuto varie volte e in tonalità diverse (MI minore, FA minore etc..). Le durate delle note sono quelle da cui siamo partiti (T, T/2, T/2, 2T). A differenza dell'incipit di Blade Runner che resta su di un unico accordo in questo caso la melodia si appoggia elegamente su 4 accordi che conferiscono un certo movimento emotivo, cosa che tuttavia non distrae troppo mantenendo piuttosto riconoscibile il tema.


Volendo fantasticare, sembra che la colonna sonora sia una brillante ibridazione della struttura armonica del brano "Truman Sleeps" del film The Truman Show e l'incipit di Blade Runner (melodia "della foglia"). Un matrimonio che si intona alla perfezione con le tematiche della serie...

Provate un ad ascoltare "Truman Sleeps" di P. Glass (1998) per trovare le analogie.


Conclusioni.

Per me sarebbe finita qui, ma c'è sempre bisogno di una conclusione. Ci provo.

Una foglia che cade è un evento triste? Poeticamente o metaforicamente possiamo dire che la risposta è piuttosto affermativa. Se il fumetto dell'esempio è abbastanza attinente all'evento di una foglia che cade possiamo dire che il fumetto eredita l'emozione per un meccanismo di associazione. Ma se non ci fosse stato riconoscimento non ci sarebbe stata emozione.

Per quello che riguarda invece la musica il passaggio non è così alla luce del sole. C'è di mezzo un'altra area del cervello. Quella preposta alla visione si identifica coi fenomeni che accadono nel mondo reale e al mondo oggettivo. "Fammi un disegnino" si dice. La musica ha un livello di astrazione più alto. Per questo è stato necessario rendere altamente astratto il disegno e tradurlo in un codice "cartesiano" che fosse linguaggio puro, svincolato dal referente.

Eppure pare che alla musica basti questo codice. L'emozione "di una foglia che cade" passa attraverso la musica senza che l'ascoltatore abbia la più pallida idea che una foglia sta cadendo. 

Oppure questo è soltanto... un caso fortunato.





domenica 13 settembre 2020

Army of me


by Robo

A mio parere ci sono poche cose così interessanti (e così complicate) come il sistema immunitario degli organismi pluricellulari. Nel momento in cui diventi "grosso" e hai tanti tipi di cellule diverse e queste cellule si parlano e magari hai pure un liquido che ti scorre dentro, oltre a essere una meraviglia biologica sei pure un parco giochi per chi saprà approfittare di tanto ben di Dio, quindi devi difenderti. I predatori là fuori sono quelli più grossi di te e quelli più piccoli; rispetto ai primi c'é la fuga ma per i secondi ci vuole una piccola armata organizzata, anche se parecchio ridondante, e prona agli errori: the Army of me.
Questo esercito ha i suoi corpi, i suoi battaglioni e i generali ma è privo di uno stratega apicale, tipo Napoleone, e oltretutto è privo di cognizione di sé: ogni soldato è una cellula che risponde a segnali chimici complessi e a volte contraddittori la cui sommatoria si traduce in una risposta in qualche modo coordinata. Ma come? E con che mezzi?

domenica 28 giugno 2020

Il viaggio di Nanòk

 by Robo
Nanòk era partito in primavera proprio perché voleva evitare il gelo. Ma sui passi montani un colpo di coda dell'inverno si poteva incontrare e a lui capitò: una delle ultime tormente lo sorprese in viaggio.
Era preparato. Gli stivali in cuoio tenevano i piedi all'asciutto nonostante il bagnato che i fiocchi umidi e tardivi depositavano a terra e il mantello di orso lo proteggeva dal freddo. Il problema era il vento. Le folate aprivano varchi nel mantello e il gelo lo colpiva nel costato come una spada. Era un uomo del nord abituato ai rigori ma si rese conto che non avrebbe potuto resistere a lungo.
"Se non trovo un riparo per la notte, non posso farcela", pensò.
Deviò allora dal centro del sentiero che rappresentava la via più diretta per superare la montagna e si spostò verso le macchie di vegetazione in cui crescevano gli abeti. Ne cercò uno grande e vecchio; sapeva come riconoscerlo perché gli alberi sofferenti hanno chiome rade e sparute che contrastano con le dimensioni del loro tronco. Trovato un candidato, spostò il mantello, estrasse la spada e, tenendola a martello, iniziò a percuotere la corteccia con l’elsa finché un suono sordo non gli indicò un vuoto nel tronco. Allora parlò ad alta voce: "vecchio, ho bisogno del tuo corpo, non avercela con me". Usando la lama vergò un colpo forte proprio in quel punto per rompere la scorza e poi allargò il buco con le mani affinché fosse sufficiente ad accoglierlo. Entrò con fatica e si accovacciò; il corpo muscoloso di Nanók dentro quel tronco cavo ci stava a malapena, ma almeno era protetto dal vento. Da sotto al mantello allungò con difficoltà un braccio fino a una sacca attaccata alla cintura, la allentò e ne estrasse un pugno di carne secca che consumò avidamente. Mise la testa tra le ginocchia e si addormentò.

martedì 9 giugno 2020

VIDEOPROPAGANDA

Pubblico solo i links dei miei video sul fumetto (propaganda e non), che avevo gia' messo sul blog in versione scritta.
Un commento sulla loro guardabilita' e' molto gradito.
Grazie






giovedì 28 maggio 2020

IL MIO NUOVO LIBRO


Sentivo l'esigenza di creare un mio personaggio seriale, qualcuno a cui affezionarsi, per me o per gli eventuali lettori, che mi accompagnasse nei vari racconti, che potessi far crescere piano piano, come un tenero ed irrequieto bimbetto.
Per cui Valerio.
Ho pensato ad un consulente per fantasmi, idea non nuova, (ma quale lo e' veramente?) ma stimolante e che offre ampie possibilita'.
Una via di mezzo far Dylan Dog e Valter Buio, con molta ironia che stempera il tutto.
Usarlo come elemento portante ma che non comparisse sempre fin dall'inizio, a volte infatti solo alla fine come un vero e proprio deux ex machina, altre volte solo in veste di narratore di storie altrui, un zio Tibia post litteram.
Questo e' Valerio, nobile squattrinato che vive con i fantasmi, li aiuta, li consola, li combatte.
Nel genere fantastico, l'unico che riesco a scrivere, esistono pochissimi esempi del genere:
John Silence di Algernon Blackwood, Carnacki di William Hope Hodgson, Jules de Grandin di Seabury Quinn.
Poca, bellissima roba.
Nel fumetto la cosa e' un bel po' piu' complicata.
Maghi, maghetti, stregoni, medium, evocatori.
Comunque sia, il tentativo andava fatto, nel mio profondo si agitava da tempo questo demone e dovevo esorcizzato.
Detto, fatto.
Sono 9 storie fantasmatiche piu' due che nella mia idea dovrebbero richiamare i fumetti della EC comics, le storie di Creepy, i racconti delle Weird Tales.
Due chicche finali fuori saga ma che secondo me ci stanno bene.
Essere riuscito acreare un buon prodotto, esserci almeno andato vicino, e' la mia unica speranza.
Io comunque sono soddisfatto ed l'80% del lavoro e' gia' fatto.
Sono storie che in fondo parlano di noi, delle nostre debolezze e meschinita', dei nostri, delle nostre paure. Siamo i nostri fantasmi, o loro lo specchio delle nostre deformita' spirituali.
Trovo sia l'unico genere letterario, e penso a Kafka o Buzzati ma non certo perche' mi ci paragoni, che parla del reale raccontando l'assurdo.
Che, come dice il buon Sherlock, e' improbabile ma non impossibile.
Almeno fino a prova contraria.
Buona lettura.
Stefano

martedì 5 maggio 2020

Pasqua

by Robo

L'arrivo

Camminò per un lungo tratto sotto le chiome degli alberi. I rami più alti formavano una volta gentile sopra la sua testa e i raggi del sole filtravano qua e là, tremolanti per il vento leggero che agitava le foglie.
A un certo punto, lungo il sentiero, vide un uomo a terra. Appoggiato con la schiena a una grossa quercia, teneva le gambe distese, la bocca era aperta in un respiro pesante, e le braccia abbandonate ai lati del corpo.
Si avvicinò, poggiò il bastone a terra, si piegò di fronte al viso dell'uomo e gli fece una leggera carezza sulla fronte.
Questo aprì gli occhi, lo guardò e deglutì a fatica. "Sete", disse, "sete" ripeté.
"Desideri ancora affrontare il mondo?", chiese lui. L'uomo guardò da un lato, stette in silenzio un attimo, scosse la testa, poi disse solo: "sete".
"Va bene, dormirai fino al passaggio. Posso farti sognare i momenti più belli". L’uomo non parlò e fece un cenno di assenso col capo.
Allora lui prese la testa dell'uomo tra le sue mani e gli sussurrò qualcosa in un orecchio. Poi riprese il bastone, e si riavviò. L'uomo sprofondò nel sonno con un sorriso disegnato sulle labbra.
Camminò fino a dove il sentiero incontrava la strada per la città, prese quella via e proseguì poi, giunto nei pressi delle mura, si mise in fila con chi voleva entrare. Davanti a lui mercanti di ogni tipo premevano per superare la porta est: c'erano carrozze eleganti tirate da cavalli, così come carri agricoli scoperti tirati da buoi e anche qualche somarello stracarico guidato da un ragazzino. Le guardie raccoglievano l'obolo e smistavano le entrate; uno, in piedi e grasso, maramaldeggiava con i poveri contadini e ossequiava i ricchi venditori, l'altro, ancora più grasso, stava seduto presso un piccolo tavolo e contava i soldi raccolti. 
Quando toccò a lui il grasso in piedi lo guardò con disprezzo: "ce li hai i soldi pezzente?", poi si girò verso l’altro sorridendo. "Ho un soldo di rame", rispose lui. Allora il grasso in piedi si girò di nuovo verso il compare, gli diede di sottecchi e poi disse: "per te due soldi pezzente!". Lui pensò un attimo poi fece un sorriso, allungò un braccio, aprì la mano e mostrò sul palmo due soldi di rame. 
Il grasso in piedi glieli prese con tanta veemenza da spingergli il braccio verso terra e poi si incamminò baldanzoso verso il compare, nel mentre diceva: "vai, vai pure pezzente". E lui andò.
"Un'altra moneta in più su cui fare la cresta disse ridendo al compare" e aprì la mano per far rotolare il bottino sul tavolo. Ma non rotolò nessuna moneta, solo due sassi. Istintivamente i due uomini si girarono verso la porta ma del pezzente non vi era più traccia.

domenica 5 aprile 2020

Psicorrea virale

by Robo

Inizio
Tigro, a dispetto del nome, era sempre stato un gatto placido e tranquillo. Ma quella volta no. Lo aveva aggredito, come non lo riconoscesse più, tanto che dovette rinchiuderlo, in fretta e furia, nella camera degli ospiti lasciandogli il sacco delle crocchette tutto intero.
L'inaspettata furia felina gli aveva procurato dei graffi profondi sulla mano sinistra, ma l'incazzatura gli passò mentre si disinfettava, e che cazzo...era il suo gatto e poi di graffi ne aveva avuti tanti nella vita.
Quando si riavvicinò alla porta per chiamarlo sentì un rumore profondo, vibrante, appena percettibile. Un ringhio.
Chiuse la porta a chiave che sua figlia avrebbe aperto sicuramente e poi tornò al lavoro che già era tardi.
Mentre organizzava i file delle richieste di reagenti per il laboratorio si concesse una capatina su Facebook per vedere se c'erano cose nuove. Il circolo dei divorziati, i 2-3 amici veri, le "amiche" interessanti, il supervisore testa di cazzo, etc.
I contatti erano parecchi come l'inutilità che scorreva assieme allo scrolling ma fu colpito da una richiesta di aiuto: il gatto di un'amica era come impazzito. Supernutrito (si capiva da una foto), normalmente bonaccione, l'aveva assalita alle gambe e lei era fuggita di casa e, ora che era fuori senza il coraggio di rientrare, chiedeva disperatamente che fare. Qualcuno aveva già risposto dicendo di chiamare il veterinario, qualcun’altro propendeva per l’esercito. Ci sarebbe stato da ridere se non fosse che era praticamente la stessa cosa capitata a lui.

lunedì 16 marzo 2020

Frutti non-de-noartri

by Robo
Vivendo nella provinciale Romagna non capita spesso di vedere frutta esotica. Certo ci sono le banane, gli ananas e il trio delle feste papaia-mango-avocado ma vien da pensare che a parte questi ultimi non vi sia altro in giro.
Vien da pensare che tutto il mondo sia in fondo una grande Romagna, in cui si mangiano mele, pere, arance, uva, fragole/pesche/cocomeri d'estate, castagne in autunno.
Poi giri un po’ in rete, approfondisci un minimo e ti rendi conto che non é proprio così: certo i frutti che si trovano in Occidente sono praticamente in tutto il mondo anche perché ad altri conviene venderceli, ecco quindi che agrumi, uva e pere vengono anche dal Sudafrica o dal Cile, ma i paesi dei tropici, nelle Americhe o nel sud-est asiatico, hanno i loro big. Talvolta quello che per noi é una curiosità per loro é il frutto nazionale.
Molti di loro hanno sapori peculiari per cui é necessario un periodo di acclimatazione gustativa. Alcuni dicono che dipende dal fatto che siamo abituati fin da piccoli ad attribuire a una data forma un dato sapore (tipo la forma di mela sa di mela, sapesse di arancia ci metterebbe in difficoltà) e spesso questi frutti hanno sapori ibridi tanto che la descrizione degli stessi richiama necessariamente a quelli che conosciamo (tipo: "é una via di mezzo tra X e Y con un po’ di Z"); parrebbe anche che alcuni abbiano realmente dei profili aromatici spiazzanti per noi, ma questi 2 aspetti tracimano l'uno nell’altro. Esiste un terzo problema per una diffusione internazionale, spesso i frutti esotici sono molto delicati e ciò ne inficia la serbevolezza o shelf life, parametro che é diventato sempre più importante visti i commerci internazionali. Certo si potrebbero sciroppare ma avete mai sentito la differenza tra un ananas appena sbucciato è uno in lattina? Sembrano 2 cose diverse, inoltre ne deve valere la pena...economica.

Quindi da dove partire? Ho deciso di utilizzare un metodo altamente codificato, si chiama in gergo "alla boia d'un vigliác... ché boia", a parte questo ho deciso di evitare i frutti esotici famosi già citati come pure cocco e datteri che mangiamo poco ma conosciamo tutti
Su questa base partirei dalla Carambola

mercoledì 15 gennaio 2020

Brassica fight back


by Robo

(seguito di: Già crucifere ora brassicacee )

Un "effetto collaterale" della mia ricerca di brassicacee in rete é che mi imbatto nella ricchezza in colture delle differenti culture. Non solo le vecchie varietà che adesso vanno tanto di moda ma che sono comunque i nonni degli ibridi moderni, ma anche piante di utilizzo alimentare che non sono parenti povere ma piuttosto alternative che non hanno sfondato al di fuori della comunità locale (a volto molto locale).

Non so se perché hanno goduto di condizioni di partenza peggiori o perché avevano un potenziale di sviluppo peggiore delle grandi star mondiali; probabilmente entrambi i motivi, non tutti possono essere "mela", "banana", "cacao" o "caffè".

Mi sono presto concentrato sulle brassicacee perché bisogna scegliere un partito ma anche lì di roba, anche solo in Italia, ce n’è parecchia. Sotto una forte selezione

Mi sono imbattuto in questo "cavolo di Pontoise" che dicono essere tecnicamente un cappuccio e quindi può essere anche consumato crudo ma assomiglia tanto-tanto a una verza. Presenta un appeal estetico rilevante a mio parere


Questa invece é una cultivar di Brassica Juncea. Pare sia arrivata in Asia dal vicino oriente e poi fino in Giappone. É chiamata Unzen(il posto in cui cresce) kobu(per via del nodo carnoso alla base delle foglie) takana(qualcosa tipo insalata). Il primo raccolto può essere mangiato crudo, gli altri vengono trasformati alla moda giapponese (Tsukemono)


Il broccoletto di Custoza é una delle tante varietà locali italiane che, senza le rese degli ibridi moderni e la notorietà del cavolo nero toscano, offrono una peculiarità di prodotto. Il broccoletto di Custoza ha un’associazione di coltivatori (9!?) e un sito internet



Il broccolo fiolaro é una varietà locale che ha avuto la fortuna di incontrare il suo compaesano creatino Carlo Cracco che lo utilizza e lo ha reso più conosciuto. É una pianta rustica di cui si consumano i "fioi", cioè le giovani foglie, meglio se dopo una gelata che le intenerisca


Il cavolo a punta di Filder é un cappuccio più buono e succoso della varietà tonda ma più "scomodo" per l’industria dei crauti. Questo lo ha relegato a un ruolo minore


Recentemente però é comparso persino nella conservatrice Romagna un sosia di minori dimensioni anch'esso più tenero del cappuccio tondo: il cavolo cuore di bue che però é un ibrido moderno


Il broccolo lavagnino (di Lavagna, riviera ligure di levante) é in realtà un cappuccio "lasso", ma la definizione di broccolo non si nega quasi a nessuna Brassica. Nonostante sia un cappuccio si consuma cotto


Il Nabito de Nabarniz é un fiero e selvaggio ravanello basco. Non si può mangiare subito dopo la raccolta, bisogna pulirlo e farlo seccare per 2 giorni e poi togliere i filamenti. Non molto invitante direi
Il Sukuma wiki non é una voce del famoso dizionario online ma una Brassica africana che non é stata ancora addomesticata come le varietà occidentali e può crescere fino a un metro d'altezza con grandi foglie laterali. Il nome si riferisce anche a una ricetta tipica keniota fatta con la medesima varietà ma per la quale può essere usata un altra Brassica a foglia; un'identificazione più precisa la da il nome chepkilumnda


Foglie del Fiore ragno. Non propriamente una Brassica ma una brassicacea sì. É una pianta erbacea di origine africana ma diffusa anche in Asia e Nord-Europa di cui si usano le foglie come condimento e insaporitore. É anche chiamata cavolo africano in Europa e spinacio (spinach) selvatico in Africa ma non c'entra nulla con gli spinaci


Le moderne varietà di Brassica sono piante annuali: si piantano, crescono (più o meno velocemente), si mangiano. Poi l'anno dopo si insemina di nuovo. Esistono anche varietà antiche perenni: si fanno crescere per più di una stagione, si cimano e si mangiano solo le foglie fresche. Un esempio olandese é l'Eeuwig Moes, parole che significano appunto cavolo perenne. É una pianta che non produce semi, la stessa cosa che fanno le banane, per esempio